Aleppo e le sinistre

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Riusciranno le sinistre, la solidarietà internazionalista, a costruire un movimento unitario contro la guerra e contro l’imperialismo, perché purtroppo la guerra in Siria durerà ancora un bel po’

di Antoni Domènech, Carlos Abel Suárez, Daniel Raventós, G. Buster, María Julia Bertomeu, 

Traduzione a cura di Marina Zenobio

Aleppo, Siria. Foto di Yusuke Suzuki Aleppo, Siria. Foto di Yusuke Suzuki

La riconquista dei quartiere est di Aleppo per la coalizione internazionale che appoggia il governo di al-Assad nel conflitto siriano, dopo cinque anni di terribili combattimenti e la distruzione di quasi la metà della città causata da ambo le parti – con migliaia di morti e decine di migliaia di sfollati – ha provocato un insolito dibattito internazionale. Così settario, al momento come la stessa guerra siriana, e ben ancorata nell’immaginario al punto che per l’Oxford Dictionary la parola dell’anno 2016 è stata: “postverità”.

Dicevano i classici, ad iniziare da Omero, che la prima vittima della guerra è la verità. Non vogliamo pretendere ora noi di godere di accesso privilegiato ad essa, così lontani dal conflitto di cui parliamo. Modestamente, invece, ci sembra ci siano una serie di elementi della vecchia tradizione del movimento socialista internazionale che potrebbero guidarci in un dibattito dominato e polarizzato dagli apparati di informazione e propaganda delle potenze che hanno finito con l’avere un ruolo determinante nell’evoluzione delle molteplici forze che si scontrano in Siria e, in generale, in tutto il Medio Oriente.

Partiamo dalla crisi strutturale del regime del partito Ba’th in Siria, che si è fatta particolarmente grave alla fine degli anni ’90 con la caduta del prezzo del petrolio, il crescente deficit fiscale del settore pubblico e le conseguenze del cambio climatico nel settore agricolo. La risposta di Bashar al-Assad al momento di prendere il posto di suo padre è stata di accettare i consigli del FMI e della Banca Mondiale: la progressiva applicazione di politiche neoliberiste e l’allargamento della base del regime, senza sostanziali cambiamenti – soprattutto nei 13 servizi di sicurezza paralleli, nell’apparato del partito e nelle tre strutture militari – al fine di integrare la borghesia urbana sunnita nelle principali città siriane.

Inutile dire che queste riforme economiche sono fallite e la povertà è aumentata in modo allarmante parallelamente ad una crescente emigrazione rurale verso i quartieri più miseri che circondano le città. Il tutto senza il minimo gesto di democratizzazione del regime, che si è limitato a consentire lo sviluppo di reti di assistenza sanitaria da parte delle moschee e delle chiese tramite finanziamenti privati in risposta alla sempre più crescente crisi sociale.

Sul terreno internazionale, soprattutto dopo la ritirata delle truppe siriane dal Libano nel 2005, – dopo l’assassinio di Hariri e le proteste massicce di settori della popolazione libanese – , Bashar al-Assad portò a termine un rimodellamento globale della sua politica regionale ed estera. In Libano cambiò la sua alleanza passando da Amal a Hezbollah, appoggiò l’intervento USA in Irak e partecipò ai programmi di tortura della CIA, si allineò con l’Iran nella difesa del governo di al-Maliki e, successivamente, con quello di al-Abadi e si alleò con la Turchia per reprimere i movimento di liberazione kurdo diretto in entrambi i paesi dal PKK. Solo all’inizio del 2002, quando la “primavera araba” e la situazione militare in Irak arrivarono a polarizzare la situazione in tutto il Medio Oriente in due poli contrapposti – sunniti e sciiti – e il conflitto siriano si militarizzò completamente, al-Assad cercò l’appoggio militare che USA, Turchia e Russia gli negavano.

La “primavera araba” siriana, iniziata con le proteste del marzo 2011 a Dar’a ed estesasi in pochi mesi nelle principali città del paese, furono una risposta popolare alla crisi di cui sopra e che fu, in gran misura, spontanea. L’opposizione politica – dai Fratelli Musulmani fino alla piccola sinistra intellettuale laica -, si trovava quasi per la sua totalità in esilio. La politica bifronte fatta di piccole concessioni sociali e repressione da parte del regime non riuscì a frenare il movimento popolare. Alla fine dell’aprile 2011 il regime si vide obbligato ad annullare la Legge di emergenza – in vigore dal 1963 – e a concedere la nazionalità ai rifugiati kurdi. Ma dopo l’accatto realizzato da un gruppo yihadista che provocò la morte di 120 soldati siriani nel giugno del 2011, la propaganda del regime diede ogni prima pagina a gruppi armati infiltrati dal nord del Libano, aprendo il varco alla repressione di ogni manifestazione e alla militarizzazione del conflitto.

