Stadio della Roma, la più grande speculazione edilizia del secolo

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Si scrive stadio ma si legge speculazione. Intervista con il professor Massimo Sabbatini, esponente del Comitato Difendiamo Tor di Valle dal Cemento

di Giampaolo Martinotti

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Lo hanno impropriamente soprannominato “stadio della Roma”, ma il suo vero nome è Business Park. I suoi promotori, le banche, i palazzinari e gli uomini di finanza, ne vanno letteralmente pazzi. Al contrario, chi conosce bene il progetto, come gli abitanti del quartiere di Tor di Valle e le migliaia di cittadini romani schierati contro questa immensa colata di cemento, intravede pochissima luce tra le ombre che fanno subito pensare all’ennesima tragica speculazione edilizia ai danni di Roma e dei suoi cittadini. Infatti, la capitale e le sue amministrazioni per decenni sono state dominate e martoriatedai grandi capitali immobiliari. E oggi, mentre la città sprofonda lentamente nel fango delle sue mille problematiche irrisolte e delle sue eterne ambiguità, il nuovo stadio viene prescritto proprio dai suoi promotori come la panacea per risolvere tutti i mali. “Questo tipo di operazione (il Business Park appunto) richiama e ripete le brutture, i saccheggi, le devastazioni che questa città ha dovuto subire negli ultimi vent’anni. I cittadini dicono basta: basta a questo sistema di governo basato sull’opacità e sulla mistificazione. Basta al consumo scriteriato del territorio, un bene pubblico non rinnovabile. Basta a queste cosiddette “grandi opere” che non servono ai cittadini ma solo agli speculatori; basta a questi amministratori che, una volta eletti, dimenticano le parole pronunciate in campagna elettorale (zero cemento!) e trascurano fino al disprezzo le esigenze e le richieste delle persone”.

Oggi Roma ha davvero bisogno di un nuovo stadio?

A Roma esistono già due stadi, l’Olimpico, ristrutturato con soldi pubblici per i mondiali del 1990, e il Flaminio, costruito per le Olimpiadi del 1960 e non più utilizzato dal 2011. Il Flaminio era stato inizialmente costruito per 40 mila spettatori (poi ridotti a 30 mila) ma con lavori di adeguamento potrebbe facilmente arrivare a ospitarne 50 mila, quanto il nuovo stadio cosiddetto “della Roma”. Il fatto che nella capitale esistano già due stadi di cui uno non utilizzato sembra automaticamente rispondere alla domanda in senso negativo: no, a  Roma non c’è bisogno di un nuovo stadio. Se io possiedo già una macchina, una lavatrice e un frigorifero in più che non uso, non compro una terza macchina, lavatrice, frigorifero. E poi, banalmente, è vero che il Flaminio attualmente è in cattive condizioni e che è un luogo abbandonato vicino al centro della città, ma è più ragionevole (ed economico) recuperare, restaurare e utilizzare quello che c’è o lasciarlo al degrado e all’abbandono per costruire un nuovo stadio in una parte della città periferica, urbanizzando e cementificando un’ansa del fiume Tevere che il Piano Regolatore ha destinato a “parco fluviale attrezzato”? Dopo la Roma è plausibile che anche la Lazio vorrà il suo stadio. E allora, cosa facciamo? Abbandoniamo pure l’Olimpico? Così in pochi anni avremo due stadi abbandonati vicini al centro e due neocostruiti nelle periferie adoperati una domenica sì e una no. Non c’è bisogno di essere laureati in architettura o urbanistica per capire che non si tratta di una scelta intelligente.

“Senza il via libera allo stadio, stop agli investimenti e metto in vendita tutti i migliori giocatori”. Cosa pensi delle recenti dichiarazioni di James Pallotta?

Ora tutti sanno che Pallotta non è un tifoso della Roma.

Chi sono in realtà James Pallotta e Luca Parnasi?

James Pallotta è di mestiere un finanziere, è stato il gestore di un Hedge Found speculativo denominato “Raptor”, parola latina traducibile in “rapace”, “predatore”, “sparviero”. Non è un tifoso della Roma, né un benefattore della città, cura il proprio interesse e nulla più. E’ un reato? No. Ma chi amministra la città deve curare gli interessi della città, non accordarsi a porte chiuse con  certa gente. Luca Parnasi è un costruttore che ha curato con attenzione le proprie aderenze all’interno del PD romano e nazionale (resta famosa, ai tempi delle ultime primarie del PD, la sua partecipazione con “contributo volontario” alla cena elettorale con Matteo Renzi al Salone delle Fontane all’Eur). La sua impresa, la Parsitalia, ha realizzato (tra le altre costruzioni) l’Eurotower, un grattacielo di appartamenti tanto pazzamente assurdi e costosi quanto invenduti. Ma un bel giorno, grazie alle aderenze del costruttore al PD, Parnasi è riuscito a “piazzare” il complesso all’allora Provincia di Roma governata da Luca Zingaretti. Un’operazione che è costata alle tasche dei romani 263 milioni di euro. Non vorremmo – ma ne siamo sicuri – che con il Business Park si facesse il bis e il tris.

