Lavoro e Costituzione. Un filo rosso chiamato democrazia

Votare No alla “riforma” della Costituzione è parte di una battaglia per la radicale democratizzazione del paese, per la redistribuzione del potere economico e politico anche nei luoghi di lavoro, oggi nelle mani di pochissimi

di Claudia Candeloro*

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In questi giorni concitati da pre-referendum costituzionale la difesa della democrazia costituzionale, della sovranità popolare, la contrarietà nei confronti del progetto di partito unico al comando, sono le parole d’ordine di una campagna elettorale che costituisce uno dei punti di svolta per la nostra Italia.

La riforma costituzionale non costituisce, tuttavia, altro che il compimento, l’espressione massima dal punti di vista simbolico, di un disegno eversivo che ha avuto inizio a fine 2011, con la nomina del governo Monti da parte di Re Giorgio ma che con il Governo di Matteo Renzi ha avuto il suo compimento più maturo. Un disegno eversivo che ha avuto, come nella riforma costituzionale un unico filo conduttore, il restringimento degli spazi di democrazia e di sovranità spettanti al popolo, l’accentramento del potere politico e economico, a volte di vita o di morte, nelle mani di pochissime persone a danno di tutte le altre. Quell’1% che vive alle spalle del 99 che ha bisogno di lavorare.

Un programma già evidente con la buona scuola, con il “potenziamento” della figura del preside come unico detentore del potere all’interno delle scuole, con lo sblocca Italia, ove abbiamo assistito all’esautoramento delle comunità locali riguardo alle decisioni strategiche sul proprio territorio, con la riforma costituzionale qui in discussione appunto, ma forse soprattutto con il Jobs Act, che ha modellato un mondo del lavoro ove la classe padronale, all’interno dei luoghi di lavoro e nella complessiva società, ha riacquistato potere centrale nei confronti della vita della maggioranza.

Cosa ha stabilito il jobs act? Eliminando la reintegra come sanzione del licenziamento ILLEGITTIMO effettuato da coloro che oggi a ben guardare potremmo riniziare a chiamare padroni, ha di fatto eliminato ogni tipo di tutela sul posto di lavoro. E ciò non solo per quello che riguarda le norme effettivamente modificate (come è avvenuto per l’apertura al demansionamento e lo spregio alla professionalità dei lavoratori),ma anche per tutte le altre, essendo che i lavoratori e le lavoratrici non avranno più alcun tipo di argine contro gli atti arbitrari del proprio datore di lavoro. Chi mai oserà più far notare il mancato rispetto ad esempio delle norme di sicurezza? Chi mai oserà più anche solo risultare antipatico al proprio capo? Il jobs act ha costruito un’Italia ove MILIONI DI PERSONE sono dichiarate per legge, in ragione delle loro condizioni economiche, subalterne. E ciò è tanto più valido per i contratti precari, per i quali sono state completamente eliminate anche le fragilissime tutele addirittura introdotte nel 2003 dalla Legge Biagi.

Non solo. Si è parlato del nettissimo squilibrio di potere che per legge è stato sancito nei luoghi di lavoro. Ma il jobs act non si è limitato a ciò, ma ha anzi stabilito il predominio della classe padronale, la sua impunità avanti la legge, dinanzi la complessiva società.

La reintegra nel posto di lavoro, infatti era LA sanzione per i comportamenti illegittimi del datore di lavoro: non meccanismo automatico dopo ogni licenziamento, bensì conseguenza della VIOLAZIONE da parte del datore delle norme sul licenziamento. Con i nuovi contratti non sarà più così: il padrone è libero di licenziare chiunque egli vorrà, svincolato dalla legge e sempre impunito al contrario di tutti gli altri, ed il costo di tale violazione, che con l’art. 18 gli rimaneva in capo, sarà d’ora in poi accollato in parte al lavoratore, in parte alla fiscalità generale, mediante quei contributi pagati per la quasi totalità dagli stessi lavoratori!

L’elemento della democrazia, della distribuzione del potere, come è facile capire, diventa qui fondamentale, e per due motivi precisi che toccano anche la contrarietà a questa riforma costituzionale.

Il primo, di ordine si potrebbe dire “metodologico”, è che leggi di stampo così antidemocratico, sono state fatte da governi, per così dire, eccezionali, nominati da un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano che per i suoi atteggiamenti eversivi sarebbe dovuto essere stato messo in stato d’accusa per attentato alla Costituzione: governi eccezionali che non hanno posseduto alla loro nomina, né probabilmente per gran parte del loro mandato, alcun tipo di consenso popolare, e che tuttavia si sono permessi di cambiare così stabilmente le leggi di questo paese e la vita stessa di milioni di persone (si pensi solo agli anni rubati, e pagati con decenni di lavoro, dalla riforma Fornero sulle pensioni e dal nuovo accordo sul prestito agevolato per riacquistare ciò che già si aveva di diritto!). Tale eccezionalità, dovuta alla presenza del peggior presidente della Repubblica mai avuto, la riforma costituzionale vorrebbe fosse la normalità, costringendo il popolo italiano a sottostare a innumerevoli governi padroni di fare della loro vita quello che vogliono.

Il secondo, sostanziale,è la centralità della battaglia per la democrazia, per la sovranità popolare,per la redistribuzione del potere, politico ED economico, a quel soggetto che, anche per la Costituzione, ne è l’unico detentore, ovvero il popolo. Una battaglia che spesso è stata abbandonata, o intesa in senso meramente formale riguardo la rappresentanza istituzionale,ma che deve essere ripresa e radicalizzata, estesa anche ai luoghi di lavoro ove il potere decisionale è completamente sbilanciato da una sola parte.

Una battaglia per la radicale democratizzazione di questo paese, per la redistribuzione del potere economico e del potere politico anche e soprattutto nei luoghi di lavoro, che oggi sono nelle mani di pochissimi, ma che devono tornare ad essere appannaggio di questo popolo sempre più debole, affamato e depresso. E di noi in mezzo a loro.

La lotta è ardua, i contenuti troppo spesso dimenticati, ma si può fare e si deve fare. Possiamo farlo, a partire dal 4 dicembre, ma soprattutto dopo. È una battaglia che può riempire una vita

*Portavoce nazionale Giovani Comunisti/e



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