“Se vince il NO…” Tutte le bufale di Confindustria e banche

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Referendum, gli economisti “not embedded” smontano le previsioni catastrofiche in caso di vittoria del No. Una riforma costruita sulla base di istruzioni dettate da Jp Morgan

di Checchino Antonini

jpmorgan

Crollo delle Borse, un terremoto peggiore della Brexit; ecatombe di posti di lavoro, aumento della povertà e dei poveri, fuga degli investitori e poi il bail-in e l’incubo dello spread. Davvero se il 4 dicembre dovesse vincere il No al referendum costituzionale ci capiterà tutto questo? E una domanda su tutte: ma è proprio colpa della Carta del 1948 se ci troviamo in mezzo alla più difficile crisi economica dall’unità d’Italia? «No, guardi, la Costituzione non c’entra niente. Non fosse perché non si sono mai sognati di attuarla!», taglia corto Marco Bertorello, studioso genovese, autore di testi su debito, euro, movimento sindacale.

Eppure anche oggi, a tredici giorni dal voto, la stampa mainstream regala largo spazio all’opinione del condirettore del Financial Times: “Se il primo ministro italiano Matteo Renzi perderà il suo referendum costituzionale il 4 dicembre” scrive Munchau, “a quel punto si innescherebbe una serie di eventi che solleverebbero dubbi sulla permanenza dell’Italia nell’Eurozona” ma anche, eventualità più remota, che potrebbero portare al collasso dell’euro tout court. Per Munchau il “5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione”. Facciamo una piccola rassegna degli orrori.

Prima dell’endorsement clamoroso di Pierre Moscovici, socialista francese e commissario Ue per il Sì in cambio di un po’ di flessibilità, “per fermare i populismi”, ci sono state un’ansiogena copertina dell’Economist (un pullman con la fiancata tricolore, in bilico sul ciglio di un burrone), alcuni articoli sui quotidiani statunitensi, una serie di allarmi lanciati da Goldman Sachs e Morgan Stanley, infine le cifre fornite dal centro studi di Confindustria hanno aperto una danza di titoloni allarmistici, uno storytelling traumatico per entrare a gamba tesa nella campagna referendaria.

Secondo Viale dell’Astronomia, il Pil calerebbe di 1,7 punti (0,7 nel 2017, -1,2 nel 2018, risalendo soltanto dello 0,2 nel 2019), con una ricaduta di 589 euro pro-capite contro una crescita prevista del 2,3%. Sparirebbero gli investimenti (-1,6 nel 2017, -7 nel 2018 e -3,9% nel 2019), con 258 mila nuovi posti di lavoro in meno contro i 319 mila previsti; 430mila i nuovi poveri e altri 600mila posti di lavoro persi. «Confindustria teme che si blocchino le riforme strutturali ma è proprio una bufala: se qualcuno riesce a dimostrarmi che l’abolizione del Cnel fa riprendere l’economia parto domani, e a piedi, per Compostela – dice Vladimiro Giacchè, autore tra l’altro di “Costituzione italiana contro Trattati europei (Imprimatur 2015)” – sono proprio curioso di capire quali modelli econometrici siano stati adoperati per fornire quelle cifre: quelle di Confindustria ricordano le previsioni catastrofiche usate per la Brexit e che si sono dimostrate un boomerang per chi le sosteneva. Nessuno è riuscito a dare un argomento in positivo per il “Remain” ma solo allarmismo. Così, dopo il voto britannico s’è scoperto che tutti gli scenari horror sono stati smentiti come la recessione del 5% il primo anno. Addirittura ci sarebbe in corso una sorta di mini boom. Siamo davanti a ragionamenti non scientifici ma legati a interessi specifici». Insomma, si fa molto terrorismo confondendo discorsi diversi, avvertono tutti gli interlocutori di Left. E tutti ricordano quella lettera di JpMorgan, banca d’affari sotto processo per i disastri del 2008, che esortava tre anni fa i governi del Sud Europa a liberarsi dalle costituzioni nate dalla resistenza antifascista, troppo influenzate dalle idee socialiste: “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori (…) e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”. Sembra il canovaccio su cui è stata scritta la riforma Renzi-Boschi!

