Mio fratello Francesco, Francesco Lorusso

Così Giovanni Lorusso, raccontava a Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia di suo fratello Francesco. E nel video uno spettacolo di Stefano Tassinari su Bologna ’77. Oggi il sindaco eviterà via Mascarella

 

Bologna, marzo ’77, il video: “Agli angeli ribelli”, reading di Stefano Tassinari

LA PIUMA E LA MONTAGNA Storie degli anni Settanta a cura di Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia introduzione di Giovanni De Luna postfazione di Haidi Giuliani manifestolibri 2008 LA PIUMA E LA MONTAGNA
Storie degli anni Settanta
a cura di
Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia
introduzione di Giovanni De Luna
postfazione di Haidi Giuliani
manifestolibri 2008

(Giovanni Lorusso intervistato da Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia*)

Bologna fu una delle città dove il movimento del ’77 espresse livelli di mobilitazione intensi e anche drammatici. La svolta avvenne la mattina dell’undici marzo. Si verificò uno scontro tra militanti del movimento ed esponenti del gruppo cattolico Comunione e Liberazione. I ciellini si barricarono in un’aula e chiamarono la polizia. Arrivarono diversi reparti, un intervento spropositato per l’entità dell’incidente, e partì subito una carica. Francesco Lorusso fu colpito mentre cercava con altri compagni di ripararsi. Morì durante il trasporto in ospedale. Grazie a diversi testimoni fu individuato il responsabile dell’uccisione di Francesco, il carabiniere ausiliare Massimo Tramontani. In diversi lo videro appoggiarsi ad un auto per prendere meglio la mira. Dopo un mese e mezzo di carcere fu liberato. Successivamente fu prosciolto per uso legittimo delle armi, in base alla Legge Reale.

Nelle ore successive la morte di Francesco ci furono altri scontri, sempre molto violenti. Radio Alice, emittente del movimento bolognese, fu invasa dalla polizia e chiusa, numerosi gli arresti. Poi il movimento ebbe l’intelligenza di capire che proseguire il conflitto su un piano di scontro esasperato avrebbe condotto in un vicolo cieco e 48 ore dopo in migliaia scesero in piazza con le mani alzate, a significare che ogni violenza sarebbe stata responsabilità della polizia e dei carabinieri. Fu una mossa che contribuì ad abbassare parzialmente la tensione.

Giovanni Lorusso è un signore di 58 anni. Altezza media, occhi piccoli dietro gli occhiali da vista. Un modo di fare pacato. Da anni vive con la famiglia a Forlì. Ha un figlia di 21 anni iscritta alla Facoltà di Farmacia di Bologna. Per 25 anni ha fatto il veterinario (ha due cocker) ma poi, stanco dell’attività sempre meno remunerativa, ha avviato, con altri, una piccola attività imprenditoriale nel settore zootecnico (applica il biologico nell’allevamento del bestiame). L’intervista si svolge proprio nel suo ufficio.

lorusso

La nostra famiglia, vista la professione di nostro padre, risiedette in diverse città. Infatti lui era militare dell’esercito e quindi indubbiamente viaggiammo molto. Io nacqui nel Convitto nazionale di Bari, mio nonno materno ne era preside. A quei tempi vi era un laureando che si chiamava Aldo Moro… Abitammo in varie città per poi approdare nelle Marche. Francesco era ancora piccolo, io vi frequentai le elementari (a Fano). Alcuni anni dopo, vi feci la seconda media. Tra me e Francesco c’erano quattro anni di differenza (io sono nato nel 1949, lui nel 1953).

Successivamente, dopo una parentesi a Gorizia, tornammo nella terra di Leopardi, precisamente a Pesaro. Qui Francesco frequentò le scuole medie e iniziò a denotare una personalità forte. Cominciò ad impegnarsi negli scout, fece volontariato. Nel 1966 io mi iscrissi all’università di Bologna. Francesco mi raggiunse solo sei anni dopo con mio padre e mia madre. Si iscrisse anche lui all’università, precisamente alla facoltà di medicina. Siamo sempre stati un po’ diversi come interessi culturali. Io sono un tipo sensibile, sognatore. Ho dovuto interrompere gli studi di medicina e mi sono messo a lavorare. Poi mi iscrissi a veterinaria e la terminai in 24 mesi. A me è sempre piaciuta la filosofia, lui era più attirato dalle materie scientifiche, aveva forti capacità di apprendimento.

Francesco fece il salto di qualità rispetto all’impegno politico quando entrò in contatto con il mondo universitario. Dopo un primo periodo di assestamento durato circa un anno, tutti e due iniziammo a frequentare la sede di Lotta Continua. A dire il vero Francesco decise di impegnarsi a tempo pieno, mentre io optai per un profilo decisamente più basso, seguivo le cose con un certo distacco perché mi resi conto che, per dirla con una battuta, non era la mia musica… L’unica occasione di impegno fu la campagna elettorale del 1975, quando tra l’altro Lotta Continua diede indicazione di voto al Pci e mi impegnai con dei banchetti di propaganda a favore del partito.

