Rifondazione: Sinistra italiana non è un buon partito

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Il Prc propone uno spazio a sinistra dentro una rete conflittuale, orizzontale, poliforme, e a bassa soglia, per sottrarsi alla Grande Sel che invece pretende lo scioglimento del partito comunista

di Checchino Antonini

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«L’unità è decisiva perché i discorsi a sinistra diventino un fatto politico di massa», dice Paolo Ferrero introducendo il convegno – “Sinistra: in Europa la fanno plurale” – con cui il partito di cui è segretario ha provato a dispiegare, ieri, le ragioni di Rifondazione comunista per sottrarsi al dilemma se sciogliersi nel partito di Fassina/Vendola (che verrà proclamato il prossimo week end) o restare confinato in un isolamento tutt’altro che splendido interrotto a intermittenza solo dall’interlocuzione con Civati per le prossime amministrative. La forma partito è l’unica custodia possibile per riunificare quello che il liberismo ha diviso? Come valorizzare la varietà delle forme della politica? I partiti sono ancora la nomenclatura delle classi? Il ventaglio delle domande è più o meno questo nel contesto – disegnato dalle prime relazioni (Giovanni Russo Spena, Lidia Menapace e il sociologo Loris Caruso per una sessione intitolata “L’antiliberismo non è monoteistico”) – di cittadini senza politica e politica senza cittadini che caratterizza il paesaggio neoliberale con le sue retoriche (le primarie, ad esempio, ma anche le torisioni del linguaggio che travestono i partiti da movimenti), con la polverizzazione di soggetti sociali soli e impauriti (a volte brutti, sporchi e cattivi) dove le guerre tra poveri sono divenute una tecnica di governo. La proposta che si va delineando – all’apparenza contrapposta al percorso tutto politicista partito della sinistra italiana – è quella della ricostituzione dello spazio pubblico dentro una fitta rete conflittuale, orizzontale, poliforme, per rompere le gabbie dello stato d’eccezione permanente. Rifondazione contrappone la ricostruzione con pazienza anche dei luoghi alle tappe serrate della costruzione del partitone dentro cui pezzi di Sel si stanno giocando la leadership con i fuoriusciti dal Pd dopo aver lasciato esiccare spazi – come l’Altra Europa – che avevano provato a porsi le medesime domande con molta meno subalternità al centrosinistra. Non si fa appello alla deriva movimentista, spiegano le relazioni, ma alla ricerca di una sperimentazione possibile, un sistema di autonomie coalizzate che allude alle sintesi possibili che non siano quelle rappresentate dalla figura autoritaria, patriarcale, certamente ambigua, di un leader. Un dilemma che attraversa la storia del movimento operaio organizzato e che si ripropone nelle forme inedite del caos capitalistico e della crisi italiana. Roberto Musacchio, ex del Prc poi fuoriuscito anche da Sel, uno dei primi a intervenire, ammette la scarsa propensione alla discussione di questa fase ma anche nell’Altra Europa, dentro cui milita, non c’è stato mai spazio per una reale discussione su quale ricomposizione sia possibile e desiderabile. Il gruppo dirigente della fu lista Tsipras andrà fra una settimana alla kermesse che sancirà la nascita di Sinistra italiana (e il fallimento dell’Altra Europa) senza mai aver consentito un dibattito dispiegato tra la sua base. A partire dal dibattito mancato all’indomani dalla scelta fatidica del suo nume tutelare, Tsipras, di rinnegare il risultato del referendum del 5 luglio.

E’ dal 2009 che Rifondazione prova a suggerire la via di una coalizione alla sudamericana o di una Syriza italiana (che, a sua volta, s’era ispirata proprio alla pluralità di Rifondazione). Finora non c’è stato alcun accenno alla vicenda greca che ha visto quasi tutto il Prc a fianco di Tsipras, prima e dopo la firma del III memorandum ma più in là, nel corso del convegno prenderà la parola Lefteris Stoukogeorgos, di Syriza, nell’ambito della sessione dedicata alle esperienze fuori dalla provincia italiana con Heinz Bierbaum (die Linke), Carlos Flanagan (Frente Amplio – Uruguay), Pierre Laurent del PCF e Mercedes Vidal, assessora di Barcelona en comù. Tutte esperienze, relativamente positive, di sinistra plurale che solo per le strettoie delle rispettive leggi elettorali si sono trasformate in partito come in Grecia e Germania.

