Quando smetteremo di essere passivi di fronte alla barbarie?

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Cos’altro deve succedere nel mondo perchè si levi una mobilitazione di massa. Serve una grande attivazione sociale contro guerre e terrorismo

di Franco Uda*

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L’orrore che ha caratterizzato le cronache internazionali nel passaggio d’anno, l’abisso di barbarie che sembra aprirsi intorno a noi, il degrado di secoli di conquiste nel solco della civilizzazione, sembrano far vacillare il principio di azione e reazione, caposaldo nella fisica newtoniana ma anche eccellente descrittore delle dinamiche sociali e politiche. Cos’altro deve succedere nel mondo perchè si levi una mobilitazione di massa che sappia affermare – con la massima chiarezza possibile – che gli atti di terrore, le stragi, la paura, non avranno la meglio su una società libera, democratica e secolarizzata? E che con la stessa fermezza dica – nel contempo e una volta per tutte – che non è con la negazione dei diritti umani, con la proliferazione degli armamenti, con la costruzione di muri, che si possono costruire le condizioni di convivenza, dignità, rispetto reciproco tra i popoli e gli Stati? Nessuno ovviamente si aspetta che in Turchia – dove le libertà personali e i diritti civili sono oltremodo compromessi – o in Siria – dove la principale preoccupazione delle persone è quella di sopravvivere – si possa produrre alcun tipo di mobilitazione popolare; ma neanche in Germania – dopo il sanguinoso attacco terroristico a Berlino – si è levata una qualsivoglia forma di protagonismo dei cittadini.
Non sono mancate diverse e contraddittorie congetture sull’assopimento della società civile o sull’inadeguatezza della classe politica internazionale in questo inizio di secolo, disponiamo di strumenti di conoscenza e di analisi complessiva sopraffini, abbiamo sviluppato una straordinaria ricchezza di iniziative sulle policy, ma quello che sembra mancare è la capacità di coinvolgimento popolare, ampio e di massa, senza cui la stessa autorevolezza di rappresentanza della società civile organizzata è destinata a barcollare. Le forme di conflitto, la guerra asimmetrica, l’irruzione del terrorismo a tutto campo, rendono la realtà che ci circonda – e la sua descrizione – molto più complessa che nel passato: la semplificazione schematica dei buoni e dei cattivi, degli aggressori e degli aggrediti è mutevole e cambia di volta in volta a seconda dei luoghi o delle circostanze.
Possiamo però rassegnarci all’inazione e subire passivamente la tendenza al massimo disordine?
C’è un lavoro immane da fare sulle fondamenta culturali di una nuova cittadinanza globale: la strada percorsa durante il secolo breve sulla definizione e codifica del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo è un patrimonio che ha formato coscienze di intere generazioni, che hanno poi tradotto nella passione civile e nell’impegno politico quel dibattito e quella tensione a loro contemporanei. Alcune cose sono andate per il verso giusto, altre si sono arenate producendo sogni infranti e disillusioni, che rischiano oggi di essere l’elemento prevalente nella cultura condivisa delle giovani generazioni. Proseguendo nel contempo la via dell’expertise e dei think tank, dobbiamo però ripartire da qui, da una paziente e meticolosa opera di pedagogia dei diritti, che sappia essere una narrazione al tempo stesso semplice ma non banalizzante, che àncori e ispiri l’azione concreta a principi universali.

*Franco Uda è responsabile nazionale Pace, diritti umani e solidarietà internazionale



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Pubblicato in Quotidiano movimento

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