Ministra Pinotti, conosce la storia di Mario Ciancarella?

Mario Ciancarella, capitano pilota dell’aeronautica, indagava su Ustica e fu radiato. Ma la firma di Pertini sul decreto era falsa e un tribunale dopo 33 anni ordina il reintegro. Che cosa risponderà la ministra?

di Checchino Antonini

15036523_10210888726923186_5587274076514086261_n Mario Ciancarella e Nadia Furnari

No, la firma non è di Pertini, è uno scarabocchio apocrifo, lo ha stabilito il tribunale di Firenze. E quel decreto che lo radiava dall’aeronautica militare è carta straccia. Il ministero della Difesa, condannato in contumacia, nemmeno s’è preso la briga di costituirsi. Ma intanto, da 33 anni la vita del capitano Mario Ciancarella è stata sconvolta da quel pezzo di carta. Era un pilota di C130 in forza alla 46ma Brigata di stanza a Pisa. La sua vicenda non è scindibile dalla controinchiesta su Ustica e poi da quella sulla morte del parà Emanuele Scieri, diciannove anni dopo. E nemmeno dagli sforzi perché si faccia luce su due morti inquietanti, quella del maresciallo Dettori e del colonnello Marcucci che, con lui, cercavano di comporre il puzzle dei depistaggi sulla strage di Ustica. Da una libreria di Lucca racconta la sua storia a Left e a Popoffquotidiano.

E insieme rammentiamo la sera del 31 agosto del ’99 quando si presentò nella redazione di Liberazione, in maniche di camicia. Disse di essere stato stordito e derubato sul treno che lo conduceva a Roma dove era atteso da due redattori di quel quotidiano. Figura d’altri tempi, a pensarci ora, nell’epoca della retorica sui due marò: Ciancarella è stato un attivista del movimento per la democratizzazione delle forze armate. Fin dal suo ingresso nell’Accademia di Pozzuoli. Era l’autunno del ’69. Pochi mesi prima, diciottenne, era il leader dell’assemblea degli studenti medi di Pescara. Come lui, molti altri ufficiali, sottufficiali e soldati respirarono l’aria di quell’autunno caldo e presero a battersi perché le forze armate non fossero quella «beata insula incontaminata dal contagio costituzionale», come dirà nel 2000 il procuratore generale militare.

Ustica, siamo stati «noi»

Mentre Liberazione stava per uscire con un titolo fortissimo – “Ustica, sono stati gli italiani'” –  qualcuno sigillò col silicone la redazione viale del Policlinico. I carabinieri, che allora stazionavano davanti alle sedi di tutti i partiti presenti in Parlamento, non si accorse di nulla. Non sarà nè il primo, né l’ultimo segnale inquietante per Ciancarella.

Un passo indietro: è il gennaio del ’79 quando Mario viene raggiunto in sala operativa dalla telefonata della segreteria personale di Pertini. Il presidente partigiano vuole incontrare una delegazione degli 800 firmatari di una lettera aperta che reclamava l’immediata applicazione delle norme che istituivano i Cobar, le rappresentanze di base dei lavoratori con le stellette. Contro di loro una petizione di trecento generali convinti che così l’azione di comando sarebbe stata impossibile. Uno di loro, tale De Paolis, avrebbe definito «nipotini delle Br» i militari democratici.

Già nel ’76, a Livorno, Mario Ciancarella intervenne in pubblico contro il “marciume” nell’istituzione, fu denunciato e poi assolto perché venne riconosciuto il carattere “moralizzatore” delle sue parole. C’è uno spartiacque, l’abolizione della leva, che, secondo Mario, separa la breve stagione dei tentativi di democratizzazione delle forze armate dalla lunga stagione della restaurazione.

