Referendum costituzionale: a chi serve un NO senza classe?

1 commento

Referendum costituzionale: a chi serve un NO senza classe? Lo stesso mantra del “comunque vada il 4 dicembre la lotta continua” ha senso solo in quest’ottica

di Alessio Di Florio

_mg_1650-copia

Il maestro Pippo Fava, mi permetto di pensare, non si risentirà se vien parafrasata una delle sue espressioni più conosciute. La lettura della campagna referendaria costituzionale in un’ottica di classe, e la domanda a chi diventa utile che non ci sia, mi sembra non abbia avuto lo spazio necessario e dovuto in queste settimane. Escluse alcune eccezioni, anche nella sinistra che dovrebbe vedervi la propria stella polare. Dovrebbe, invece, essere il nodo principale di tutta la discussione. Perché solo partendo da una reale ottica di classe, e dal protagonismo delle classi lavoratrici e meno abbienti, può essere possibile affrontare il cuore delle questioni in ballo e smontare alcune delle armi della propaganda del campo avverso.

Il periodo storico, e le dinamiche sociali che si sono sviluppate in quegli anni, è stato fondamentale nella nascita della Costituzione Italiana. La vittoriosa Resistenza al nazifascismo, in Italia e in tutta Europa, e il protagonismo di una sinistra comunista e di classe, hanno permesso di giungere ad un altissimo compromesso e all’affermarsi di istanze sociali, politiche e culturali di lavoratrici e lavoratori. Una dinamica rimasta sempre attiva nei decenni dentro il campo dell’applicazione della Costituzione del 1948. Quando la classe lavoratrice è stata protagonista, ed è riuscita ad essere vittoriosa, si sono affermati diritti ed è avanzato il fronte per una società più giusta ed egualitaria, spezzando catene dell’oppressione capitalista. Nel momento in cui questo fronte è arretrato, ed ha subito storiche sconfitte, è accaduto il contrario. Un esempio su tutti potrebbe essere quello della leva fiscale: la progressività costituzionale non va difesa per formalismo, ma per decisa lotta per la giustizia sociale. Purtroppo, invece, sentiamo sempre più solo discorsi generici sull’evasione fiscale (inconcepibile che si stimi il totale dell’evasione e basta, è assolutamente indispensabile cominciare a distinguere il lavoratore e l’impoverito dal capitalista criminale …) e sulla tassazione più alta del mondo (o presunta tale). Omettendo che, in realtà, se andiamo a vedere i numeri reali dagli Anni Settanta ad oggi i grandi ricchi pagano quasi il 30% e i meno abbienti quasi il 15% in più.
Lo stesso mantra del “comunque vada il 4 dicembre la lotta continua” ha senso solo in quest’ottica. Se non si parte dalla difesa e avanzamento dei diritti della classe lavoratrice, degli impoveriti, degli oppressi, di chi quotidianamente subisce ingiustizie e vessazioni, dal 5 dicembre non si può far riferimento a nessuna lotta. Si ridurrebbe tutto ad un mero discorso elettoralistico tra partiti dello stesso campo borghese e capitalista: se la riforma verrà confermata dalla vittoria del Si l’unica “lotta” possibile sarebbe la vittoria di altre coalizioni che la modificherebbero (a colpi di maggioranza? E non sarebbe lo stesso comportamento oggi criticato a Renzi?). E qua veniamo all’altro caposaldo della propaganda renziana: l’accozzaglia, il “votate come Casa Pound e Berlusconi” e così via. Senza dimenticare il dato di fatto che il PD con Berlusconi ci fa accordi politici da decenni (dal “patto della crostata” al governo Monti, senza dimenticare che sul sito “bastaunsi” hanno persino scritto che la loro riforma realizza alcuni dei punti del programma elettorale del rottamato PDL…) e che sulla lotta al neofascismo tutto possono fare tranne che dare lezioni (l’elenco di omissioni, silenzi e persino connivenze con le destre è sterminato…), in un’ottica comunista e di classe l’accozzaglia del NO semplicemente non esiste. Ed è un argomento che può essere portato avanti solo rimuovendolo, non considerando i lavoratori e le classi  meno abbienti protagonisti sociali. Se così fosse, battersi per il NO al referendum avrebbe il sapore di una disputa tutta interna alle politiche padronali per tentare di sostituire chi sta al governo con altri. Esponenti di una classe politica che, al massimo del progressismo, esprimono orfani di Prodi e dell’Ulivo che – parafrasando De Gregori – non hanno neanche “il carisma di Mastro Lindo”.

