Quell’olio di palma ottenuto “spremendo” i bambini

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Lavoro minorile e sottopagato, abusi sulle lavoratrici e altri scempi nella produzione di olio di palma in Indonesia per nove famose multinazionali. Un rapporto di Amnesty

di Francesco Ruggeri

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Il gelato Magnum, il dentifricio Colgate, i cosmetici Dove, la zuppa Knorr, la barretta di cioccolato KitKat, lo shampoo Pantene, il detersivo Ariel e gli spaghetti Pot Noodle contengono, molto probabilmente, olio di palma ottenuto sfruttando bambini indonesiani. Le solite Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, AFAMSA, ADM: i principali marchi mondiali di cibo e prodotti domestici stanno vendendo alimenti, cosmetici e altri beni di uso quotidiano contenenti olio di palma ottenuto attraverso gravi violazioni dei diritti umani in Indonesia, dove bambini anche di soli otto anni lavorano in condizioni pericolose. Lo ha denunciato Amnesty International, in un rapporto intitolato “Il grande scandalo dell’olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti”, risultato di un’indagine sulle piantagioni dell’Indonesia appartenenti al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, il gigante dell’agro-business Wilmar, che ha sede a Singapore, fornitore di quelle nove multinazionali (nove marchi, che nel 2015 hanno complessivamente fatturato utili per 325 miliardi di dollari) che, volentieri, chiudono un occhio di fronte allo sfruttamento dei lavoratori nella loro catena di fornitura. «Nonostante assicurino i consumatori del contrario, continuano a trarre benefici da terribili violazioni dei diritti umani. Le nostre conclusioni dovrebbero scioccare tutti quei consumatori che pensano di fare una scelta etica acquistando prodotti in cui si dichiara l’uso di olio di palma sostenibile», ha dichiarato Meghna Abraham di Amnesty International, che ha condotto l’indagine. «Grandi marchi come Colgate, Nestlé e Unilever garantiscono ai loro consumatori che stanno usando olio di palma sostenibile ma le nostre ricerche dicono il contrario. Non c’è nulla di sostenibile in un olio di palma che è prodotto col lavoro minorile e forzato. Le violazioni riscontrate nelle piantagioni della Wilmar non sono casi isolati ma il risultato prevedibile e sistematico del modo in cui questo produttore opera», ha aggiunto Abraham.

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Sistematiche violazioni nella catena di fornitura
Amnesty International ha intervistato 120 lavoratori delle piantagioni di palma di proprietà di due sussidiarie della Wilmar e per conto di tre fornitori di quest’ultima nelle regioni indonesiane di Kalimantan e Sumatra scoprendo donne costrette a lavorare per molte ore dietro la minaccia che altrimenti la loro paga verrà ridotta, con un compenso inferiore alla paga minima (in alcuni casi, solo 2,50 dollari al giorno) e prive di assicurazione sanitaria e di trattamento pensionistico;bambini anche di soli otto anni impiegati in attività pericolose, fisicamente logoranti e talvolta costretti ad abbandonare la scuola per aiutare i genitori nelle piantagioni; lavoratori gravemente intossicati da paraquat, un agente chimico altamente tossico ancora usato nelle piantagioni nonostante sia stato messo al bando nell’Unione europea e anche dalla stessa Wilmar; lavoratori privi di strumenti protettivi della loro salute, nonostante i rischi di danni respiratori a causa dell’elevato livello di inquinamento causato dagli incendi delle foreste tra agosto e ottobre 2015; lavoratori costretti a lavorare a lungo, a costo di grave sofferenza fisica, per raggiungere obiettivi di produzione ridicolmente elevati, a volte usando attrezzature a mano per tagliare frutti da alberi alti 20 metri; lavoratori multati per non aver raccolto in tempo i frutti dal terreno o per aver raccolti frutti acerbi.
La Wilmar ha ammesso l’esistenza di problemi relativi al lavoro nelle sue attività. Ciò nonostante, l’olio di palma proveniente da tre delle cinque piantagioni indonesiane su cui Amnesty International ha indagato è stato certificato come “sostenibile” dal Tavolo sull’olio di palma sostenibile, un organismo istituito nel 2004 dopo uno scandalo ambientale. “Il nostro rapporto mostra chiaramente che le aziende usano quell’organismo come uno scudo per evitare controlli. Sulla carta hanno ottime politiche, ma nessuna ha potuto dimostrare di aver identificato rischi di violazioni nella catena di fornitura della Wilmar” – ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Imprese e diritti umani di Amnesty International.

