Greg Lake addio. Il rock perde un altro grande

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E’ morto Greg Lake, chitarra, basso e voce di uno dei supregruppi del storia del rock, Emerson, Lake & Palmer. Ecco I Believe In Father Christmas, la sua canzone di Natale

di Francesco Ruggeri

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«Non ci sono ostacoli di alcun tipo tra di noi. Magari accadrà in studio e non dal vivo. Forse – in un modo o nell’altro – torneremo ancora insieme». Greg Lake, solo due anni fa, non lo aveva escluso parlando in fondo a un’intervista che, lapidaria, decretava che “Il rock è finito”. «Oggi il termine rock’n’roll non luccica più, ha perso la sua brillantezza. Tutto è diventato manufatto. L’industria è piegata solo alle logiche del profitto». Quel sogno di reunion, almeno su questo pianeta, è naufragato definitivamente con la morte di Keith Emerson che, nella notte tra il 10 e l’11 marzo 2016, all’età di 71 anni, s’è ucciso nella sua casa di Santa Monica, Los Angeles, con un colpo alla testa. Soffriva di depressione a causa della malattia alla mano destra, che ormai lo obbligava a suonare la tastiera con otto dita, e con una prognosi di ulteriore peggioramento.

E oggi anche Lake non c’è più: è morto ieri, 7 dicembre, dopo una lunga battaglia contro il cancro.

«La musica – diceva Lake – è il frutto emotivo di un contratto non scritto tra persone. È importante avere una visione. ELP sposava l’artigianato con le emozioni. Eravamo espressivi e potenti da un lato, dinamici e romantici dall’altro. Se riascoltate le parti di piano suonate da Keith in Take a pebble (dal loro primo album, ndr) ne avrete un esempio palpabile».

Bassista, chitarrista, cantante e compositore, abile anche come produttore. Una delle più note e imitate voci nella storia della musica rock. Una voce profonda. Dopo un paio di singoli psichedelici con gli Shame e i Shy Limbs nel 1967, e dopo avere militato nei Gods con i futuri Uriah Heep, Ken Hensley e Lee Kerslake, avviene l’esordio nel mondo discografico nel 1969 quando Lake entra a far parte dei King Crimson per la realizzazione di In the Court of the Crimson King. Lake suona il basso elettrico, canta e compone, nel disco che è considerato uno dei capostipiti del movimento rock progressivo. Lake va in tournée negli States con il gruppo di Robert Fripp, ed inizia a contribuire al loro secondo album, ma prima che questo sia terminato, se ne va per unirsi a Keith Emerson e Carl Palmer e dare vita nel 1970 al progetto ambizioso e avanguardistico di Emerson, Lake & Palmer. Un “supergruppo” si usava dire all’epoca. Il loro esordio avviene al Festival dell’Isola di Wight. Seguono diversi dischi nei quali Lake si destreggia fra vari strumenti, e compone alcune ballate ricordate tra i classici del progressive. Collabora con l’ex King Crimson Pete Sinfield, con il quale Lake condivide affinità spirituali e artistico/culturali. Fonda e gestisce l’etichetta Manticore per la quale produce, tra gli altri, due band italiane: la Premiata Forneria Marconi (che diviene per semplicità PFM) e il Banco del Mutuo Soccorso (Banco).

Nel 1975 esce il primo singolo a suo nome I Believe in Father Christmas, filosofica riflessione sul Natale scritta a quattro mani con Sinfield che diviene un classico delle canzoni natalizie. Gira un suggestivo video per questa canzone nel deserto del Sinai.

Nel 1980 dopo 40 milioni di dischi venduti, gli Emerson, Lake & Palmer si sciolgono. Lake prosegue la carriera come solista pubblicando gli album Greg Lake e Manoeuvres. Contemporaneamente partecipa al tour giapponese degli Asia (gruppo progressivo nel quale milita anche Carl Palmer). Scrive canzoni con Bob Dylan, una delle quali trova posto nel citato primo album da solista. Nel 1986 Lake si riunisce a Emerson, stavolta però Cozy Powell sostituisce Palmer, all’epoca impegnato come già detto con il supergruppo Asia: i tre realizzano l’album omonimo.

