Philippe Poutou: «Senza sciovinismo, dalla parte dei lavoratori»

La nostra intervista a Philippe Poutou, candidato anticapitalista alle prossime presidenziali francesi. Un operaio della Ford che sfida le ambigue figure del “socialista” Hamon e del gauchiste Mélenchon

di Giampaolo Martinotti

L-economie-vue-par-Poutou-president

Perché una candidatura anticapitalista all’interno di un panorama che vede già altri candidati di sinistra come, in particolare, Jean-Luc Mélenchon, che qui in Italia viene presentato come l’alternativa ai socialisti?

La cosa certa è che Jean-Luc sta portando avanti una campagna totalmente diversa da quella delle presidenziali del 2012, utilizzando un gergo da statista cerca di catturare le simpatie dei settori socialisti sulla base di un discorso riformista dai forti toni nazionalistici.

Le sue proposte possono sembrare radicali, ma non affrontano mai il tema della proprietà privata! Lui non propone una profonda rottura con il sistema, ma si nasconde dietro la prospettiva di una costituente senza indicare delle misure che siano in grado di rispondere, per esempio, all’attuale crisi politica ben illustrata dal caso Fillon. E, ciliegina sulla torta, durante questa campagna Mélenchon non fa più parola della lotta di classe, pensando in tal modo di rapportarsi all’intero “popolo francese”. Tutto ciò senza certo dimenticare le divergenze più importanti che noi possiamo avere nei confronti delle sue concezioni protezioniste e del suo spirito nazionale, e di quel pizzico di sciovinismo che lo ha spinto a commettere svariati passi falsi, ad esempio sulla questione dell’accoglienza ai migranti.

La nostra campagna ha dunque tutto il suo spazio e la sua ragion d’essere, visto che oggi saremo gli unici a difendere un programma anticapitalista e internazionalista.

Dunque Philippe Poutou, lei è il candidato del Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA) alle prossime elezioni presidenziali. Quali sono le sue rivendicazioni principali?

antik376_-_couleurs_-_uneUn anticapitalismo che si identifica su di una questione strategica: la requisizione, per lappropriazione sociale dei settori chiave delleconomia. Questo per quanto riguarda, per esempio, lenergia, le banche e le aziende che tagliano i posti di lavoro, noi popolarizziamo la necessità di espropriare gli interessi privati ​per sviluppare una nuova forma di socializzazione, sotto il controllo dei lavoratori e della popolazione, una soluzione alternativa alle privatizzazioni e al controllo dello stato burocratico. La crisi dell’economia capitalista e la crisi climatica sono loccasione per rendere pubbliche tali proposte. Evidenziamo l’esigenza democratica per la quale i lavoratori e la popolazione debbano mettere il naso negli interessi dei capitalisti (libri contabili, segreto bancario, affari, segreti militari…) e lobiettivo di una pianificazione democratica delleconomia. Tale proposta si combina con il divieto di licenziamento e di stipula dei contratti precari, la condivisione del tempo di lavoro, la creazione massiva di occupazione nei servizi pubblici per eliminare la disoccupazione e con laumento del salario minimo a 1700 euro netti.

Un internazionalismo assunto. Andiamo contro corrente su questo terreno, ma è essenziale di sostenere questo progetto proprio nel momento in cui tutta la classe politica, senza eccezione, elogia le frontiere contro i migranti e diffonde il discorso della “produzione francese”. Noi difendiamo un antirazzismo disinibito nella lotta contro lestrema destra, contro il razzismo di Stato, con tutte le rivendicazioni che esso implica (parità di diritti, libertà di movimento, di residenza e di voto in tutte le elezioni), contro lislamofobia e la xenofobia in tutte le sue forme. Rivendichiamo una rottura internazionalista con lUnione europea: vogliamo rompere con la logica di questa Ue, dei suoi trattati e delle sue istituzioni, per unEuropa basata sugli interessi dei lavoratori e dei popoli. Il nostro internazionalismo passa anche per la nostra concreta solidarietà con gli altri popoli che lottano per la liberazione in tutto il mondo (Palestina, Siria, Kurdistan…). Mettiamo in evidenza non solo la solidarietà con i lavoratori e con le popolazioni di altri paesi, ma anche la lotta contro gli interventi imperialistici francesi in Africa e in Medio Oriente. Infine, il diritto allautodeterminazione dei popoli colonizzati dalla Francia (Kanaky, Antille…) fa parte delle nostre rivendicazioni.