Un’omissione che troppo spesso è avvenuta nei movimenti e nelle lotte che più hanno visto (o avrebbero dovuto vedere) le sinistre e i comunisti in questo Paese. Il pacifismo, la lotta contro le guerre, non può essere scissa dall’internazionalismo e dalla lotta contro le oppressioni fasciste. Una vera Pace non può esistere senza giustizia, libertà e lotta per spezzare le catene che opprimono le classi più deboli e popoli interi. Altrimenti si diventa neutrali tra oppressori e oppressi, tra capitalisti e vittime del capitalismo. E la nonviolenza diventa solo retorica buona per il mercato dei potentati, disarmando chi dovrebbe essere sostenuto nella sua lotta. Si proclamerebbe di voler ridurre la violenza nel mondo ma, di fatto, ci si schiererebbe con i maggiori autori delle violenze più atroci, brutali e disumane. Considerazioni simili valgono per l’ambientalismo: senza un’ottica ecosocialista, anticapitalista e di classe non si arriverà mai ad affrontare nessuna reale questione e si ritroverebbe ad essere nulla più di un “vezzo borghese”. Senza costruire un’alternativa alle devastazioni e allo sfruttamento del capitalismo industriale, senza porsi nell’ottica di lottare per la salute, la dignità e i diritti degli sfruttati e delle vittime del capitalismo criminale, alla fine si cercano compromessi diventando alleati di chi si dovrebbe combattere, si portano avanti questioni a dir poco velleitarie e ornamentali fino ad alimentare vere e proprie caste che vivono di collateralismo con i palazzi ( se vivi di “contributi pubblici” e t’intrecci con ogni amministrazione quale lotta credibile puoi portare avanti? Quale denuncia indipendente puoi realizzare?) e di “verniciate verdi”.

Analogo discorso va fatto per l’antimafia: senza porsi contro il capitalismo mafioso, contro il controllo di classe sull’economia e sulla società, ci si riduce ad una casta autoreferenziale di iniziative inutili, quando non totalmente ipocrite (trovandoti a farti sostenere da bandi di amministrazioni non proprio “antimafiose” o addirittura a sfilare “per la legalità” con politici e altri personaggi a dir poco discutibili). O a diventare difensori di uno status quo dove si scrive “legalità” ma si legge ben altro: repressione di spazi sociali e di chi costruisce reali alternative al degrado, al “welfare delle mafie”, alla speculazione edilizia (e non solo), difesa di un sistema ingiusto, oppressivo (nella mera ottica legalitaria contro le leggi razziali non ci si doveva opporre, tra il difendere una famiglia indigente che si batte al diritto alla casa e lo speculatore che vuole mantenere vuote e abbandonate al degrado le sue palazzine si dovrebbe scegliere il secondo)  e clientare (il sistema di clientele, ruffiani e lacché di una certa DC era perfettamente legale …).



Torna alla homepage

Pubblicato in In fondo a sinistra

Articoli sullo stesso argomento:

1 commento

  1. eugenia

    come non sottoscrivere queste tue parole? il problema è un altro … sei già stato davanti ad una fabbrica per volantinare per il NO? io sì, ed è stato mortificante vedere gli operai farsi problemi a prendere il volantino perché le guardie all’entrata li sorvegliano, scoprire poi due o tre di questi mentre consegnano il volantino alle guardie che subito telefonano in direzione per chiedere cosa devono fare, se ci possono lasciare lì a volantinare o ci devono cacciare … questa è la realtà della fabbrica, caro Alessio ed è da qui, ci piaccia o no, che dobbiamo ripartire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati

Ads by Google
immaginazioni
Terza pagina
Culture