Nel 1990 Lake compone la canzone Daddy in favore del National Center for Missing Exploited Children. Cresce il suo impegno in cause umanitarie. Nel 1992 avviene l’atteso ricongiungimento degli Emerson, Lake & Palmer, che nel giro di tre anni realizzano altrettanti album, l’ultimo dei quali con un produttore disastroso, nel ruolo un tempo di Lake. Nel 2001 va in tournée con Ringo Starr, ex Beatles, mentre nel 2003 partecipa a un concerto al club Ronnie Scott’s di Londra, assieme ad altre star della musica, come iniziativa benefica con la quale vengono raccolte 400.000 sterline a favore della ricerca sul cancro. Nel 2004 collabora con Pete Townshend al singolo dei The Who Real Good Looking Boy. Il 2005 vede il grande ritorno sulle scene di Greg Lake con una propria band formata da giovanissimi talenti, per una tournée inglese, dalla quale è stato realizzato un doppio DVD. Successivamente ha suonato in USA al Nassau Coliseum come ospite d’onore della Trans Siberian Orchestra.

Nel 2010 dà vita ad un tour mondiale (USA, Giappone e Europa) con il suo vecchio compagno di ELP Keith Emerson, nel quale saranno impegnati a ricordare le proprie carriere. Il 28 novembre inizia a Piacenza al Teatro Municipale, un tour prima italiano e poi mondiale, Songs of a Lifetime che ripercorre tutta la sua prestigiosa carriera. Un successo clamoroso segna il suo rientro all’attività concertistica. Il 30 novembre 2012 è a Zoagli (GE) per una serata speciale autobiografica e musicale. Sabato 9 gennaio 2016 il Conservatorio Nicolini di Piacenza conferisce il primo Honorary Degree della storia dei conservatori italiani proprio a Greg Lake.

King Crimson King Crimson

Emerson, Lake e Palmerm 44 anni fa spaccarono il Rock in due: furono accusati di aver disperso la propria vena creativa, compositiva ed esecutiva in nome della spettacolarizzazione e della mercificazione di se stessi, ridotti a mero “prodotto di consumo”.  Nel Marzo 1972 il settimanale “Ciao 2001” provò a fare il punto sul piano strettamente musicale che calmasse le acque agitate anche in seno alla redazione del settimanale, diffusissimo tra le giovani generazioni, diretto da Saverio Rotondi. A scrivere l’articolo Maurizio Baiata, giornalista e scrittore, ancora in azione:

Da pochi giorni è stato pubblicato in Italia, e contemporaneamente in tutto il mondo, il terzo LP di Emerson Lake & Palmer, formazione universalmente considerata tra le punte del new sound inglese. Questo articolo vuole ripercorrere in modo completo la storia del complesso, soffermandosi sulle origini dei singoli elementi e sulla discografia in nostro possesso. Ci era già capitato di scrivere di ELP al momento dell’uscita di “Tarkus” ed in quella occasione avevamo dimostrato una netta preferenza per un gruppo ed un disco che si esprimevano in modo estremamente personale, anche se non compiuto sino alla perfezione, e racchiudente in sé i caratteri della ricerca verso nuove sonorità, nuovi significati.

Facile chiedersi come si fosse arrivati alla suite dell’“Armadillo preistorico”: cerchiamone le possibili basi nella storia di Keith Emerson e di Greg Lake. Il primo, delle cui umili origini ormai tutti sanno, si era incontrato con tre musicisti, Lee Jackson, Brian Davidson e David O’ List e, dopo un periodo di asservimento ad una certa PP Arnold, periodo che, nonostante la mediocrità del sound prodotto, era servito all’accrescimento della conoscenza fra i quattro strumentisti, Keith diede l’avvio, con i tre compagni, a quella che sarebbe stata una delle formazioni più rappresentative degli anni ’60: i Nice. L’organista, immediatamente divenuto il leader del complesso, affinava il proprio stile, subiva influenze ora jazzistiche ora classicheggianti da cui scaturivano componenti musicali estremamente varie che, ancora in embrione, trovavano luce nel primo LP del group, “The Thoughts of Emerlist Davjack” praticamente passato in sordina sia per la critica che per il pubblico. Il successo, strano a dirsi per una formazione non commerciale, arrivò con un 45 giri, “America”, cui fece seguito dapprima l’abbandono di O’ List dall’organico e quindi un nuovo LP, questa volta vera e propria pietra miliare della rock music: “Ars Longa Vita Brevis”. L’album sviluppava appieno la componente classicheggiante presente nel gruppo e raggiungeva i suoi vertici espressivi nei Concerti Brandeburghesi e la Karelia Suite di Sibelius. Notevole questo momento, soprattutto dal punto di vista della creatività, perché, in Keith Emerson, rappresenta la sintetizzazione perfetta delle due componenti, classica e jazzistica, che ora trovano logica e libera espressione, da una parte per merito dell’orchestra, dall’altra nello sfruttare una ritmica nuova, suggestiva soprattutto nel background offerto dal batterista, che dialoga incessantemente e mirabilmente con timpani ed archi, e dal bassista che si dimostra elemento insostituibile nei passaggi più monocordi (quali poi potessero essere) dell’organo.