Inizialmente in famiglia la scelta di Francesco non venne presa bene. Poi la sua spiccata personalità riuscì a dominare anche il malumore di mio padre, il quale aveva certamente una tendenza “repressiva”. Più che altro lui cercava di non far trasparire le sue debolezze. Aveva una sua visione, vissuto il periodo fascista, fatto la guerra. Rimase ferito in Albania dopo un incidente con il camion. Nonostante i momenti di tensione, però, non arrivarono mai a scontri aperti. Alla fine di fronte alla determinazione di Francesco dovette cedere.

Negli studi, nonostante la militanza politica, aveva un rendimento molto elevato, aveva un’ottima media. Esami che per altri potevano essere difficili, per lui erano una passeggiata. Quindi i miei genitori da questo punto di vista non potevano criticarlo. Era anche uno sportivo. A Pesaro faceva rugby, a Bologna frequentava una palestra. Il suo settore d’intervento politico erano i soldati. Quindi un figlio di un militare di carriera si occupava del movimento dei militari democratici… Mio padre intuì qualcosa ma si lasciò scivolare addosso il tutto.

Dopo la morte di Francesco fu chiamato dallo stato maggiore che gli chiese le dimissioni, ma si rifiutò. Prese l’aspettativa fino alla pensione. Poi si schierò a sinistra, in qualche modo raccolse l’eredità politica del figlio, pur non diventando un attivista. Ha voluto mandare questo messaggio. Non so se poi è stato colto. Sono cose che hanno un significato per chi le fa, non per chi, eventualmente, le riceve. Complessivamente ebbe un comportamento di composto dolore, riservato. Il suo impegno pubblico consistette nel farsi vedere in occasione di certi appuntamenti.

Lo stesso comportamento che ebbe mia madre. Del periodo bolognese, fino al 1977 ho un ricordo abbastanza tranquillo. Frequentavamo i compagni, studiavamo, d’estate facevamo dei viaggi: Francia, Inghilterra, Danimarca. Li organizzavamo parallelamente con i nostri genitori, nel senso che loro andavano con la roulotte, noi con gli amici in auto. Poi ci incontravamo a Londra, a Parigi o a Istanbul. Erano dei viaggi paralleli! A Bologna nella prima fase ci vedevamo spesso al circolo della stampa, poi con l’adesione a Lotta Continua la meta abituale era la sede. Prima delle turbolente giornate del marzo ’77, non mi sembra di rammentare una tensione particolare con la città. Certo a volte si svolgevano manifestazioni un po’ “vivaci”, ma non c’erano particolari problemi.

Oggi sono arrivato alla conclusione che sia i giovani di destra che di sinistra furono strumentalizzati dal potere, tutta carne da macello… Della tremenda giornata dell’undici marzo ricordo tutto. Mi alzai alle dieci. Svegliai Francesco e gli ricordai che doveva andare a studiare da un amico in Via delle Torrette. Lui uscì per recarsi da questo amico. Alle 12,30, finito di studiare si diresse verso Piazza Verdi perché doveva acquistare il biglietto per il treno che doveva portarlo alla manifestazione nazionale del giorno dopo a Roma. Prima di arrivare in piazza venne a sapere degli scontri in corso all’Università. Lui era responsabile del servizio d’ordine.

Arrivò sul posto che c’erano degli spari. Io questa estate ho incontrato Tramontani, il carabiniere che lo colpì a morte. Ho trovato una lettera di qualche anno fa che lui aveva spedito a mio padre, il quale però non se la era sentita di vederlo. È stato un colloquio da uomo a uomo, ma devo dire anche un incontro fraterno, sì fraterno.

Io non sono in grado di giudicare lui… Mi ha detto che si è trovato a 20 anni che gli tiravano delle bombe molotov. Scese dal mezzo dove si trovava, c’era un gran fumo, perse la testa e sparò. Non si ricorda se fu incitato. La cosa è complessa, non può essere affrontata con leggerezza. Si tratta comunque di un uomo che ha una famiglia, dei figli… Lui non si rese conto, non vedeva. Era un ragazzo… Poi è stato protetto dalla struttura, fatto espatriare. Io venni informato all’ora di pranzo dall’amico dove era andato a studiare. Due settimane prima mi aveva raccontato di un sogno, sicuramente premonitore.

C’era un’aquila nera che volteggiava sopra di lui e mi disse “Penso che morirò presto”.

