«Il Ttip già c’è, si chiama Ceta. E vi spiego il perché»

«Bisogna bloccare il CETA: ben 4000 aziende Usa hanno sede legale in Canada, e molte altre potrebbero sentirsi incentivate a spostare sede legale. Il CETA è il TTIP di fatto». Intervista con Elena Mazzoni

da TrevisoEnrico Baldin

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«Bisogna bloccare il CETA perché è un pericolo per la democrazia». Così Elena Mazzoni, portavoce delle campagne contro i trattati transatlantici, motiva l’argomentazione principale della sua opposizione al TTIP e al CETA, di più stretta attualità. Con Monica Di Sisto e Paolo Ferrero ha scritto L’accordo di libero scambio transatlantico. Se lo conosci lo eviti, edito da DeriveApprodi. La incontriamo a Treviso, in una pausa durante il giro nel nordest, in cui nel fine settimana ha presenziato a diversi appuntamenti pubblici per spiegare le attività e le motivazioni del comitato Stop TTIP di cui è portavoce nazionale.

Sta girando dappertutto per spiegare alla gente i pericoli del TTIP. Eppure nelle settimane scorse è arrivato lo stop di Donald Trump al trattato. Che ci fa ancora in giro?

Bisogna mantenere la guardia alta su questo tipo di trattati. Noi dal 2014 non ci siamo battuti solo sul TTIP ma anche su altri trattati come quello col Canada, il CETA, che è stato ratificato dal Parlamento Europeo a febbraio scorso. E che non solo può divenire una sorta di possibile modello negativo per future trattative bilaterali con altri paesi, ma è anche una specie di TTIP in miniatura.

Perché parla di TTIP in miniatura se gli USA da questo punto di vista hanno interrotto ogni sorta di dialogo?

Perché ad ora ben 4000 aziende statunitensi hanno sede legale in Canada, e molte altre potrebbero sentirsi incentivate a spostare sede legale. Il CETA è il TTIP di fatto.

Ma esattamente cosa teme del CETA?

Molte cose. Noi vediamo pericoli per l’occupazione, la commissione EMPL prevede per l’Italia la perdita di 42mila posti di lavoro. Temiamo per la qualità dei prodotti agroalimentari e per l’ambiente e quindi per la salute, perché il CETA non prevede un controllo adeguato del principio di precauzione: temi come OGM e sostanze chimiche in agricoltura, o l’uso di ormoni della crescita negli animali da allevamento sono rinviate a tavoli tecnici che non sono a controllo pubblico. E su questi temi il Canada non usa le nostre precauzioni. Ma forse non sono neppure queste le cose più gravi.

E che cosa ci vede di più grave?

La perdita della democrazia. La battaglia per bloccare la ratifica del CETA è importante quanto la battaglia referendaria del 4 dicembre.

Dove starebbe il pericolo per la democrazia nel CETA?

Sta nel fatto che in questo accordo è contenuto un sistema di tutela degli investimenti che permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio gli Stati, e non il contrario. Una multinazionale straniera potrebbe quindi citare in giudizio uno Stato se questo legiferasse contro la sua capacità di fare profitto. Gli investitori stranieri, in pratica, fanno il bello ed il cattivo tempo e se non si fanno i loro comodi si appellano ad un arbitrato privato. Siamo alla follia antidemocratica.

Anche per questa clausola in effetti ci sono state spaccature a Strasburgo al momento dell’approvazione.

Certo, il gruppo socialdemocratico si è spaccato tra favorevoli, contrari e astenuti. Ora però serve una battaglia a tutto campo di tutti i comitati nazionali per far sì che nei singoli Stati i Parlamenti nazionali blocchino il CETA.

Come siamo messi in Italia da questo punto di vista?

Il comitato è bello tosto, ci siamo mossi bene, abbiamo fatto un grosso lavoro per dare conoscenza ai nostri parlamentari, siamo cresciuti nel tempo e siamo giunti a 300 organizzazioni sostenitrici, dalla CGIL a Legambiente alla Coldiretti al WWF. A febbraio quando si votò il CETA la maggioranza degli europarlamentari italiani preferì respingere l’accordo. Sono ottimista, anche se l’assenso del ministro Calenda e dei governi Renzi-Gentiloni fu acritico e in Italia potrebbe costituirsi la stessa maggioranza trasversale vista a Strasburgo tra Popolari e Socialdemocratici.

E ora che farete?

Faremo pressione sui Parlamentari fino al giorno del voto nel nostro Parlamento, ancora non calendarizzato. Spiegheremo tutti gli effetti del CETA anche mentre sarà in applicazione temporanea e continueremo a coordinarci con gli altri comitati nazionali: la nostra è una battaglia comune.

 

#StopCeta #StopTtip #NoTTip #NoCeta



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