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Il terzo LP denuncia un temporaneo abbandono del tema sinfonico e il tutto diviene, sia nella parte dal vivo che in quella registrata in studio, un incessante cammino verso nuove sonorità, che soprattutto in “Rondo”, “For Example” e “Azrael Revisited” esprimono il secondo momento, se vogliamo, di influenza, ma comunque di maturazione, del carattere emersoniano, vale a dire quello propriamente jazzistico.

Passiamo al quarto LP, “Five Bridges” che segna un collegamento diretto con “Ars Longa” a causa della preponderanza del classico, che il tocco di Emerson ora riesce a sensibilizzare in aggressività e calore rimico, sia nelle sezioni al pianoforte che in quella all’organo. Il discorso discografico si conclude con “Elegy”, in pratica una raccolta di successi, ma completa sintesi, in particolar modo nella prima facciata, dell’opera emersoniana all’interno dei Nice.

Parallelamente si snoda la strada di Greg Lake, originario bassista dei King Crimson, sostituito dopo l’incisione di “In the Wake of Poseidon” da Gordon Haskell e giunto con Carl Palmer, ex batterista degli Atomic Rooster, a formare il nuovo gruppo di Keith Emerson. Per i tre, prima fatica discografica dopo soli quattro mesi, dal momento della nascita del gruppo, periodo trascorso non in sala di incisione, ma in continui concerti in pubblico che contribuiscono alla diffusione del nome e dello stile della formazione. L’album è un capolavoro: semplicemente stupendo come coesione fra gli strumenti e nei suoi sei pezzi, ormai storici, riesce a mostrare persino l’impensabile. Lo sperimentalismo che pervade alcuni solchi non è un semplice tentativo, perché Keith aveva già provato il Moog con i suoi vecchi compagni, pur non facendolo apparire mai nelle incisioni ufficiali e perché soprattutto Greg Lake, personalità pari all’organista e, anzi, naturalmente spiccante nelle sezioni acustiche, non assume il compito di gregario ma porta in sé tutta la mostruosa carica di creatività poetica derivatagli dall’esperienza crimsoniana, influenza che si estrinseca in modo eccellente in “Lucky Man” e in “Take a Pebble”, dove l’atmosfera diviene più sognante, a tratti rarefatta, ricca di sospensioni armoniche e di tentativi espressivi importanti anche per quanto concerne i testi, ora dolci ed eterei, ora oscuri e allucinanti. Quel carattere primo che aveva fecondamente impressionato l’estro emersoniano in “Ars Longa Vita Brevis” trova ora felicissima espressione in quella sorta di suite che va considerata “The Three Fates”, esplosione di vitalità ed intelligenza musicali. Una parola dobbiamo spenderla per l’innesto magistrale di Carl Palmer, nelle rade sezioni a lui dedicate, ma i cui spunti di elettronica trovano una giustificazione solo estetica e formale.

Di “Tarkus” moltissimo, a proposito e non, è stato scritto e poco vorremmo aggiungere a quanto detto in fase di recensione: se si hanno delle eccellenti conferme soprattutto da parte di Lake, si devono anche notare delle battute d’arresto, non in fase strumentale, quanto in quella creativa, perché la mitica storia dell’infelice e mostruoso essere preistorico, seppure sorretta da un sound trascinante, continuo ed estremamente vario, denuncia una limitatezza di contenuti cui si cerca di sopperire mediante l’ausilio di un’esasperata elettronica e di sapienti manipolazioni d’incisione. Si è parlato, anzi si è tentato di includere in questa opera dei termini jazzistici inesistenti o irrilevanti: la seconda facciata se da un lato mostra nuovamente sprazzi in tal senso, vedi “The Only Way”, si dimostra priva di coesione e con troppi accenti all’effettismo, verso cui spesso convolano l’esuberanza di Emerson e, forse, la mancanza di freddezza di Palmer e quindi si giunge ad una certa, seppur dosata, commercialità. Abbiamo stilato questo giudizio poco lusinghiero nei confronti di questo album di ELP solo oggi, a cinque mesi dalla sua uscita e dopo aver subito il fascino indiscutibile della novità e dell’effettivo splendore cromatico delle finiture, se tali possono chiamarsi, purtroppo non dell’essenza di un’uscita importante quale “Tarkus”, che resta comunque un momento musicale da non perdere.