Una lotta in difesa dei diritti democratici contro la svolta autoritaria del potere, contrassegnata, con lo stato di emergenza, dallintensificarsi dalla repressione poliziesca e giudiziaria, che i candidati alla presidenza, nel Ps, a destra e nell’estrema destra, già promettono di rendere sistemica. Dopo decenni in cui questo stato di polizia si è concentrato sui settori più popolari della società e sulle minoranze discriminate, oggi tutte le sezioni della nostra classe sono un bersaglio. Vogliamo sottolineare delle parole dordine chiare per la fine dello stato di emergenza, il disarmo della polizia, la persecuzione di tutti i crimini delle forze dell’ordine e la denuncia della loro impunità, denunciamo le enormi risorse destinate allapparato repressivo, il razzismo di Stato e l’islamofobia.

La necessità di una nuova rappresentanza per gli sfruttati e gli oppressi. Quasi tutti i candidati sono politici di professione e propongono come soluzione basilare, al di là delle differenze di orientamento politico, di sostituire la classe politica attuale con una nuova – la loro. La portata e la natura della crisi mettono al centro del dibattito la necessità di cambiare le regole del gioco, non le pedine. L’elezione di Trump e i risultati riportati dal Front National sono degli avvertimenti che rivelano l’urgenza per gli sfruttati di difendere i propri interessi politici, l’urgenza di agire, di militare. È tempo che i lavoratori e i giovani si organizzino per difendere i loro interessi al meglio delle proprie possibilità e che rappresentino se stessi. Tutto ciò si avvera nelle lotte, negli scioperi, nella battaglia per farli convergere dentro a un movimento unitario.

Attraverso la nostra candidatura alle presidenziali, noi rendiamo pubbliche le nostre azioni per lavvento di una democrazia vera, che rompa con ciò che esiste oggi: soppressione della carica presidenziale, rotazione dei mandati, revocabilità, retribuzione al livello del salario medio, sistema proporzionale. Vogliamo togliere il potere dalle mani dei capitalisti e dei politici al loro servizio, e che siano i lavoratori, la classe operaia autorganizzata, a dirigere la società. Vogliamo presentare il nostro progetto di cambiare il mondo: sbarazzarsi del giogo capitalista allorigine di tutti questi difetti di fabbricazione, costruire una nuova società che pianifica in modo democratico le risposte ai bisogni della popolazione regolando la produzione a seconda delle stesse delibere collettive, una società controllata dalla base, una società senza sfruttamento e oppressione, in particolare quando diretti contro donne e persone LGBTI. Cè la volontà da parte degli sfruttati di cambiare il mondo, e le loro lotte guideranno questo cambiamento.

wdsc_0851

Benoît Hamon ha ampiamente vinto le primarie organizzate dal Partito socialista (Ps). Secondo lei, che cosa ci dice questo risultato a proposito dell’esperienza di governo del Ps? In questo contesto, siamo davvero di fronte ad una svolta a sinistra dei social-liberali?

Per alcuni, la vittoria di Hamon è una rivincita contro l’orientamento del governo e del Ps. Con un discorso un po’ ripulito, Hamon è riuscito, proprio nel corso di queste primarie, a dissociarsi da una parte di un bilancio quinquennale disastroso per le classi popolari. Con Hamon, la vecchia sinistra, socialdemocratica o liberale che sia, non rappresenta una prospettiva per arginare i danni della crisi e soddisfare le esigenze sociali e ambientali. In realtà, non più di Valls, Hamon non vuole attaccare l’egemonia dei capitalisti, il loro diritto di licenziare, di chiudere le aziende, di mantenere il controllo e il potere dei mezzi di produzione mentre sfruttano i dipendenti. Hamon cerca di far credere che il Ps è cambiato, ma gli sarà molto difficile far dimenticare che tutti coloro che hanno sostenuto le “leggi Macron”, lo stato di emergenza, la perdita della cittadinanza, la legge sul diritto del lavoro, saranno i protagonisti delle campagne presidenziali e legislative del Ps. Siamo lontani da una svolta a sinistra.

Che cosa pensa del reddito universale proposto da Hamon?