Per strumentalizzare i tifosi giallorossi, e non solo, costruttori e promotori sfruttano a livello mediatico la denominazione “stadio della Roma”. Chi disporrà effettivamente della proprietà di questo progetto?

Voglio citare le testuali parole del prospetto presentato al Comune di Roma nel 2014: “Lo stadio della Roma sarà autonomo ed indipendente rispetto alla Società” si legge nel documento, dove si chiarisce anche che l’impianto “sarà totalmente finanziato e gestito da soggetti privati”. Il soggetto privato è una società finanziaria di James Pallotta, attuale presidente dell’A.S. Roma, che si impegna, bontà sua, “a concedere l’utilizzo dello stesso, una volta costruito, all’As Roma”. In definitiva la Roma per giocare nel “suo” stadio pagherà un affitto, presumibilmente salato, a un finanziere americano che è tutt’altro che un benefattore e il cui scopo è semplicemente realizzare il massimo profitto possibile: cosa non vietata dalle leggi, certo, ma a spese di chi? Lo stadio, anziché un “asset” (parola-mantra che tanto piace ai cantori delle magnifiche sorti della Juventus e del Chelsea perché “proprietarie” dello stadio in cui giocano) rischia di essere, per la Roma, un onere.

Una grande opera privata di “pubblico interesse” e con notevoli costi a carico del Comune di Roma. Che cos’è il Business Park e di che cosa stiamo parlando?

Il Business Park è il centro direzionale e commerciale che i proponenti vogliono costruire intorno allo stadio. Si tratta, stadio compreso, di quasi un milione di metri cubi di cemento e asfalto su un’area di circa 40 ettari con, fiore all’occhiello, tre grattacieli di cui il più alto arriva a 220 metri. Come si è arrivati a far votare dalla giunta Capitolina del sindaco Ignazio Marino il riconoscimento al “pubblico interesse” alla realizzazione di questo progetto faraonico? Sfruttando i  commi 303-306 della legge 147/2013, la “Legge di Stabilità” per il 2014, i commi comunemente conosciuti come “Legge sugli stadi”: poiché a Tor di Valle c’è un impianto sportivo in disuso, il proponente avanza la proposta di costruire lì un nuovo stadio, dice che per renderlo fruibile realizzerà delle opere infrastrutturali, ne definisce i costi, presenta il progetto e dice che costerà “x” milioni di euro; dopodiché, poiché questo progetto, chiamato “A”, presenta un “disequilibrio economico-finanziario”, il proponente avanza il progetto “B” facendosi riconoscere il diritto a costruire 850 milioni di metri cubi a destinazione direzionale e commerciale da mettere sul mercato e con la cui vendita “ripianare” il “disequilibrio”: sembra una barzelletta, ma è scritto nero su bianco alle pagine 3 e 4 della delibera di riconoscimento del pubblico interesse votata dalla giunta Marino il 22 dicembre 2014. Questi 850 milioni di metri cubi “in più” sono il Business Park, è moneta urbanistica regalata al finanziere americano e al costruttore romano, un’operazione tutta in perdita per la città.

Ma chi ha avuto l’ultima parola sulle opere da realizzare?

Le “opere” che il proponente inserisce nel calcolo del progetto le ha ideate lui, non il Comune di Roma. In pratica, è il costruttore che dice al Comune quello che serve e non serve fare.

Che cosa puoi dirci a proposito delle grandi perplessità che pesano sulle infrastrutture per la mobilità?