I funerali si tennero in periferia in seguito agli eventi che si scatenarono dopo la morte di Francesco. Un po’ ricordano fatti recenti, con gli ultras che assaltano le caserme. Una massa di persone, cosciente e non cosciente, si fece prendere dalla rabbia. Ci fu l’esproprio dell’armeria…

E in seguito a questi fatti il questore decise che i funerali dovevano tenersi lontano dal centro. Oggi non critico questo tipo di scelta. Allora fu diverso. Se ti uccidono un figlio o un fratello reagisci. Tutte le valutazioni sono negative. Dopo 30 anni le cose le vedi in modo diverso. Hai dei figli, vivi in una situazione completamente differente. Se tu sei un ragazzo di 20 anni, hai la tua emotività, sei facilmente coinvolgibile. Se invece sei un genitore e vedi della gente che spacca le vetrine, tira le biglie di ferro e prende d’assalto una armeria hai tutta un’altra opinione. Credo che su questo si debba essere obbiettivi. Io oggi ho una figlia che fa l’università a Bologna, gira per le strade e ha paura.

L’iter processuale si concluse con l’assoluzione di Tramontani in base alla legge Reale. Come dicevo la domanda principale, secondo me, è: se io mi fossi trovato al suo posto in quel momento che cosa avrei fatto? Se uno di Lotta Continua si fosse trovato in quella situazione come avrebbe reagito? Probabilmente sarebbe successa la stessa cosa. Bisogna mettersi nei panni degli altri. Anzi dell’individuo. Poi il sistema in cui quella determinata persona cresce, l’ambito in cui questa persona trova lavoro determina certe cose. Ci furono e ci sono tanti ragazzi del nostro sud che trovarono e trovano lavoro nelle forze armate, nella polizia. La struttura dove questi soggetti agiscono è un qualcosa di complesso, che noi da un certo punto di vista conosciamo, ma che non è quello che appare. Come la politica di oggi, un balletto frantumato che a noi esseri umani si presenta mascherato, lontano dalla verità. E così era allora. La nostra emotività di ventenni è stata strumentalizzata.

Non per niente allora il Pci classificò mio fratello come un ultras, un brigatista, nonostante il partito facesse avere dei soldi a Lotta Continua, una rivelazione che pubblicò l’Espresso. C’è da chiedersi con chi avessimo a che fare. Con marionette manovrate dagli Stati Uniti o dall’Urss. È la lotta per il potere. Anche oggi io sono convinto che viviamo in una specie di dittatura, dove lo Stato non è al servizio del cittadino. Ci sono precari che vivono con 300 euro al mese, operai con salari di ottocento euro, mentre chi ci governa se ne mette in tasca trentamila. Non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra, si tratta di avere un atteggiamento etico.

Il Comune di Bologna non sarà presente in via Mascarella, stamattina, in occasione del 40esimo anniversario della morte di FrancescoLorusso, lo studente e militante di Lotta continua che l’11 marzo 1977 fu colpito dagli spari dei Carabinieri.  “Ci sono collettivi che continuano a pensare che la città è loro e che loro siano gli addetti a stabilire confini invalicabili di quel posto o di quell’altro”, ha affermato il sindaco: “Semplicemente noi non ci saremo, perchè al giochino di militarizzare tutto perchè siano repressi e quindi di strumentalizzare una nostra presenza per qualche scontro, non ci cadremo”. Se l’approccio dei collettivi è “con te non parlo, faccio iniziative che implicano l’intervento delle forze dell’ordine”, allora “se le facciano da soli nel loro piccolo ghetto”, ha aggiunto Merola.

Il riferimento ai collettivi riguarda le posizioni assunte nei giorni scorsi da Cua e Hobo. Il recente intervento della polizia in Ateneo per sgomberare la biblioteca di via Zamboni 36 porta a “ritenere inammissibile e a considerare grave provocazione politica la presenza di rappresentanti istituzionali nei pressi della lapide a memoria dell’omicidio di stato di Francesco Lorussoper l’intera giornata”, ha scritto il Cua: “L’11 marzo sarà giornata di lotta e invitiamo i compagni e le compagne, gli studenti e le studentesse, a presidiare con noi la lapide in memoria di Francesco in via Mascarella dalle 9 per respingere eventuali provocazioni e a partecipare al corteo pomeridiano con concentramento in piazza Verdi alle 16 caratterizzato dalla rabbia e dal coraggio studentesco e aperto a tutti i percorsi di lotta e conflitto sociale della città”. Con l’appuntamento in via Mascarella “non si tratta solo di rendere tributo a Francesco e ai tanti Francesco che fanno parte della nostra storia”, si legge nel comunicato di Hobo: “Si tratta di continuare quella storia, che oggi vive nelle lotte contro la polizia al 36 e a Scienze politiche, dentro la mobilitazione degli studenti e delle studentesse e nel rifiuto dell’università-azienda, in ogni gesto di ribellione di una generazione che non vuole più pagare i costi della loro crisi e vuole cacciare il Pd dalle nostre vite. Ecco perché siamo pronti a cacciare di nuovo qualsiasi rappresentante delle istituzioni cittadine. Ecco perché non ci può essere nessuna memoria condivisa: perché con voi non condividiamo nessun presente”.

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