La sera del 27 giugno del 1980 si consuma la strage di Ustica. Un paio di giorni dopo lo chiama il maresciallo Alberto Dettori, radarista a Grosseto, dice «Comandante siamo stati noi!». Lì per lì, Ciancarella stenta credergli ma il ritrovamento del Mig libico sulla Sila, tre settimane dopo la strage, spinge Dettori a insistere: «Comandante quella del Mig è una puttanata…». E fornisce degli elementi: gli orari di atterraggio – l’ultimo F104 torna alla base di Grosseto venti minuti dopo la strage, alle 21.20 Bravo (ora legale italiana) –  e i missili a guida radar e a testata inerte. «A questo punto non potevamo non darci da fare», racconta ancora. «Noi», significa Ciancarella più Sandro Marcucci, colonnello, attivissimo nelle lotte per la democratizzazione. Sarà lui a dimostrare che il Mig non aveva l’autonomia necessaria per arrivare da Bengasi. Doveva essere partito da qualche altra parte. Forse proprio da Pratica di Mare, sul litorale romano. E poi quel 18 luglio s’era svolta proprio nel Mediterraneo la Devil’s Jam, Marmellata di diavoli, riuscitissima esercitazione Nato, alla presenza del Presidente del consiglio Cossiga per testare lo sbarramento da eventuali attacchi da sud. Com’è possibile che un Mig si sia schiantato sulla Sila senza che nessuno se ne accorgesse?

strage-di-ustica-prima-pagina-giornale

L’attacco alla fattoria

Ma c’è un’altro elemento: Zombie 56, il Tupolev di Gheddafi. Aveva chiesto per quella sera la rotta Bengasi-Brindisi-Zagabria ma fu attirato «nella pancia del nostro sistema», nel punto dov’è più alto il Tirreno, il cielo sopra Ustica. Rotta Bengasi-Palermo-Ponza-Ancona-Zagabria. Fu il Sios, il servizio segreto dell’Aeronautica diretto dal generale Tascio, a dare l’ok per quella rotta. Quindici anni dopo, il generale Arpino, capo di stato maggiore, ammetterà la bufala del Mig in Commissione stragi ma non si sarebbe potuta dire prima perché c’erano trattative commerciali in corso con altre intelligence. Ancora oggi Mario si chiede quanto siano durate quelle trattative e, soprattutto, perché nessun componente della commissione, che aveva poteri inquirenti, pensò di fare ulteriori domande. Questa storia, in fondo, è anche un capitolo dei rapporti subalterni del parlamento con gli apparati militari.

L’estate del 1980 trascorse indagando in totale riservatezza su Ustica finché, il 29 settembre, Mario Ciancarella venne arrestato (sarebbe stato arrestato – e poi assolto – anche nel 2000 per evitare che indagasse sull’omicidio del parà di leva Scieri) per una vicenda quasi banale: l’opposizione allo sfratto coatto del Cral della sua caserma ordinato dal generale Zeno Tascio, ancora lui. Mario va tre giorni a Forte Boccea, carcere militare romano, dove però, la prima notte venne violentato da una squadretta di tre o quattro sconosciuti che abusarono di lui in assoluto, agghiacciante, silenzio. Ci vorranno vent’anni perché Ciancarella trovi la forza di scrivere di quella notte. L’arresto era per una fantomatica insubordinazione. Anche stavolta uscirà pulito ma con una formula che lascia spazio a un seguito disciplinare. Tre anni dopo la radiazione. Era l’11 ottobre ’83. Anche quel processo, però, è una pagina buia: il collegio di difesa era composto dall’avvocato Fausto Tarsitano, del Pci, dal socialista Loris Fortuna, il padre della legge sul divorzio, e dal democristiano Mino Martinazzoli. Ma i tre non si presentano il giorno del processo e poi rinunciano a presentare le motivazioni dell’appello. Parte la proposta di radiazione e Mario Ciancarella scrive a Pertini chiedendogli di “onorarlo” firmando il decreto. Almeno quello. Solo dopo nove anni Mario riuscirà ad ottenere una copia del decreto. Pertini è appena morto da alcuni mesi. Che la firma fosse fasulla se ne accorse subito.

La controinchiesta su Ustica

La controinchiesta su Ustica era ripresa nel 1987 assieme a Sandro Marcucci che, sei anni prima, era finito in manette anche lui. «Li abbiamo in pugno!», disse a Mario. Un pilota e un controllore di volo sarebbero stati disposti a parlare ma a natale Marcucci fu arrestato con accuse false confezionate dal suo comandante di Guidonia. Fu assolto ma un anno dopo uscì dall'”arma azzurra” sbattendo la porta. Nel 1987, Marcucci e Mario decidono dunque di cercare Dettori a Grosseto. Tre giorni dopo, però, quel maresciallo fu trovato “impiccato” e, nel 1992, anche Marcucci precipitò sulle Apuane in circostanze quanto mai strane. Mario, con l’Associazione antimafia Rita Atria, si batte perché vengano riaperte entrambe le indagini.