Partiamo dal presupposto che tra le opere più costose, e che quindi “producono” per compensazione più metri cubi, ce ne sono una non realizzabile e un’altra inutile. Quella non realizzabile è il “tronchetto” di metropolitana B da Magliana a Tor di Valle: semplicemente, non ci sono i metri minimi necessari alla sua costruzione tra il binario e le case del quartiere di Decima. Una svista clamorosa! Con tutti i loro architetti e i loro rendering hollywoodiani, non sono stati capaci nemmeno di andare lì sul posto e prendere le misure con una fettuccia da muratore. Aggiungo, tra parentesi, che lo sfioccamento della metro B sarebbe comunque insensato: significherebbe togliere metà dei treni che vanno alle fermate Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina, fermate che servono i pendolari della via Cristoforo Colombo, della Pontina e della Laurentina, mentre a Tor di Valle la ferrovia c’è già, è il trenino Roma-Lido, tratta che attende da troppo tempo di essere restaurata e adeguata. Ma il restauro e l’adeguamento della Roma-Lido è responsabilità della regione Lazio, mentre i proponenti avevano la necessità di “inventarsi” qualcosa da poter fare loro, per trasformarla in metri cubi da ottenere. L’altra opera inventata appositamente per attribuirsi diritti edificatori, quella inutile, è il ponte sul Tevere per collegare il tratto urbano dell’autostrada Roma-Fiumicino con la sponda sinistra dell’Eur. Il punto è che il Comune di Roma ha già progettato e finanziato il “Ponte dei Congressi”, che sarà costruito poche centinaia di metri a monte di Tor di Valle, e questo ponte nei disegni del progetto non è presente, proprio perché la sua presenza avrebbe reso evidente già nei disegni l’inutilità del ponte del Business Park. Commentando questo fatto Paolo Berdini non ha esitato a usare l’espressione “falso ideologico”. Delle altre opere restano l’unificazione della via del Mare con la via Ostiense con relativa costruzione di un paio di rotonde, ma solo nel tratto antistante il Business Park e fino al GRA: un adeguamento magari utile, ma con due forti limiti: non cambia la “capienza” complessiva della strada (unificate o no, restano due corsie per senso di marcia); l’adeguamento serve solo ai clienti del Business Park, non alle decine di migliaia di romani che si servono di queste strade da Ostia, Acilia, Axa, Casal Bernocchi, Vitinia. E poi il ponte pedonale sul Tevere per collegare Tor di Valle con la stazione della ferrovia metropolitana di Muratella. Insomma, ulteriori congestioni e caos.

Sono presenti altre criticità all’interno del progetto?

Riteniamo che l’intera operazione sia in perdita per la città: lì dove il Piano Regolatore indica un parco fluviale attrezzato, avremo l’ennesima spianata di asfalto e cemento. Ma soprattutto: a chi pensano di vendere questi grattacieli, questi palazzi? Roma è piena di edifici a destinazione direzionale in disuso. Per restare nel raggio di pochi chilometri da Tor di Valle, abbiamo il palazzo di Piazza Sturzo, il palazzo ex INPS di Viale Beethoven, la ex sede di ENI-Data a Mostacciano, una fila  di palazzi lunga 200 metri in via di Tor Pagnotta, un intero centro direzionale abbandonato, con i cartelli vendesi e affittasi, per non parlare dei grattacieli di Ligini, le ex Torri delle Finanze (tre torri più due edifici di cinque piani in stato di abbandono), per le quali si potrebbe fare lo stesso discorso dello stadio Flaminio: ristrutturare e usare quello che c’è è più intelligente che costruire ex novo e consumare altro suolo. E, se parliamo di mega centri commerciali, sulla Laurentina ce n’è uno enorme con un cantiere di 150 metri per 350 in costruzione i cui lavori sono interrotti da lungo tempo per mancanza di acquirenti: Roma è satura di centri commerciali, proprio non ne serve un altro sulla riva del fiume!

Non verrà persa la possibilità di ottenere nuovi posti di lavoro?

È importante non farsi abbagliare dalla propaganda delle “migliaia di posti di lavoro”: come se l’esistenza di “luoghi” di lavoro dovesse significare “posti” di lavoro. Allora Roma, con tutti gli edifici a destinazione direzionale vuoti cui abbiamo accennato prima, dovrebbe avere sconfitto a priori la piaga della disoccupazione. La questione dei nuovi posti di lavoro è uno “specchietto per allodole”, è un leitmotiv che viene utilizzato per sponsorizzare tutte le grandi opere inutili, e già sappiamo ormai con quali tristi risultati.

Qual è la ragione essenziale per la quale questo progetto viene rivestito, da alcuni, di una tale importanza?

Insomma, la vera e unica ragione di questo progetto è che il costruttore Luca Parnasi ha acquistato a suo tempo (prima della “Legge sugli stadi”!) i terreni di Tor di Valle al prezzo del terreno agricolo, e partendo da lì intende fare profitti milionari. Ha messo in pratica le istruzioni fornite dal palazzinaro protagonista del film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”: è sufficiente guardare il primo minuto del film per capire tutto. E poi, parliamoci chiaro: questi grattacieli disegnati dall’archistar Libeskind sono proprio brutti. Riflettiamo un momento: dov’è che si costruiscono grattacieli? In città prive di ogni attrattiva artistica, megalopoli asiatiche, petromonarchie arabe. L’archistar aveva già questi disegni sul tavolo e li ha semplicemente piazzati al finanziere americano di turno (giusto a  lui possono piacere!). Ma non viene più in mente a nessuno che questa è Roma, la città più bella del mondo?

