Rapporto dall’Egitto: Regeni non è un caso isolato

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L’omicidio di Giulio Regeni è parte di una sistematica e indiscriminata campagna tesa a chiudere lo spazio pubblico in Egitto. La denuncia delle associazioni egiziane per i diritti umani

 

Il Consiglio Nazionale Arci ha impegnato tutta l’associazione al massimo impegno per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni e tutte le vittime della repressione in Egitto.
Nell’ambito di questa campagna, è stato prodotto questo report su torture e sparizioni forzate in Egitto, con le richiestealle autorità italiane ed europee.
Il rapporto è scritto sulla base della documentazione raccolta da associazioni egiziane dei diritti umani con le quali l’Arci collabora.

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Le impressionanti notizie sulle torture e l’omicidio del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni hanno prodotto un’inedita attenzione su alcune delle più grandi violazioni dei diritti commesse in Egitto contro  cittadini e cittadine egiziani. Tra i commenti espressi in Egitto sul caso Regeni, uno è particolarmente significativo: “Giulio era come noi, ed è stato ucciso come noi“.

Un altro cittadino europeo, Ibrahim Halawa, che è stato imprigionato in Egitto nell’agosto del 2013 ed è stato vittima di maltrattamenti, ha testimoniato a una organizzazione non governativa per i diritti umani che “alcuni prigionieri erano costretti nudi in una posizione crocifissa nel corridoio della prigione, e altri sono stati sottoposti a scariche di elettricità – venivano usate vasche di acqua per aumentare il dolore”. In una lettera spedita alla sua famiglia ha scritto “Questo è un luogo dove si sperimentano torture…. Le parole non riusciranno mai a rendere giustizia di quello che succede nelle carceri egiziane”.

Autorevoli organizzazioni sociali per i diritti umani hanno confermato innumerevoli casi di detenuti sottoposti a torture, a maltrattamenti e ad abusi sessuali, come descritto da Halava. Ciò avviene per estorcere confessioni e informazioni, ma anche nel contesto di pratiche punitive sistematiche, rivolte non solo contro i prigionieri politici ma anche contro ogni sorta di detenuti.

Secondo un comunicato congiunto di quindici gruppi egiziani per i diritti umani, nel corso del solo novembre 2015 sono stati registrati 49 casi di tortura, inclusi 9 casi di morte durante la detenzione. In una sola stazione di polizia nel distretto Matareva del Cairo i gruppi per i diritti umani hanno documentato 14 casi di morte in conseguenza di tortura negli ultimi due anni, con 8 persone assassinate solo nel 2015. Nel 2015, anche il crimine di sparizione forzata è diventato frequente in modo allarmante. Le organizzazioni per i diritti che documentano questi casi stimano si sia arrivati a una media di circa tre casi al giorno, e sottolineano il coinvolgimento di parecchie forze di sicurezza e dei servizi.

Nonostante questa realtà impressionante, l’Egitto non ha messo in opera nessuna delle raccomandazioni relative alla tortura che ha ricevuto durante la sua Revisione Periodica Universale nel novembre 2014. Queste raccomandazioni sono state presentate da Francia, Slovenia, Svizzera, Danimarca, Spagna, Botswana, Palestina e Gaza. Ancor più preoccupante, l’Egitto ha respinto tutte le raccomandazioni presentate in relazione alle sparizioni forzate. Tali pratiche, così come la quasi totale impunità dei corpi di sicurezza e del Ministero degli Interni, stanno ulteriormente minando la legalità in Egitto, già erosa a un grado mai raggiunto così come descritto dal capo del Comitato Denunce al para-governativo Consiglio Nazionale dei Diritti Umani.

Dal 2011, nessuno dei governi egiziani ha provato seriamente a realizzare riforme del settore della sicurezza o a lottare contro la sua cultura dell’ impunità. Al contrario, negli ultimi due anni, la legittima lotta contro il terrorismo è stata usata come una scusa per rafforzare questa cultura. Il rafforzamento del “prestigio” dello Stato – inteso come la sua capacità di instillare paura- è considerato come la soluzione al terrorismo.

Sfortunatamente, il presidente Sisi non ha dimostrato una volontà politica chiara di voler porre termine a queste pratiche. Nel suo discorso del 3 dicembre alla Accademia di Polizia Egiziana, egli ha negato che le sparizioni forzate e la tortura siano sistematici in Egitto, e ha esplicitamente dichiarato che si tratta solo di casi individuali. Questa dichiarazione differisce grandemente dai dati del report del Dipartimento di Stato Usa sulle pratiche dei diritti umani, il quale ha evidenziato più di 60.000 casi di arresti legati ad attività politica in Egitto nel solo 2013.

Ancora, il presidente Sisi non considera i diritti umani come una priorità: durante un’intervista televisiva il 1 febbraio 2016 egli ha affermato che è difficile e molto delicato conciliare diritti umani e sicurezza. Oggi, mentre non c’è modo di far rendere conto ai responsabili, il flagello della tortura e delle sparizioni forzate sta aumentando l’instabilità perché nutre l’emarginazione, la rabbia e la disperazione fra componenti chiave della società egiziana. Rendendo la propria gioventù vulnerabile ai discorsi radicali e all’estremismo violento, l’Egitto sta diventando un terreno sempre più fertile per il terrorismo, per la crescita della violenza politica e della guerra civile.

