Storia di Lina che insegna l’autodifesa alle donne

Sette anni fa ha deciso di insegnare alle donne a difendersi dalla violenza dei maschi. Storia di Lina Khalifeh che ha aperto la prima palestra only for women: She Fighter. Da allora ha formato 12mila allieve

di Ercole Olmi

E’ stato un giorno di sette anni che Lina ha deciso di insegnare alle donne a lottare. Art marziali. Per difendersi dalle botte dei padri, dei mariti, dei fratelli. Quel giorno, all’università di Amman dove studiava Francese, Lina vide arrivare un’amica con addosso i segni delle botte. La sua impotenza era impossibile da sopportare per una ragazza che, invece, già a cinque anni imparava il taekwondo e che a trent’anni ha un palmares di una ventina di medaglie d’oro e sa tirar di boxe, conosce il kung fu e ha inventato un metodo: She fighter, riconosciuto anche dall’Iao, ‘International Accreditation Organisation. Sulla sua felpa una scritta: “Empowering women though self defense“, l’emancipazione delle donne attraverso l’auto difesa.

Lina Khalifeh, cintura nera piuttosto popolare in Giordania, ha trent’anni. Asciutta nel fisico, minuta, occhi neri che fanno intuire l’agilità di chi pratica arti marziali da una vita. La sua missione da allora è combattere la violenza di genere in Medio Oriente, insegnando alle donne e alle vittime di bullismo le tecniche di base dell’autodifesa con un metodo praticato nella prima palestra per l’autodifesa delle donne in Medio Oriente. Un cocktail di boxe, self defense e taekwondo, l’arte dei calci e dei pugni che Lina sta provando a esportare in franchising anche in Italia dopo aver conosciuto le reti di femministe, palestre popolari, centri antiviolenza girando tra Pisa e Roma, Padova e Venezia fino allo sciopero dell’8 marzo, di Non una di meno, che l’ha persuasa a rimandare la partenza dall’Italia dov’è stata ospite di Un Ponte Per, la ong con cui cura progetti di autodifesa femminile tra le rifugiate e le profughe somale, palestinesi e siriane nel nord della sua Giordania. Lì ogni mille giordane/i ci sono 114 rifugiate/i, 737mila per 6 milioni e mezzo di abitanti. Stime ormai datate, del 2008, hanno contato che almeno due su tre ragazzine sotto i 18 anni hanno subito violenza da parte di uomini della famiglia.

Una delle volontarie del Ponte era stata nella sua She fighter, la palestra only for woman aperta dopo due anni di corsi nella cantina di casa. Ci sono passate, da allora, 12mila donne e bambine. «Le mie prime allieve sono state le mie amiche. Non tutte erano vittime di violenza domestica, molte di loro erano interessate a come difendersi dalle molestie di strada», racconta a Popoff. Sebbene meno violenta di altri paesi del Medio Oriente, anche quella giordana è una società dominata dall’uomo che, per questo, si sente in diritto di sottomettere le donne. Ma la Giordania è solo il punto di partenza di questo progetto, Lina è convinta che la violenza maschile sia ovunque.

17021541_10155070111383792_20707793718503862_n Lina all’entrata di Lucha y Siesta, a Roma

Il successo di She fighter l’ha condotta in Brasile, Svezia, Repubblica Ceca, Turchia, Libano, Pakistan, Malesia, Arabia Saudita. Nel 2015 è stata invitata da Obama alla Casa Bianca, l’anno appresso a Dubai ha vinto il premio Naseba come miglior imprenditrice dell’anno; alle Nazioni Unite a Ginevra ha ricevuto il premio Women in Business Global Award 2016; ha allenato donne e bambine a Erevan, in Armenia e in Canada alla One Young World Forum tra le quali l’attrice Emma Watson. Lina trova che le  ragazze europee siano “strong”, più abituate a differenza delle coetanee mediorientali a frequentare una palestra ma tutte le donne, a ogni latitudine, hanno lo stesso problema con la violenza. Impossibile per lei, una riconciliazione col maschile: la violenza è strutturale. Impossibile dire a un gruppo di uomini non molestate, non violentate, perché continurebbero a farlo comunque.

All’inizio non è stato facile, ma She fighter è una storia di successo, molte donne si sentono più forti, si lavora molto sul concetto di fiducia in sé stesse. E questo attrae sempre più persone. Un avvocato ha provato a trascinarla in tribunale perché sua moglie, allieva di Lina, non gli permette più l’esercizio sistematico della violenza.

Lina non sa se è femministra, alla domanda risponde may be, forse. Ma sa che l’autodifesa è il primo passa per costruire un deterrente alla violenza maschile. Poi serve che si muova la società, la scuola. «Non è una questione fisica – ripete – ma di presa di coscienza».

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