Intanto, i due ufficiali democratici erano riusciti a ipotizzare che la strage serviva a confezionare una trappola per Gheddafi, con la complicità di Francia e Polonia che lo attirarono a Varsavia per trattative riservate, Tripoli e Parigi si contendevano l’egemonia sul Ciad e il gabinetto Cossiga fu uno dei pochi governi senza Andreotti, notoriamente filoarabo. Il Mig di scorta al Tupolev doveva essere accusato di aver buttato giù il Dc9 Itavia dove viaggiavano, e morirono, in 81. Gheddafi sarebbe stato arrestato a Varsavia e, in Libia era già pronto un colpo di stato incoraggiato dagli occidentali. Tant’è che nei mesi successivi Gheddafi dovrà fare una truculenta purga tra le sue forze militari. Fu la faida interna ai servizi italiani, storicamente divisi tra filoarabi e filoamericani, secondo Ciancarella, a far fallire quello che nei manuali militari viene definito l'”attacco alla fattoria”. E che doveva servire, proprio come in un western di serie B, a scatenare una “guerra indiana”. I filoarabi avrebbero avvertito Gheddafi, che infatti tornò indietro, ma ormai era impossibile bloccare l’operazione. Gli italiani (ricordate Dettori: «Comandante siamo stati noi») avrebbero buttato giù il Dc9 facendo il lavoro sporco per le forze Usa che, dopo la direttiva Carter che imponeva un’autorizzazione esplicita della Casa Bianca a qualunque operazione all’estero, non potevano più agire come in Cile pochi anni prima.

Ma come si fa a perdersi sei missili?

Un nome ricorre, dalla vicenda di Mario a quella processuale: quello di Zeno Tascio, comandante del Sios al tempo di Ustica ed ex comandante della 46ma Brigata dove sarebbe arrivato nel ’77 per gestire le indagini sulla strage di 38 allievi dell’Accademia di Livorno che volavano per il battesimo dell’aria con un ufficiale di accompagnamento e cinque membri dell’equipaggio. Chi pilotava non aveva l’abilitazione ma, secondo le accuse di Mario, fu coperto. «Una storia, anche questa da riaprire. Tascio diceva che mi avrebbe distrutto». E chissà se ha avuto un ruolo nella radiazione. Il giudice Priore lo spedì alla sbarra con l’accusa di alto tradimento per Ustica.

Era un giorno di novembre quando, durante la festa per i due anni di sua figlia, Ciancarella ha un’intuizione. «Capimmo la questione dei missili a testata inerte vedendo l’effetto bomba su un palloncino che esplodeva urtando la brace di una sigaretta». In effetti, l’effetto bomba riscontrabile sui rottami del Dc9, può essere spiegato dalla presenza di tre sferule contenute nei missili a testata inerte ritrovate nel bordo di attacco alare destro. L’aeronautica italiana ne aveva sei e non ha mai detto che fine abbiano fatto. «Come si fa a perdersi sei missili da guerra?!». Il giudice Rosario Priore, che nel ’99, con una sentenza ordinanza istruì il processo a quattro generali per i depistaggi, cataloga Mario tra gli “inconsapevoli portatori di elementi inquinanti”. In questo modo ha evitato di portarlo in aula ma al tempo stesso s’è sottratto alla verifica in un eventuale dibattimento delle circostanze politiche e militari della strage prospettate da Ciancarella e Marcucci. Gli appelli di molti politici agli “alleati”, Francia in testa, perché aprano gli archivi, sarebbero un mantra consolatorio e deresponsabilizzante.

A questo punto i due ex ufficiali cominciano a pensare che sarebbe giusto costruire uno strumento che dia voce al “silenzio degli innocenti”, si mettono al lavoro per organizzare un convegno. L’idea è che la società civile possa essere parte civile nei processi sulle stragi, come le Madres argentine. «Mario – disse Marcucci all’amico – finché il sangue dei nostri figli varrà di più del sangue dei figli degli altri, ci sarà sempre, qualcuno pronto a compiere stragi nelle piazze, nelle stazioni, sui treni o sugli aerei, con la sicurezza della impunità. Dobbiamo farci familiari di tutte le vittime di delitti e stragi impunite, come lo fossimo di sangue finché non avremo ottenuto verità e giustizia».