Le diserzioni di soldati che non erano d’accordo con la repressione del regime crearono i primi gruppi armati dell’opposizione interna per difendere le manifestazioni popolari. Ma da quando il comando dell’Esercito di Liberazione Siriano (ESL) si rifugiò in Turchia, l’opposizione militare si separò da quella civile diventando subito e completamente dipendente da Turchia, Arabia Saudita, Qatar e USA. I Tansiqiyyat, i Comitati di coordinamento locali (CCL), iniziarono ad avere funzioni di assistenza, gestione di servizi basici e governabilità. Ma non formarono mai una rete nazionale. La militarizzazione del conflitto sociale, spinta tanto dal regime quanto dai diversi gruppi armati dell’opposizione, portò a far dipendere tutte le forze in campo dal finanziamento e dal rifornimento delle potenze straniere che divennero così loro patrocinanti in cambio della difesa dei loro distinti interessi nel conflitto geopolitico in Medio Oriente.

Agli inizi del 2012 la militarizzazione del conflitto era completa, con l’implacabile logica che ciò portava e che implicava la subordinazione della mobilitazione popolare a obiettivi militari e politici dettati da una opposizione esterna che controllava denaro e armi. Non ci volle molto a far diminuire l’autonomia dei Tansiqiyyat che si trasformarono in organi di controllo e gestione territoriale delle zone controllate dalle differenti brigate e milizie. La protesta di una parte dei CCL e del Gruppo di

coordinamento nazionale per un cambio democratico (NCB) contro il processo di militarizzazione in zone controllate dall’opposizione culminò, nel febbraio del 2012, con le dimissioni irrevocabili di 20 membri da un Consiglio Nazionale Siriano che si arrogava la rappresentazione all’estero dell’insieme dell’opposizione.

L’Esercito di Liberazione Siriano (ESL) fu incapace di coordinare le distinte brigate, di dirigerle e rifornirle contro l’Esercito Arabo Siriano (EAS). Tra il 2012 e il 2013 le brigate dell’ESL iniziarono a rendersi indipendenti, si crearono nuove unità che si coordinarono in fronti politico-ideologici condizionati e finanziati da potenze regionali. Durante l’estate del 2012 fallì un secondo tentativo di coordinamento militare dell’opposizione, il Comando congiunto del consiglio militare della rivoluzione. A partire da questo momento il processo di islamizzazione dell’opposizione armata – e ormai restava spazio sono per essa rispetto al regime – fu inarrestabile. Dell’ESL praticamente rimase solo un nucleo nel sud della Siria, incapace di mantenere un fronte così da solo, appoggiato da parte giordana dagli USA, come ammesso dalla CIA davanti al Senato statunitense.

La zona di Aleppo controllata dall’opposizione è stata, in questo senso, un laboratorio del processo di islamizzazione e controllo delle brigate ribelli da parte di Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Così, per parlare di Aleppo, la potente brigata Tawhid nell’autunno del 2012 ruppe con l’ESL e creò il Fronte di Liberazione Islamico (FLI) che, in un anno, si trasformò nel Fronte Siriano Rivoluzionario (FSR), per poi coordinarsi con Jabhat an-Nusra, il ramo siriano di al-Qaida, e finire sotto l’ombrellone di Ahrar Al Sham, il designato fronte post al-Qaida.

Dopo l’espulsione dell’ISIS nella zona urbana est di Aleppo nel 2014 da parte di Jabhat an-Nusra, tre fronti islamici si suddividevano il territorio: an-Nusra, FLI e FSR, oltre ai resti dell’ESL e delle Unità di Protezione Popolare Kurde (PYD) che controllavano una parte importante del nord della città, in concreto il quartiere kurdo di Shei Maqsud. Gli scontri e le alleanze tra questi fronti per il controllo di quartieri, strade e rifornimenti sono stati continui. E c’è da aggiungere che i Tansiquyyat che erano sopravvissuti, quando non erano strumenti nelle mani dei fronti islamici erano comunque condizionati nelle loro decisioni – anche ad Aleppo – dalle sentenze dell’ultra reazionario tribunale islamico e la sua arbitraria interpretazione della “legge di Sharia”.

Nel corso di quasi quattro anni tali fronti islamici hanno assediato e bombardato indiscriminatamente, con artiglieria fornita dalla Turchia, la parte occidentale di Aleppo sotto controllo del regime di al-Assad, provocando centinaia di morti e di feriti civili. Il regime, da parte sua, ha distrutto interi quartieri controllati dall’opposizione e, da quattro mesi, ha lanciato una forte offensiva che, con l’appoggio aereo russo, ha finito con l’annientare la resistenza dell’opposizione – in maggioranza islamista – a est di Aleppo.