Citigroup, banca americana d’affari, la più grande azienda di servizi finanziari del mondo, per gli “amici” Citi, combina l’ipotesi di un crollo dell’economia reale con un sistema già imballato da oltre 190 miliardi di sofferenze lorde: il governo sarebbe costretto a commissariare gli istituti di credito applicando il Bail-in e andrebbero in fumo 29 miliardi di euro in obbligazioni bancarie secondarie, quelle per cui non esiste alcuna garanzia. «La speculazione non ha bisogno del referendum – spiega Giacchè – perché ci sono già i dissesti del sistema bancario e le asimmetrie inaccettabili dell’unione bancaria che altera l’assetto perché le banche tedesche dai controlli europei, impedisce gli aiuti di Stato e non ha permesso un’assicurazione europea sui depositi, cosa che può provocare una corsa agli sporteli in situazioni di crisi». E l’Italia rischia molto perché un’austerità totalmente sbagliata e gli svantaggi dell’unione monetaria (ricorda Giacché che abbiamo perso dieci punti di Pil) hanno fatto crescere le sofferenze bancarie. Questo sarà il vero catalizzatore di attacchi speculativi, spiegano gli economisti non embedded.

Va detto che Citi è autrice di Plutonomy, il rapporto segreto del 2005, rivelato da Michael Moore in “Capitalism: A love story”, nel quale si teorizza che per garantire il profitto delle corporation e delle banche può essere conveniente togliere il diritto di voto ai cittadini. «In effetti – riprende Bertorello – la democrazia sta subendo la medesima torsione accaduta al salario e ai diritti, sta diventando una variabile dipendente». «La democrazia è già morta perché da vent’anni si lavora per mettere le istituzioni al riparo di forme di partecipazione diffusa e di conflitto sociale – dice, da Pavia, dove insegna Economia politica, Andrea Fumagallil’ultimo tentativo è stato quello compiuto da Tsipras ed è stato sconfitto. Il ruolo dei parlamenti è sempre più sottoposto a fattori di emergenza, più o meno reali, ricordi Shock economy di Naomi Klein? Si governa per decreti legge che accentrano il potere al di fuori degli ambiti democratici parlamentari e la riforma, oltre a sancire tutto ciò, punta a indebolire il contrappeso del potere giudiziario aumentando il controllo del governo su di esso. Un aspetto che interessa molto le oligarchie finanziarie. Pensa alla vicenda delle tasse Apple in Irlanda, pensa al dato che il 40% del debito pubblico italiano è in mano a investitori stranieri, le grandi banche d’affari. Se c’è un solo uomo al comando la stabilità verrebbe garantita e con questa i poteri forti».

Già la stabilità. Si teme che col No cada il governo ma anche che, vincesse il Sì, il combinato tra riforma e Italicum possa avvantaggiare i grillini. L’esempio perfetto di stabilità immaginata dall’estabilishment parrebbe il Cile di Pinochet dove la Scuola di Chicago mise in pratica i suoi modelli economici nella stabilità garantita dai generali. Ma ci sono esempi che smentiscono anche questo dogma: il Belgio, nel pieno della tempesta dei derivati, è stato senza governo per un paio d’anni ma è stato, dopo la Germania, uno dei paesi a cavarsela meglio, grazie alle esportazioni. Il 2010, l’anno della crisi, si è chiuso con un balzo in avanti del 2% del Pil. Ancora +2% l’anno seguente e un calo di appena lo 0,2% nel 2012 mentre la disoccupazione si attestava a un invidiabile 7,4%. Anche la Spagna è senza governo da alcuni mesi e l’Italia, negli anni del miracolo economico, quando il Pil cresceva del 5% l’anno, assisteva al succedersi di un gran numero di governi “balneari”, il reddito per abitante raddoppiava e la disoccupazione crollava sotto il 4%. Tra il 1953 e il 1963 si alternarono ben undici governi, uno dei quali, fu il famigerato gabinetto Tambroni, quello dei morti di Reggio Emilia. Al contrario, nei due governi più “longevi” nella storia repubblicana, gli esecutivi Berlusconi II (2001-2006) e Berlusconi IV (2008-2011), i dati macroeconomici del Paese sono precipitati. «L’Italia – dice Bertorello – rallenta per colpa di un ciclo globale in cui gli anelli deboli pagano il conto per primi».