Dopo il “suicidio” di Dettori, muore anche Marcucci

A gennaio del ’92 esce su un giornale toscano una lettera che denuncia la collusione tra Tascio e il Viminale che non s’era costituito parte civile come, invece, aveva chiesto Priore. Due giorni dopo Marcucci precipita sulle Apuane dopo l’esplosione del cruscotto del suo Piper che era stato deviato in zona inaspettatamente. La guardia forestale trovò in quei boschi due improbabili escursionisti ma non li identificò.

Indagini e perizie malfatte, politici muti, minacce velate e scoperte, “cimici” nella libreria, morti incredibili, come quella, nel ’95, del maresciallo Puglisi, che fabbricò la falsa scia radar del Mig. Fu trovato impiccato a un albero molto più basso di lui. E poi la firma falsa. Per anni Ciancarella farà il giro degli studi legali cercando qualcuno che si voglia far carico di una battaglia così difficile. Nel 2007 troverà un avvocato di Viareggio che suggerisce la perizia calligrafica ma, non appena giunge il risultato, il legale si dilegua e si cancella dall’albo degli avvocati. Finché arriva Mauro Casella, lucchese, legale dei migranti, che alla fine la spunta: il tribunale di Firenze ha finalmente accertato la falsità della firma. Ciancarella reclama ora la reintegra amministrativa e patrimoniale, più i danni. E continua a chiedersi perché siano arrivati a inventarsi una firma pur di liberarsi di lui. Nel frattempo il mondo è cambiato: la verità su Ustica è sempre più lontana, di ufficiali democratici nemmeno l’ombra e anche la Costituzione se la deve vedere con la deformazione che vuole imprimerle Renzi.

Il caso sbarca in Parlamento

Ieri, 10 novembre, la storia di Mario è arrivata in Parlamento. Per ora solo in sala stampa, per una conferenza stampa disertata dal servizio pubblico Rai e dai grandi giornali per bene. Claudio Fava, vicepresidente della commissione Antimafia, e Davide Mattiello, Pd, hanno annunciato l’immediata formulazione del question time alla ministra della Difesa Pinotti perché si pronunci sull’immediato reintegro ordinato dal Tribunale di Firenze.

La clamorosa rivelazione sulla falsificazione della firma di Pertini potrebbe riaprire le indagini sulla morte di Dettori e dare nuovo impulso all’inchiesta sulla morte di Sandro Marcucci, tenente colonnello pilota, attivista come Ciancarella, ucciso in una strana esplosione sulle Apuane. E’ ancora più lunga la scia di morti collaterali di Ustica. La versione ufficiale parlò di una quanto mai improbabile imperizia dell’ufficiale con anni e anni di esperienza di volo.

A far riaprire il caso Marcucci è stata decisiva l’Associazione Antimafia Rita Atria con un esposto alla Procura di Massa. L’Italia, come insegna spesso Manlio Milani, del comitato familiari delle vittime della Strage di Brescia, è da tempo il Paese dei comitati che cercano per decenni verità e giustizia. «Ma non si può sempre delegare alle associazioni», dice Nadia Furnari della Rita Atria che, tra l’altro, ha promosso l’appello per il reintegro di Ciancarella. Dall’arma azzurra, intanto, «un silenzio assoluto, una prolungata contumacia, che ha meravigliato anche i giudici di Firenze», spiega Mauro Casella, l’avvocato di Lucca che, dopo 17 anni di peregrinazioni dell’ex capitano s’è assunto l’onere di un processo difficilissimo. Potrebbe dire qualcosa in merito, certamente informato su fatti generale Tricomi, ora in pensione, che consegnò con anni di ritardo, nel 1992, l’atto amministrativo di radiazione con la firma taroccata.

Il 7 novembre è scaduto il termine concesso dal giudice per il reintegro di Ciancarella. Che cosa risponderà la ministra Pinotti in Aula? Sarà disponibile questo governo a «saldare quel debito nei confronti di Ciancarella? Ad assumersi le responsabilità politiche rispetto alle conseguenze di una manipolazione della verità che è anche una violenza alla Repubblica? «La verità non può essere prescritta», ha detto Claudio Fava. Vaglielo a spiegare a una  ministra della guerra e del Pd.

una versione di questo articolo è uscita sul numero 43 del settimanale Left

left

 

 



Torna alla homepage

Articoli sullo stesso argomento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati

Ads by Google
immaginazioni
Terza pagina
Culture