La verità, quindi, è che la militarizzazione guidata dal regime, dai vari fronti islamici e dalle potenze internazionali hanno distrutto il processo democratico della “primavera araba” siriana già alla fine dell’estate del 2012, molto prima della caduta di Aleppo Est. E c’è di più. A partire da questo momento ciò che si produsse nelle zone controllate dagli uni e dagli altri fu la mobilitazione di una base sociale di origini molto simili: i poveri delle zone urbane e quelli delle zone rurali contigue, sulla base del settarismo religioso, etnico o di clan, per avere accesso a rifornimenti ed entrate distribuite dalle bande delle organizzazioni del regime e dei fronti islamisti dell’opposizione. Nel caso del regime, i giovani dei quartieri poveri sono stati organizzati in comitati popolari (lijan shaabiyya) e, più tardi, nelle Forze di Difesa Nazionale. Così Aleppo risulta, di nuovo, un caso paradigmatico, perché nella zona ovest la maggioranza dei suoi membri sono stati o sunniti o cristiani, appoggiati dalla Brigata Jerusalem dei palestinesi del campo profughi di Neirab. La carne da cannone l’hanno sempre messa i poveri.

La natura del conflitto è cambiata nel corso di questo processo di militarizzazione e mobilitazione settaria (religiosa e etnica) finanziato e appoggiato dalle varie potenze regionali interessate al conflitto geopolitico del Medio Oriente. E’ stato questo appoggio esterno in uno scontro inter-imperialista regionale a dissanguare l’insieme della popolazione siriana, fino all’estremo di una crudele e inaudita disumanità. Esempio senza eguali sono ora le trattative per l’evacuazione di civili e combattenti degli ultimi quartieri a est di Aleppo in cambio di evacuazioni simili di popolazioni controllate dal regime, sotto l’assedio dei tagliatesta islamisti e i tentativi di sabotaggio di questi ultimi.

Fin dalla fine del 2012, l’attività della solidarietà internazionalista non era quella di appoggiare il regime o i diversi fronti islamici, né l’asse sunnita rispetto all’asse sciita, né gli USA o la Russia nella partita geopolitica sviluppata in Medio Oriente, ma era quella di cercare e arrivare ad un tregua negoziata del conflitto. Una tregua che avrebbe permesso di rompere la dinamica della militarizzazione in tutte le zone e aprire uno spazio di mobilitazione politica e di ricostruzione della società civile siriana.

I negoziati di Ginevra e di Mosca in ogni momento sono stati determinati dagli obiettivi militari geopolitici delle potenze regionali, in definitiva nell’imporre una soluzione basata sul “cambio di regime” o in una “riforma del regime” e non nella mobilitazione della popolazione per costruire un’uscita democratica della crisi strutturale del regime siriano del Ba’th che ha finito col provocare la guerra e soffocare la “primavera araba” siriana.

Il compito della sinistra era, e continua ad essere, quello di far sollevare un movimento anti-guerra e anti-imperialista contro l’intervento di potenze regionali e contro i loro conflitti geopolitici in Medio Oriente, di solidarizzare con i rifugiati e di sostenere sfollati e vittime del conflitto, di pretendere un tregua immediata e trattative di pace locali e nazionali che consentano di aprire la strada verso un processo costituente, che comprenda il diritto all’autodeterminazione del popolo kurdo e di tutta la popolazione siriana – senza che le opzioni siano la dittatura del partito unico di Ba’th o il fondamentalismo islamico di an-Nusra (si chiami come si chiami ora) o il fascismo islamico di ISIS -, che si suddividano – insieme con il PKK a nord – la maggior parte del torturato paese arabo.

La macelleria di Aleppo, i bombardamenti indiscriminati a Est e a Ovest della città, per il momento sono finiti. Ma ci sono oltre 40 popolazioni siriane che vivono i loro particolari assedi e macellerie. Vogliamo prendere posizione in ognuna di essa o vogliamo sollevarci, alla fine, in maniera unitaria in un movimento contro la guerra e contro l’imperialismo? Perché purtroppo la guerra in Siria durerà ancora un bel po’.

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Antoni Domènech, Carlos Abel Suárez, Daniel Raventós, G. Buster e María Julia Bertomeu sono editorialisti e membri del Comitato di redazione di Sin Permiso. da Sin Permiso, 25/12/2016



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Pubblicato in Mondo Perduto

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1 commento

  1. Alessandro

    Dire che la crisi del partito Baath ha provocato la guerra mi sembra una gigantesca idiozia. La guerra l’hanno creata quei paesi che si sono inseriti nelle proteste per fare entrare in Siria decine di migliaia di terroristi stranieri. E sarebbe colpa del governo siriano? Informatevi meglio, per favore.

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