L’economia, dunque, non è una scienza esatta, o lo è nella stessa misura in cui lo è la sociologia. E’ una scienza umana che ha a che fare con assunti di valore e con l’autonomia di fattori difficilmente prevedibili. «Ma l’economista – aggiunge Alessandro Somma, che insegna diritto comparato a Ferrara – sta assumendo il ruolo che una volta era dei giuristi, quello del tecnocrate legittimato dal sapere e non dal mandato popolare». Insomma la storia della narrazione economica è un impasto di mistificazioni e di errori clamorosi tanto che la Regina Elisabetta sembrava la bambina del Re Nudo quando chiese, nel 2008, ai cervelloni della London School of Economics, il perché nessuno avesse previsto lo tsunami finanziario.

Somma ricordando l’incipit dell’Antimanuale di economia scritto da Bernard Maris, ucciso nella redazione di Charlie Hebdo: “All’economista ignoto, morto per la guerra economica, che per tutta la vita ha spiegato magnificamente il giorno dopo perché si era sbagliato il giorno prima”. «L’informazione economica è piena di errori – conferma Andrea Ventura, docente all’Università di Firenze – secondo la cosiddetta teoria quantitativa della moneta, ad esempio, vi sarebbe un legame diretto tra quantità di moneta e livello dei prezzi. Quest’idea, tipica delle teorie neoliberiste, è diventata uno dei luoghi comuni più diffusi, ma è continuamente smentita dai fatti. Più la Bce inonda i mercati di liquidità, più i prezzi in Europa non accennano a salire. In realtà, il libero mercato ha la caratteristica della fragilità, i suoi sono meccanismi distruttivi ma non hanno nulla a che vedere con l’esito di un referendum». Ancora Somma: «Esistono un sacco di previsioni indimostrabili, come ad esempio quella per cui il Pil crescerebbe di un punto e mezzo se si abolisse l’ordine dei notai. I rapporti “Doing business” che la Banca mondiale produce dal 2004 e in cui, con criteri molto discutibili, misura l’efficienza dei sistemi nazionali dal punto di vista dell’imprenditore servono a promuovere deregolamentazione e liberalizzazioni spacciando un pacchetto ideologico come fosse scienza. Basta rileggersi le previsioni sul Pil sbagliate quattordici volte su quindici, dal 2002 ad oggi, con 12 previsioni sbagliate per eccesso e soltanto due per difetto».

[una versione di questo articolo è uscita il primo ottobre sul numero 40 di Left]

 

 

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Pubblicato in Padrini&padroni

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2 Commenti

  1. eugenia

    Grazie per aver ricordato in questo articolo Bernard Maris.

  2. Antonio Zanzarella

    Referendum costituzionale: i motivi del NO

    1) Il nuovo Senato
    La principale accusa che viene mossa al nuovo Senato riguarda le competenze che esso dovrebbe condividere con la Camera dei Deputati: nella riforma sono specificati gli ambiti in cui le due Camere hanno di potere legislativo concorrenziale, ma non vengono indicati i criteri con cui riconoscere le leggi che rientrano in queste fattispecie. È probabile che verranno sollevati numerosi dubbi di competenza e che quindi le leggi debbano essere studiate caso per caso per capire se includono prerogative affidate al Senato. Questo rischia di rallentare di molto l’iter legislativo entrando in netto contrasto con l’intenzione primaria della riforma. Inoltre, diversi costituzionalisti criticano il fatto di aver ridotto troppo i poteri del Senato, rendendolo inutile come vero “raccordo” tra Stato e amministrazioni locali e denunciano il rischio di trasformare i senatori in “rappresentanti della maggioranza al potere nella singola regione, più che della regione in quanto tale”, viste le modalità di nomina. Forti polemiche si sono sollevate anche per il mantenimento dell’immunità parlamentare per i nuovi senatori.

