Violenza simbolica: come si esercita contro le donne

Tra le violenze sulle donne, una è più subdola. E’ la violenza simbolica, indiretta, quella che secondo Pierre Bourdieu è esercitata dal dominatore sul dominato imponendogli una determinata visione del mondo

di Marina Zenobio

Viso di donna di Françoise Nielly, artista francese Viso di donna di Françoise Nielly, artista francese

La violenza simbolica è un concetto introdotto dal sociologo francese Pierre Bourdieu durante gli anni ’70 del secolo scorso. Si utilizza per descrivere una relazione sociale in cui il “dominatore” esercita sul “dominato” forme di violenza non fisica ma indiretta, attraverso l’imposizione di una determinata visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive e delle strutture mentali.

I “dominati” non se ne rendono conto o sono inconsapevoli di tali pratiche agite contro di loro così, alla fine, Bourdieu li definisce “complici di quella stessa dominazione a cui sono sottomessi”.

Si tratta di una violenza talmente interiorizzata e naturalizzata al punto da credere che le cose “sono state sempre così”, scrive in un suo articolo l’afroamericana femminista Mariana Olisa, e perciò i nostri valori e spazi all’interno della società sarebbe non solo indiscutibili ma persino immutabili.

Prendiamo ad esempio il potere dei media: esercitano violenza simbolica ogni qualvolta rafforzano gli stereotipi, incasellando ognuno in un suo spazio predefinito. “Tutto ciò che ha la capacità di stigmatizzare è responsabile del pensiero segregazionista”, scrive Olisa, tutti i segregati sono “diversi da me” e considerati, anche inconsciamente, come “persone minori”. La conclusione, interiorizzata e naturalizzata, è che più la persona è meno persona meno diritti ha e più è esposta ad abusi in ogni habitus, cioè in quegli spazi sociali in cui tutti hanno la medesima percezione delle pratiche sociali tra i componenti di una società. Secondo Pierre Bourdieu, l’habitus “è la chiave della riproduzione culturale, essendo strettamente collegato alla struttura di classe, è in grado di generare comportamenti regolari che condizionano la vita sociale.”

Come esercizio di riflessione, ed entrando nello specifico della violenza contro le donne, Mariana Olisa in un suo articolo ha riportato alcuni esempi di violenza simbolica patriarcale.

Violenza simbolica è mostrare la donna in una situazione di subalternità e/o di violenza

Negli Stati Uniti una percentuale significativa di pellicole cinematografiche non passa il test del sessismo. Ma non sembra sufficiente e lo dimostra l’ultimo episodio riguardante i cartelloni pubblicitari dell’ultimo X-Men: Apocalypse uscito a Los Angeles e New York a giugno del 2016. Il caso è circolato sui social network e molte femministe, ma non solo, hanno condannato quella modalità di fare pubblicità perché promuove la violenza contro le donne.
Nell’immagine del cartellone Mystica è strangolata dal suo antagonista Apocalisse con la sua citazione “Solo i forti sopravviveranno”.

violenza simbolica Dentro

La 20th Century Fox Film Corporation, studio cinematografico responsabile della produzione e propaganda del film, è stato costretto a scusarsi, ha rimosso i cartelloni con la scena incriminata e si è giustificato dicendo: “Nell’entusiasmo di voler mostrare la cattiveria del nostro villain, Apocalisse, non abbiamo riconosciuto immediatamente le traumatizzanti sfumature di significato di quella immagine. Una volta afferrata la questione abbiamo iniziato a rimuovere questi materiali”. Da notarsi la preoccupazione dello Studio riguardo l’immagine di Apocalisse, non una parola sul personaggio femminile, Mystica.

Violenza simbolica è convincere le donne che i loro corpi non sono abbastanza belli e che hanno bisogno di un “ritocco”

La nostra società dice a noi donne che dobbiamo essere belle, snelle e sembrare giovani il più a lungo possibile. E non certo per ragioni di salute. Reggiseni push-up che modellano il seno spingendolo verso l’alto grazie a particolari imbottiture secondo cui i nostri seni dovrebbero essere a prova di gravità. Costosissime creme antirughe e tinture di capelli che dicono che l’età è qualcosa da dissimulare ad ogni costo. Tacchi, che distruggono i nostri piedi, per apparire sempre longilinee ed eleganti. Maquillage per nascondere le lentiggini, ventosa per labbramodellare la dimensione degli occhi del naso o degli zigomi, affinare le nostre caratteristiche. La “prova del bikini” di inizio estate altro non significa che se una donna non ha un aspetto perfetto non vale la pena che metta in mostra il suo corpo con orgoglio.
L’ultima novità nel campo della cosmesi è l’ “esaltatore delle labbra” in sostituzione del botox. Il suo funzionamento si basa su una specie di meccanismo di aspirazione, di risucchio delle labbra, che va ad influenzare la circolazione del sangue in quella zona, facendo sembrare la bocca più grande. E qualche anno che queste “ventose” sono in commercio, ma sono diventate popolari grazie a una disputa affrontata sulle reti sociali.