La tortura, le sparizioni forzate e l’impunità per questi crimini sono attualmente fra le più gravi minacce alla sicurezza nazionale egiziana – una minaccia che non possiamo ignorare nella odierna situazione regionale. Nelle parole dell’ex prigioniero statunitense Mohamad Soltan, che ha avuto esperienza di abusi fisici durante la sua detenzione in Egitto, “la brutalità e la schiacciante perdita di speranza sta creando una situazione che giova alla narrativa dello Stato islamico, viene usata per reclutare persone e circolare il loro messaggio”.

Il presidente Sisi rifiuta di ammettere che la stabilità e il rispetto dei diritti umani sono sinonimi; il 5 novembre il sindacato egiziano dei medici ha minacciato uno sciopero generale in tutti gli ospedali pubblici per protestare contro l’inazione della Procura sulle sistematiche violazioni dei funzionari di polizia contro il personale medico per ottenere trattamenti preferenziali. E invece, la Procura egiziana ha aperto una inchiesta  sulla chiamata allo sciopero dei sindacati egiziani in quanto illegale.

Il destino spaventoso di Giulio Regeni dovrebbe dare la sveglia ai partners europei dell’Egitto. L’Europa, come l’Egitto, si confronta con le minacce di estremismi violenti che vanno combattuti senza violare i diritti dei cittadini; nessuno stato, nessun governo è interamente senza colpa, ma ciò non li condanna al silenzio di fronte alla caduta degli alleati in una spirale di violenza. L’argomento della necessità non è più funzionale a giustificare un supporto acritico all’Egitto.

Nel maggio 2015, il direttore del Cairo Institute Bahey El Din Hassan si è rivolto al Parlamento Europeo sul caso di uno studente egiziano il cui destino è stato simile a quello diGiulio. Il corpo del giovane Islam Atito è stato trovato in una zona desertica alla periferia del Cairo. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che Atito avrebbe aperto il fuoco contro le forze di sicurezza e che sarebbe stato ucciso durante un conflitto a fuoco. E invece testimoni hanno collocato Islam nella sua Università pochi giorni prima che il suo corpo fosse ritrovato, quando fu scortato da un funzionario scolastico e da agenti di sicurezza fuori dal campus, e mai più rivisto. In risposta alla dichiarazione di Hassan davanti al Parlamento Europeo, il Cairo Institute è stato posto sotto inchiesta da un giudice.

Atito avrebbe potuto essere l’ultima vittima di crimini tanto orrendi, se il presidente egiziano fosse stato pubblicamente avvertito che gli alleati dell’Egitto non avrebbero più tollerato sparizioni forzate e torture, e se la Procura avesse aperto una inchiesta imparziale sul suo caso. Sfortunatamente ciò non è stata considerata una priorità e dozzine di altre persone, incluso Giulio, hanno condiviso il suo destino. Nello stesso mese, un’altra autorevole organizzazione per i diritti umani ha lavorato a un progetto di legge per definire la tortura in accordo con gli standard internazionali. Il leader di questa organizzazione e i giudici che egli aveva invitato a un simposio per discutere il progetto di legge sono stati tutti posti sotto inchiesta e i giudici sono stati sospesi.

Le associazioni egiziane chiedono urgentemente ai leader europei di sottoporre queste richieste alle autorità egiziane:

-   un cambio immediato della politica su tortura e sparizioni forzate: la gravità e l’ampiezza della crisi attuale dovrebbe essere pubblicamente riconosciuta, la supervisione e l’assunzione di responsabilità di tutte le forze di polizia e di sicurezza dovrebbe essere annunciata come urgente priorità.

-   di invitare il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Tortura e il Gruppo di Lavoro sulle sparizioni forzate a visitare immediatamente  l’Egitto.

-   di concedere alle organizzazioni per i diritti, egiziane e internazionali, il pieno accesso a tutti i luoghi di detenzione e a poter visitare tutti i prigionieri in essi trattenuti. Consentire al Consiglio Nazionale per i diritti umani di compiere visite non annunciate in tutti questi luoghi, per assicurarsi che siano consoni alle norme, alla legge e alle garanzie costituzionali.

-   di investigare senza ritardi sulle denunce delle famiglie delle vittime di sparizioni forzate, e comunicare i risultati in modo ufficiale alle famiglie e ai collegi legali. Condurre investigazioni serie e trasparenti su tutte le denunce di torture da parte della polizia e delle forze di sicurezza; chiamare i colpevoli alle loro responsabilità senza eccezioni.

-   di perseguire tutti i funzionari egiziani di polizia direttamente coinvolti in pratiche criminali relative a pratiche di tortura e sparizioni forzate.

-   di inserire il crimine di sparizione forzata nella legge egiziana, e non renderlo soggetto a nessuna prescrizione. Ratificare la Convenzione per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate e il Protocollo opzionale della Convenzione contro la Tortura.

-   sulla tortura, di fare i necessari emendamenti al Codice Penale e al Codice di procedura penale in modo che essi corrispondano all’articolo 52 della Costituzione, che proibisce la tortura in tutte le forme e tipi.

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Pubblicato in PADRINI & PADRONI

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