Esiste un piano alternativo per valorizzare un’area di grande interesse quanto quella di Tor di Valle?

In quell’area si potrebbe realizzare un vero parco urbano delle dimensioni di molte decine di ettari sul modello del Bois de Vincennes di Parigi, con piste ciclabili, boschi, viali alberati e campi sportivi. In più qui parliamo dell’ultima ansa del Tevere rimasta libera da edificazioni: è l’ultima occasione, l’ultima, perché il fiume più leggendario del mondo diventi godibile grazie a un parco fluviale. Il Tevere a Roma è chiuso nei muraglioni, e si è costruito dovunque fino a pochi metri dall’alveo: questa è, ripeto, l’unica e ultima occasione per realizzare quella che potrebbe essere una attrazione turistica mondiale, un parco fluviale attraversato da una pista ciclabile lungo il corso del Tevere da Castel Sant’Angelo a Ostia Antica! Ma insomma, anche dal punto di vista dello sviluppo economico, un’attrazione simile non sarebbe produttiva? E invece si preferisce investire nell’ennesimo centro commerciale.

Parliamo di Virginia Raggi. Qual è stato il suo atteggiamento nei confronti del vostro comitato prima e dopo l’elezione a sindaco di Roma?

In verità con il sindaco Raggi non abbiamo mai avuto rapporti. A dir il vero, il giorno della votazione della delibera della giunta Marino che riconosceva il “pubblico interesse” al progetto di Pallotta e Parnasi lei non era neppure in aula. Dopo un certo tipo di campagna elettorale, la nuova giunta avrebbe dovuto prendere la situazione di petto e fare chiarezza sin da subito. Non farlo è stato un errore, al pari dell’incontro privato accordato a Pallotta con la Raggi. I primi mesi della nuova giunta sono stati caratterizzati da un susseguirsi di buchi nell’acqua e con Paolo Berdini è stato messo in atto un vero e proprio “gioco delle tre carte”. Al di là delle attuali indecisioni del M5s sulla delibera riguardante il Business Park, già dal primo giorno in carica si sarebbe dovuto procedere allarrestare immediato di questo progetto folle, tenendo presente che, anche senza variante urbanistica, lo stadio avrebbe comunque potuto far parte dei 112 mila metri quadrati di “superficie utile lorda” edificabile da affinacare al parco fluviale attrezzato. In questo modo la speculazione ne risulterebbe risibile se non deltutto esclusa. In realtà però, al tempo, in Campidoglio avemmo l’appoggio e il riconoscimento del consigliere pentastellato Daniele Frongia, il quale intervenne in aula ripetendo puntualmente gli argomenti da noi esposti nella “Lettera aperta ai Consiglieri Comunali” che avevamo consegnato a tutti la settimana precedente la fatidica votazione.

In questo momento, avvertite una certa “impopolarità” del vostro Comitato difronte all’opinione pubblica?

L’opinione pubblica, quando correttamente informata, capisce perfettamente la sostanza del problema. Quando nel 2014 raccogliemmo le firme per una petizione al sindaco Marino, l’incontro con le persone, anche quelle alla “famo ‘sto stadio”, risultava alla fine produttivo: non a caso raccogliemmo oltre 3 mila firme in due mesi. Certo è che la propaganda pro-stadio si avvale di strumenti ambigui o addirittura scorretti, il primo dei quali è proprio il mascherare l’intera operazione con la parola “stadio”. Un altro aspetto interessante, usato contro di noi, è lo sfruttamento del presunto degrado di Tor di Valle. In effetti lì di brutto, sporco e degradato ci sono due cose: la fermata del treno Roma-Ostia, con gli infiniti lavori in corso, e la via detta proprio di Tor di Valle, attualmente e da molti mesi una discarica a cielo aperto di materassi, elettrodomestici, mobili vecchi. Il punto è che questa strada è proprietà privata della società Euronova, la società proponente del progetto: non sarà che lasciarla in queste condizioni è funzionale a far pensare “rispetto all’immondizia, qualsiasi cosa facciano a Tor di Valle è meglio”?.  Ma se si sale sulla pista ciclabile e la si percorre seguendo il corso del Tevere, si scoprirà una regione bellissima, verde, aperta, dove lo sguardo può spaziare, dove i rumori della città non arrivano e sembra di essere lontani da tutto: la grande spianata di Tor di Valle, un’incontaminata area golenale nella curva del Tevere. Qui si capiscono le potenzialità di Tor di Valle come parco fluviale e non si può che provare un profondo dispiacere a pensare che tutto questo potrebbe finire sommerso da un milione di metri cubi di cemento.



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