antik369-couleursL’idea potrebbe anche piacere ma, nella sua versione liberista, la stessa proposta da Benoît Hamon per intenderci, il reddito di cittadinanza è un modo per liquidare definitivamente la protezione sociale e promuovere ancora di più la precarietà. Dunque, siamo contrari a questo progetto. Io sostengo che ciascuno di noi in questa società debba avere un reddito netto che gli permetta di vivere decentemente, e quindi tutti i  salari netti non devono essere inferiori allo SMIC (salario minimo garantito) che rivendico (a 1700 euro netti) e che chiunque si trovi al di fuori del mondo del lavoro, per qualsiasi ragione (disoccupazione, malattia o invalidità, maternità, pensione, istruzione e formazione ecc…) potrebbe ricevere, come minimo, un reddito di compensazione netto di pari importo.
Per quanto mi riguarda, questo reddito universale non può essere utilizzato per diminuire la protezione sociale. Al contrario, quest’ultima dovrebbe essere difesa ed estesa, per la salute (cure rimborsate al 100%), le pensioni (al più tardi a 60 anni, sulla base del 75% dello stipendio più alto) o per i giovani che continuano a studiare: una sorta di pre-stipendio studentesco pari al salario minimo.
Il terzo punto del dibattito con la maggior parte dei sostenitori del reddito universale è sui metodi che verrebbero utilizzati per finanziarlo. Loro sostengono un metodo di finanziamento basato sull’imposizione fiscale, che grava in gran parte sugli stipendi dei lavoratori (come spesso accade per le tasse più ingiuste come l’IVA). Io difendo il finanziamento dello stato sociale attraverso i contributi sociali a carico dei datori di lavoro, e la gestione di tutte le protezioni sociali (compresa l’indennità di disoccupazione) da parte di una Sécurité sociale (l’INPS francese) amministrata democraticamente dai rappresentanti dei lavoratori (e solo loro). Tutto questo non ha nulla di utopico, ma a una condizione: quella di cambiare radicalmente la distribuzione della ricchezza, facendo esattamente il contrario di tutto quello che le politiche di destra e di “sinistra” hanno fatto negli ultimi 50 anni. E questo non avverrà senza uno scontro con il patronato.
Un altro piccolo problema con questo tipo di rivendicazione è rappresentato dal fatto che chi parla di reddito universale dimentica di citare i 6 milioni di disoccupati, e quindi l’urgenza di condividere il lavoro, riducendo così i tempi di lavoro mantenendo lo stesso stipendio per consentire a tutti di lavorare.

Qual è attualmente lo stato della sinistra in Francia alla luce delle lotte contro la “loi Travail” e della mobilitazione del movimento Nuit début?

I quattro mesi di mobilitazione contro la loi Travail (la legge sul diritto del lavoro) hanno consacrato la rottura di una parte delle classi popolari con il Ps e il suo governo. In effetti, questa è stata la prima mobilitazione interprofessionale su basi di classe e di sinistra contro un governo di “sinistra”. E quest’ultimo non ha esitato a reprimerla duramente. Il Ps, dopo la mobilitazione contro la loi Travail, ne è uscito completamente screditato agli occhi dei lavoratori e dei disoccupati. E il Ps, nonostante la candidatura di Hamon, resta oggi molto debole e la questione del suo orientamento politico è sempre d’attualità: o il ritorno verso un partito socialdemocratico “tradizionale” o la fine del “socialismo” per un’alleanza con il centrodestra verso un socio-liberalismo pienamente accettato.

Qual è l’attitudine dei media francesi nei confronti della vostra candidatura alla presidenza?

I media francesi non sembrano molto interessati alla mia candidatura. Tra le primarie della destra, quelle della sinistra e la crescita di Macron nei sondaggi c’è stato poco spazio mediatico per la mia candidatura…

Oggi, e nel prossimo futuro, grandi sfide si presentano davanti al vostro partito. Qual è il margine di manovra per rilanciare un movimento popolare, politico e sociale, in grado di rompere la gabbia dell’austerità e rovesciare il sistema capitalista?

La mobilitazione contro la loi Travail e l’occupazione delle piazze hanno permesso di riunire alcune delle componenti dei movimenti sociali (studenti, liceali, ambiantalisti, écolologistes, “zadisti”, femministe, sindacalisti, artisti, operatori sociali, precari e disoccupati , attivisti per il diritto alla casa…). Tutto questo ci ha anche aiutato a introdurre per la prima volta molte persone alle quesitoni politiche, sociali, ecologiche e democratiche. Le decine di migliaia di attivisti che sono stati l’avanguardia del movimento per tutti i quattro mesi, attendono ormai delle risposte a un paio di domande precise: perché non abbiamo vinto? Che cosa possiamo fare ora?

Per il Nouveau Parti Anticapitaliste si tratta di fare fino in fondo la propria parte nelle prossime azioni contro tutti gli attacchi al sociale che verranno, rimarcare la necessità di una politica per i lavoratori, difendere un solo movimento di massa, unitario, autorganizzato, che possa ottenere delle vittorie. Si tratta ugualmente di costruire una risposta politica, sia in termini di programma sia che di progetto emancipante e di forza politica anticapitalista, capace di invogliare tutti coloro che resistono a mobilitarsi per un fine comune per il quale un’altra società è possibile.??????????


Una versione di questa intervista è uscita sul numero 8 de L’Anticapitalista

Schermata 03-2457833 alle 09.42.51



Torna alla homepage

Articoli sullo stesso argomento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati

Ads by Google
immaginazioni
Terza pagina
Culture