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Dubbi sulle dichiarazioni di “sostenibilità”
Esaminando la documentazione sulle esportazioni e altre informazioni pubblicate dalla Wilmar, le ricerche di Amnesty International hanno rintracciato olio di palma in nove marchi globali di cibo e prodotti domestici. Sette di questi hanno confermato di utilizzare olio di palma fornito dalla Wilmar ma solo due (Kellogg’s e Reckitt Benckiser) hanno accettato di fornire dettagli sui prodotti coinvolti.
Otto su nove di questi marchi fanno parte del Tavolo sull’olio di palma sostenibile e sui loro siti o sulle tabelle nutrizionali dichiarano di usare “olio di palma sostenibile”. Le nove aziende non hanno smentito l’esistenza di violazioni ma non hanno fornito alcun esempio di azioni intraprese su come vengono trattati i lavoratori nelle attività della Wilmar. “I consumatori vorrebbero sapere quali prodotti sono legati alle violazioni dei diritti umani ma le aziende mantengono una grande segretezza” – ha commentato Joshi.
“Le aziende devono essere più trasparenti su cosa contengono i loro prodotti. Devono dichiarare da dove vengono le materie prime contenute nei prodotti che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Se non lo faranno, beneficeranno e in qualche modo contribuiranno alle violazioni dei lavoratori. Attualmente, stanno mostrando una completa mancanza di rispetto nei confronti di quei consumatori che, quando si recano alla cassa, pensano di aver fatto una scelta etica” – ha aggiunto Joshi.

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Il lavoro minorile
Il rapporto di Amnesty International denuncia che bambini da otto a 14 anni svolgono lavori pericolosi nelle piantagioni possedute e dirette dalle sussidiarie e dai fornitori della Wilmar. Lavorano senza equipaggiamento di sicurezza in piantagioni dove vengono usati pesticidi tossici e trasportano sacchi di frutti che possono pesare da 12 a 25 chili. Alcuni di loro abbandonano la scuola per dare una mano ai genitori nelle piantagioni, altri lavorano il pomeriggio dopo la scuola o nei fine settimana e nei giorni festivi.
Un bambino di 14 anni che raccoglie e trasporta frutti di palma in una piantagione della Wilmar ha raccontato di aver lasciato la scuola a 12 anni perché suo padre si era ammalato e non era più in grado di raggiungere gli obiettivi di produzione. Con lui lavorano, al termine dell’orario scolastico, i suoi fratelli di 10 e 12 anni.
“Aiuto mio padre ogni giorno, da due anni. Ho studiato fino alla sesta classe poi mi sono messo a lavorare con mio padre, perché lui non ce la faceva più, si era ammalato. Mi dispiace aver abbandonato la scuola. Avrei voluto continuare per diventare più bravo. Avrei voluto fare l’insegnante”.
Il lavoro, che richiede un enorme sforzo fisico, può causare danni alla salute dei bambini. Uno di loro, che oggi ha 10 anni, ha a sua volta abbandonato la scuola quando ne aveva otto per lavorare in una piantagione della Wilmar. Si sveglia alle sei del mattino e lavora sei ore al giorno, esclusa la domenica:
“Non vado più a scuola. Trasporto i sacchi coi frutti ma riesco a riempirli solo a metà. Sono pesanti. Lo faccio anche se piove ma è più difficile. Mi bruciano le mani e mi duole il corpo”.

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Le lavoratrici
Il rapporto di Amnesty International denuncia la discriminazione nei confronti delle donne, assunte giorno per giorno senza garanzie d’impiego permanente e benefici sociali come l’assicurazione sulla salute e la pensione.
Amnesty International ha anche documentato casi di lavoro forzato e di capisquadra che sfruttano le donne minacciandole di non pagarle o di ridurle la paga.
Una donna ha raccontato come sia stata costretta a lavorare di più attraverso minacce implicite ed esplicite:
“Se non raggiungo gli obiettivi, mi impongono di lavorare di più ma senza paga. Io e la mia amica abbiamo detto al caposquadra che eravamo stanche e volevamo andare via ma lui ci ha detto ‘se non avete voglia di lavorare, andate a casa e non tornate più’. Come si fa a lavorare con questi obiettivi impossibili? Mi bruciano i piedi, mi bruciano le mani e mi fa male la schiena”.
L’Indonesia ha una legislazione sul lavoro molto solida, in base alla quale la maggior parte di questi trattamenti costituirebbero reati penali, ma viene applicata malamente. Amnesty International chiede al governo indonesiano di migliorare la sua applicazione e indagare sulle violazioni denunciate nel rapporto.