Lo ha ricordato Paolo Ferrero concludendo la sessione finale,  “Che succede in Italia?”,  in cui hanno preso parola Roberta Fantozzi, Stefano Fassina, Nicola Fratoianni, Corrado Oddi, Massimo Torelli, Gabriella Stramaccioni, Franco Turigliatto. Civati assente per malattia. Da Fratoianni e Fassina (che pure ha ammesso che i percorsi nelle città – si corre insieme a Torino, Napoli, Bologna e Napoli – sono «più ricchi» di quello nazionale) non sono sembrate arrivare schiarite: scioglietevi, siete circondati, potrebbe essere la sintesi stringente dei rispettivi interventi che hanno difeso il carattere plurale di Sinistra italiana così com’è concendendo tutt’al più rassicurazioni generiche sul fatto che il processo resterà aperto anche dopo l’evento di Cosmopolitica, l’assemblea del prossimo fine settimana con cui la Grande Sel e i transfughi del Pd dovrebbero mettere fine all’impasse stabilitasi con la rottura di quello che il manifesto aveva chiamato “tavolo rosso”.

Rifondazione, oggi, terrà la sua riunione di direzione nazionale. E l’Altra Europa che farà? Lo sapremo lunedì nel corso di una conferenza stampa dove parlerà, probabilmente solo Marco Revelli dopo gli incontri finali con Fassina e con Fratoianni e Claudio Riccio.

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Fuori dal coro, per sua stessa ammissione (ma piuttosto in sintonia con la platea), Franco Turigliatto, l’unico ad aver evocato che a Madrid, nello stesso week end della kermesse di Fassina e Vendola, si terrà una tre giorni convocata da Varoufakis e Ada Colau, l’alcalde di Barcellona, per un piano B per l’Europa. Turigliatto è decisamente scettico sulla fusione a freddo e troppo a bassa soglia (termine adoperato da Ferrero) per poter inceppare le maglie strette del neoliberismo. Il fondatore di Sinistra anticapitalista, ex dirigente di Rifondazione fino alla stagione del Prodi II, s’è soffermato sugli scenari drammatici di un capitalismo reale che cancella ogni margine di mediazione, che non fa prigionieri, che sta per scatenare una nuova guerra in Libia a guida italiana (e quasi nessuno ha risposto all’appello alla mobilitazione lanciato da Alex Zanotelli). «Ma è solo il destino cinico e baro ad aver emarginato il movimento operaio o qualche responsabilità ce l’hanno i gruppi dirigenti sindacali con le politiche di concertazione? – s’è chiesto e ha chiesto Turigliatto – e il partito che si vuol fare ha assunto questo problema?». E, ancora: «Perché non eravamo insieme allo sciopero contro il jobs act, nelle mobilitazioni della scuola? C’entra qualcosa quello che è successo in Grecia?». «Dobbiamo diventare un po’ anticapitalisti per uscire dal liberismo, tentare delle rotture e delle ipotesi di transizione. Altrimenti la “terra cognita” è il III memorandum. Il nuovo soggetto (e anche la coalizione, ndr) si muove su un terreno troppo moderato. C’è bisogno di un progetto antiliberista e anticapitalista». Che poi è proprio ciò di cui si discuterà a Madrid. A sinistra si profilano ormai due percorsi di ricomposizione. E Rifondazione sta ancora nella terra di mezzo.

Paolo Ferrero, in definitiva, spera che poi vada a finire come a Roma, Bologna, Napoli, Torino, con un’alleanza che preservi le identità- Chiudendo il convegno, ha difeso l’idea di una coalizione a bassa soglia, un accumulo di forze che sarebbe in grado di contrastare i processi del neoliberismo, uno strumento più utile del partito tradizionale, «come il Cln», «come la Flm» o come il Frente Amplio che raccoglie una quarantina di organizzazioni, dalla Dc agli ex Tupamaros come Pepe Mujica. La mancanza di ambiguità di Renzi, a differenza di Bersani, la sua contrapposizione frontale con i sindacati, fornirebbero ora – secondo il segretario del Prc – condizioni migliori per l’unità di quante ce ne sono state nel recente passato. Sarebbe un errore se il processo unitario venisse ridotto a un partito, a meno che non si pretenda come condizione lo scioglimento del partito comunista.

Se davvero è come ha spiegato il segretario del Prc, la bassa soglia diventa un piano inclinato. Addio sinistra plurale, messa così sembra la solita storia della sinistra del centrosinistra.

[ha collaborato Giulio AF Buratti]

 



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Pubblicato in In fondo a sinistra

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2 Commenti

  1. Mario Pellerey

    se il popolo è amorfo, mal che si vuole non duole, senza partito comunista gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, ritorno ad un sindacalismo da fine ’800……..rivoluzione, ricordiamoci del Manual gerrilla urbana del Che……….no pasaran

  2. Gaetano Carnicella

    Ma quando Paolo Ferrero smetterà di sentirsi l’unico segretario possibile di Rifondazione ? Segua Vendola nel ricercare una alta figura di leader per un partito che così può sentirsi unito?

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