Violenza simbolica nella restrizione della capacità di movimento delle donne

Altra forma di rendere le donne prigioniere del proprio corpo e della propria condizione di donna, è limitare i suoi movimenti. Il burka è l’esempio più scontato. Ma nel “libero” occidente gli abiti femminili sono creati più per far risaltare la nostra figura e identificare chi siamo in questa nostra società piuttosto che per vestirci. Così si torna a parlare di tacchi, di vestiti stretti, di gonne sproporzionate da far indossare alle bambine dicendo loro “ferma qui, chiudi le gambe e comportati come una bambina”, di pantaloni aderentissimi che fanno male alla nostra salute ma sì, ci rendono più desiderabili agli occhi dei maschi.
Un forma ulteriore per restringere la capacità di movimento per le donne è, scrive Olisa, “determinare quali luoghi dovrebbero occupare e suggerendo loro a quali appartenere” .
Anche nei confronti di una donna che decide di viaggiare da sola si esercita una forma di violenza simbolica mettendola in guardia a non guadagnarsi, col suo comportamento, una cattiva fama. E ancora quando, dopo una denuncia per violenza, alla donna si chiede perché girava di notte da sola, se aveva bevuto, che cosa indossava e così via, si potrebbero fare tanti esempi.

Violenza simbolica nel linguaggio tradizionalmente maschilista e razzista

Il patriarcato ha una forte rappresentazione nel linguaggio.
“Viva la figa e chi l’ha inventata, dio castighi i froci e chi l’ha trascurata!”. Questa frase è stata scritta nel bagno di una discoteca in provincia di Brescia.
“Vedi ragazzo ci sono due cose per cui vale la pena di vivere, al primo posto c’è la figa, ma al secondo posto c’è la Ferrari.” Questo invece è Al Pacino, in “Profumo di donna”.
“Femmina: quella cosa inutile che sta attorno alla figa. Figa: quella cosa utile dove svuotare le palle.” Nel bagno di un autogrill in provincia di Lodi.
Qualche tempo fa, su un autobus, ero vicina ad un gruppetto di ragazze e di ragazzi adolescenti. Uno dei ragazzi afferra per un braccio una ragazza e le dice: “vieni qua mignotta che poi mi fa un bel pompino”. Il gruppo si è fatto una grassa risata, compresa la ragazza e le sue amiche.

Nel suo saggio Il dominio maschile del 1998 Bourdieu scriveva: “La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che la dominata non può non accordare al dominante (quindi al dominio) quando, per pensarlo e per pensarsi o, meglio, per pensare il suo rapporto con il dominante, dispone soltanto di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui”.

Per questo è importante, da parte delle femministe perché hanno gli strumenti più adeguati e che si occupano di violenza di genere, fare interventi fin dalle scuole primarie per far prendere consapevolezza di quanto sia subdola e devastante per le donne anche la violenza simbolica, perché le cosiddette parolacce o frasi con connotazioni sessuali che squalificano le donne hanno un’origine ideologica fortemente rappresentativa nella costruzione del simbolico interiorizzato della cultura patriarcale.

Le barzellette che utilizzano stereotipi per far ridere gli amici, senza considerare che sono ancorate a determinati valori e pregiudizi cristallizzati nella società, sono tanto sgradevoli quanto le espressioni razziste “negro”, “negretta”, “lavorare come un negro”, “lavorare come un cinese”, “sembri uno zingaro” e via dicendo. Espressioni che, anche se non usate intenzionalmente, rappresentano ugualmente l’espressione di un dominio. Prenderne coscienza, anche questo è empowerment.

Violenza simbolica nella manipolazione della Storia e nell’invisibilità delle minoranze

Da sempre l’egemonia patriarcale ha bisogno di riaffermazione. La nostra società, così come la conosciamo, trae sostentamento dalla trasmissione di una catena di valori al suo interno, le persone che restano fuori sono un po’ meno persone perché guardate attraverso gli occhi di coloro hanno fatto propri quei valori culturali e anche morali, nonché ruoli e posizioni che il patriarcato concede. Giustificando così non solo posizioni e privilegi ottenuti a scapito dei diritti di qualcun altro, ma anche il dominio sociale e politico.

Un esempio della manipolazione della Storia, scrive ancora Mariana Olisa, “è la rappresentazione di un Gesù biondo con gli occhi azzurri, oppure la rappresentazione cinematografica degli egiziani come un cultura bianca nel bel mezzo del deserto africano. E lo stesso senso ideologico che determina la civilizzazione e di ciò che definiamo selvaggio che rende implicito chi sono i ‘buoni’ e chi i ‘cattivi’”

colombo e gli indios

Rappresentazione dell’arrivo di Cristoforo Colombo sulle isole caraibiche nel 1494. L’autorità di Colombo è ritratta come un’aurea divina. Tutti gli europei sono in piedi, ma la postura degli indios è di sottomissione e servilismo



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