    2) Governo “autocratico”
    Il governo avrà la facoltà di richiedere al Parlamento una “via preferenziale” per l’approvazione delle leggi ritenute necessarie per l’attuazione del proprio programma. La Camera avrà tempo 5 giorni per accogliere la richiesta e, se venisse accolta, 70 per approvarla con massimo 15 giorni di rinvio. Questa formula non potrà essere applicata alle leggi di competenza del Senato, alle leggi elettorali, alla ratifica di trattati internazionali, alle leggi di amnistia e indulto e alle leggi di bilancio. Dati i numeri garantiti alla maggioranza dalla legge elettorale attuale, l’Italicum, secondo alcuni con questa formula vi è un forte sbilanciamento di potere verso l’esecutivo, il quale può far velocemente approvare i propri disegni di legge senza un’adeguata discussione nella Camera. Alcuni costituzionalisti sono arrivati addirittura a delineare il rischio di un governo “autocratico”, che detta le proprie priorità ad un Parlamento incapace di controllare in maniera adeguata il suo operato.

    3) Riforma Titolo V e caos competenze
    La riforma Titolo V è sicuramente uno degli aspetti più dibattuti e difficili da comprendere per chi non ha nozioni di diritto costituzionale. Vengono ridefinite diverse competenze prima esclusive delle Regione che, post-riforma, tornerebbero in mano allo Stato. In particolare:

    • Viene cancellata la definizione di “competenza concorrente” fra Stato e Regione, con le diverse materie ridistribuite fra le due istituzioni.
    • Viene introdotta la nuova “clausola di supremazia”, che permette allo Stato di intervenire sulle questioni di competenza non “esclusiva” delle Regioni nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”.
    • Viene introdotto anche il cosiddetto “regionalismo differenziato”, grazie al quale alle Regioni non a Statuto Speciale possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un bilancio in equilibrio. L’attribuzione del regionalismo differenziato dev’essere approvata da Camera e Senato ed è inoltre richiesto un dialogo tra Stato e Regione interessata.

    In linea generale vi è quindi un forte accentramento di potere nelle mani dello Stato. Scenario decisamente opposto rispetto alla situazione attuale. In una lettera aperta al governo inviata lo scorso aprile, 56 costituzionalisti hanno anche evidenziato la possibilità che si verifichi un forte rischio di confusione legislativa: con questa revisione del Titolo V, la procedura legislativa andrà a complicarsi in quanto prevederà “leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta”. Un caos di leggi decisamente in controtendenza con le aspettative di semplificazione e velocizzazione degli iter legislativi.

    4) Criticità di forma
    Nella stessa lettera citata nel punto precedente, i 56 costituzionalisti criticano la riforma in maniera formale e sostanziale, soffermandosi anche sulle modalità di approvazione oltre che nel mero contenuto: la riforma costituzionale è stata approvata con una maggioranza risicatissima al Senato, segno di non essere espressione di una volontà politica condivisa di cambiamento. A queste osservazioni di forma, si aggiungono anche quelle promosse dai vari comitati del NO: la riforma non è scritta in maniera corretta e lascia troppa libertà di interpretazione nell’attuazione sia legislativa che nel regolamento delle due Camere; non è frutto della volontà autonoma dell’organo legislativo ma è stata voluta, imposta ed approvata dal Parlamento sotto forte pressione del governo; inoltre, secondo i più critici, l’intera riforma costituzionale è illegittima in quanto prodotta da un Parlamento eletto nella sua interezza da una legge elettorale dichiarata incostituzionale (il Porcellum).

    5) Volontà politica: ovvero far cadere il governo Renzi
    Anche se questo punto non è legato strettamente al merito della riforma costituzionale, è innegabile che a spingere in molti a votare per il NO ci sia una forte volontà politica per far cadere il governo Renzi. È difficile prevedere come Renzi gestirebbe una potenziale vittoria del NO ma è certo che se effettivamente i cittadini non riconoscessero legittimo uno dei principali punti del programma di governo, i rappresentanti in Parlamento non potrebbero ignorare il significato politico del risultato. Con la dovuta pressione delle opposizioni, si aprirebbero la possibilità di presentare una mozione di sfiducia per la quale il governo rischia di non trovare più i numeri.

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