Passando all’ultimo disco del gruppo, “Pictures at an Exhibition”, recentemente recensito, ci rifacciamo a quanto detto per “Tarkus”, solo che ora il discorso appare più complesso, vuoi per la sua struttura interamente dal vivo, che giustifica e glorifica pecche e pregevolezze, vuoi perché l’opera si mostra incompiuta, vale a dire limitata nuovamente nei suoi possibili sbocchi contenutistici, come era accaduto nell’album precedente. Il suo maggior pregio va ricercato nel tentativo riuscito di trascrivere una partitura classica in termini moderni (non crediamo che Musssorgskyi si stia ora rivoltando nella tomba), ma la reinvenzione giustifica solo in parte i momenti di attesa, di illogicità che “Pictures” fatalmente denuncia. La spiegazione va ricercata nella presunta preminenza del gruppo sulle altre formazioni del settore, nella troppo esaltata strapotenza di Emerson alle tastiere, e, questo il punto dolente, nella notevole commercialità di un prodotto certamente non nato come tale, ma tale divenuto “a furor di popolo”. Che questo giudizio possa essere in gran parte contrastante con gran parte della critica e con l’attuale gusto del pubblico, ci rendiamo pienamente conto, ma abbiamo voluto tentare un’analisi critica, oggettiva all’eccesso e imparziale dell’opera di una delle formazioni oggi maggiormente seguite e osannate. Invitiamo i lettori a esprimersi in proposito.

Nota dell’autore, Marzo 2016

Non ricordo se da parte dei Lettori giunsero o meno commenti, che venivano abitualmente convogliati nella rubrica L’Angolo del Pop da me curata o, talvolta, nelle Lettere al Direttore. Di certo ad ELP Ciao 2001 dedicò molti altri altri articoli, a firma di Enzo Caffarelli, Michel Pergolani (alias “Trashman”) con le sue bellissime cronache e interviste da Londra, di Renato Marengo, Manuel Insolera, Marco Ferranti e Fiorella Gentile, solo per citare alcuni colleghi che se ne occuparono. E, per tutti, ELP rappresentarono un punctum dolens. Nei due anni successivi le polemiche crebbero a dismisura, sino a creare fazioni contrapposte all’interno della redazione di Ciao 2001 e anche nella massa enorme di fans del gruppo inglese.

Le fazioni di chi avrebbe voluto vedere tornare ELP a dimensioni musicali e di live show più contenute e non ipertecnologiche e disumanizzate, ma che in fondo li amava ancora e chi, invece, li odiava e li aveva presi ad esempio di simulacri musicali da abbattere in quanto prodotti del sistema, da condannare e combattere anche con la violenza. Questo accadeva abitualmente ai loro (e non solo) concerti italiani costellati da violentissime scorribande sugli spalti, furibonde azioni punitive contro tanti ragazzi inermi rei di essere lì ad ascoltare i loro idoli, per non parlare delle guerriglie, fra lacrimogeni e distruzioni dentro e fuori le strutture che ospitavano i grandi eventi Rock e manovre organizzate contro le forze dell’ordine. La band ne sapeva qualcosa, poteva esserne co-responsabile? No di certo. I tour venivano pianificati e le date poste in essere in ragione delle possibilità degli spazi, non delle esigenze tecniche e, soprattutto della sicurezza. Prova ne sia che nei palasport e negli stadi il messaggio del Rock sarebbe stato strumentalizzato e connotato ancora più negativamente che non negli anni Sessanta, non solo a favore dello status quo della società perbenista, ma anche per chi avrebbe ordito la strategia della tensione nel nostro disgraziato Paese. Questo, nonostante quelli di Ciao 2001 fossero bene informati, non lo avevano capito.

 

 

 



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