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Ulteriori informazioni
Le ricerche di Amnesty International hanno rintracciato olio di palma lavorato da raffinerie e frantoi proveniente dalle piantagioni esaminate, in sette delle nove aziende: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Nestlé, Reckitt Benckiser e Kellogg’s attraverso una sua joint-venture.
Le altre due, Procter & Gamble e Unilever, hanno confermato ad Amnesty International che usano olio di palma proveniente dalle piantagioni della Wilmar in Indonesia ma non hanno specificato esattamente da quale raffineria si riforniscono. Poiché Amnesty International ha rintracciato olio di palma dalle piantagioni oggetto della sua ricerca in 11 delle 15 raffinerie della Wilmar, è assai possibile che queste due aziende si riforniscano da almeno una di queste raffinerie.
Amnesty International ha chiesto alle aziende di chiarire se l’olio di palma dichiarato nel contenuto di una lista di prodotti provenga da attività della Wilmar in Indonesia. Due di loro, Kellogg’s e Reckitt Benckiser, hanno confermato.
Colgate e Nestlé hanno ammesso di ricevere olio di palma dalle raffinerie indonesiane della Wilmar. Il rapporto di Amnesty International collega queste raffinerie alle piantagioni che ha indagato. Colgate e Nestlé hanno però dichiarato che nessuno dei prodotti elencati nel rapporto di Amnesty International contiene olio di palma proveniente dalle piantagioni della Wilmar, tuttavia non hanno reso noto quali altri prodotti invece lo contengono.
Due altre aziende, Unilever e Procter & Gamble, non hanno corretto l’elenco dei prodotti fornito da Amnesty International. Le rimanenti tre, infine, hanno risposto in modo vago o non hanno risposto affatto.

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Negli altri paesi: Nutella e la Malesia

In questo quadro sbiadisce l’attendibilità di convegni come quello promosso dal governo della Malesia in Italia per accreditare il paese come produttore affidabile di olio di palma sostenibile. Ce n’è stato uno giusto ieri in occasione della Celebrazione della giornata mondiale dell’olio di oliva indetta dal Consiglio Oleicolo Internazionale, organizzato insieme a Mpoc, l’agenzia governativa Malaysian palm oil board (Mpob), per diffondere la “verità” sull’olio vegetale più discusso al mondo; e questo con l’aiuto dei rappresentanti del mondo della ricerca e dell’industria agroalimentare. La Malesia, ha ricordato l’Ambasciatore, vanta oltre il 25% di olio di palma “certificato” dall’organizzazione internazionale Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil), che garantisce la sostenibilità di tutta la filiera. Una delle preoccupazioni è sul cosiddetto “terrorismo alimentare” secondo cui quell’olio avrebbe un ruolo chiave nell’obesità dei bambini. Come per il climate change, anche in questo caso ci sono addetti ai lavori pronti a sostenere tesi contrapposte. A scendere in campo anche Laurent Cremona, direttore globale del Gruppo Ferrero, tra le imprese che, comunicandolo, utilizza l’olio di palma per tutte le sue produzioni. Nel menzionare la Nutella, il direttore ha precisato «i nostri consumatori affezionati hanno capito molto bene che era una bufala la campagna contro l’olio di palma, il cui impatto sulle nostre vendite è stato trascurabile». Va detto che perfino, nel suo Rapporto annuale sul traffico di esseri umani, il Dipartimento di Stato Usa indica le coltivazioni di palma da olio della Malesia come uno dei principali settori in cui vengono impiegati e sfruttati lavoratori oggetto di tratta. Il Rapporto del 2014 aveva classificato la Malesia al livello 3, il più basso, a causa degli insufficienti sforzi del governo malese nel contrasto al traffico di esseri umani. Il Wall Street Journal scrive a luglio scorso, che ci sono state pressioni, affinché quest’anno il giudizio fosse migliore e la Malesia fosse portata al livello 2, cosa che è avvenuta, per poterla includere nel Trans-Pacific Partnership (TPP), il Trattato di libero scambio che gli Stati Uniti stanno negoziando da cinque anni con altri undici paesi dell’area del Pacifico. Tuttavia, anche nel Rapporto 2015, a proposito della Malesia, si denunciano le pratiche di lavoro forzato a cui sono sottoposti lavoratori immigrati in alcuni settori, tra cui spiccano le piantagioni di palma da olio.

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