25 aprile, la leggenda della Brigata ebraica

25 aprile, la leggenda sulla Brigata Ebraica è solo un pretesto per infilare nei cortei antifascisti le bandiere di Israele, cioè di uno Stato colonialista e oppressore

di Antonio Moscato

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Per il terzo anno consecutivo l’intolleranza delle comunità ebraica romana, che in un tempo lontano era di sinistra e da decenni è dominata dall’intolleranza e dal fanatismo antipalestinese e filoimperialista, è riuscita a mobilitare i mass media contro l’ANPI di Roma negandole il diritto di rappresentare la Resistenza al fascismo per il crimine di aver invitato la moderatissima rappresentanza palestinese al corteo del 25 aprile. Ne avevo già parlato un paio d’anni fa, in un articolo su un episodio analogo, a proposito della leggendaria “Brigata ebraica”, e come mi accade sempre più spesso avevo rinunciato a scrivere di nuovo sull’argomento. Sono sempre più scoraggiato di fronte all’immensità del compito di smantellare un mare di bugie ripetute ipocritamente o stupidamente da tantissimi “autorevoli” commentatori.
Ma questa volta una sedicente “analisi” del prof. Giovanni Sabbatucci su “la Stampa” mi ha spinto a reagire al cumulo di frottole contenute nell’articolo.
Prima di tutto Sabbatucci capovolge la responsabilità dell’intolleranza, attribuendola, esattamente come fa la Comunità ebraica, all’ANPI che “non rappresenta più i veri partigiani”. Sottinteso: quelli veri sono morti e si sarebbero guardati bene dal rifiutare l’appoggio al referendum renziano sulla costituzione o dall’invitare rappresentanti palestinesi. Invece sarebbero vivi (praticamente immortali) i “superstiti” della “Brigata Ebraica che combatterono sul fronte italiano dopo essere sfuggiti avventurosamente alla morte nei lager”. Quante bugie in poche righe. Dietro la bandiera della Brigata ebraica (che originariamente si chiamava “brigata palestinese” ed era stata arruolata dai britannici non tra gli scampati ai lager ma in Palestina, tra le milizie di autodifesa sionista che avevano contribuito a soffocare nel sangue la rivolta palestinese del 1936-1939) nelle manifestazioni antifasciste non sfilavano i “pochi superstiti” ma alcuni esponenti della destra sionista che utilizzavano quel simbolo per provocare non solo e non tanto i palestinesi, ma tutti quelli che condannano la prepotenza coloniale dello Stato d’Israele.
Sabbatucci è compiaciuto della scelta meschina ma logica del PD, che ha deciso di non partecipare al corteo antifascista (di cui non gli importa niente) per solidarietà con lo Stato sionista con cui fa ottimi affari e ha una stretta collaborazione militare. Ma li giustifica asserendo che “associare i combattenti palestinesi alle celebrazioni ufficiali per la sconfitta del nazifascismo significa commettere un clamoroso errore storico oltre che un atto politicamente inopportuno”. E qui tira fuori la vecchia costruzione ideologica che presenta il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Hussein come “amico di Hitler” e attribuendogli come Netanyahu la responsabilità di aver incoraggiato il Fűhrer a “perseguire fino in fondo il programma di sterminio del popolo ebraico”. Ne avevo già parlato in occasione della prima sortita di questi storici a comando (vedi: La menzogna di Netanyahu e la faziosità della grande stampa e Gli arabi e la Shoah) e ne avevo scritto più volte in passato, anche utilizzando i lavori di quello che secondo Sabatucci sarebbe stato il suo maestro, Renzo De Felice, in particolare il rigoroso Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini (il Mulino, Bologna, 1988) che riconduceva la vicenda di Ami’n al-Husaini alla storia delle lotte contro il colonialismo, che videro molti leader di movimenti di liberazione illudersi di potersi giovare dell’aiuto dei nemici del proprio nemico. Sabbatucci, naturalmente, dimentica i sionisti revisionisti di Jabotinsky (riferimento ideologico del Likud e di gran parte della destra oggi al governo nello Stato di Israele) ospitati a lungo da Mussolini e addestrati militarmente nella scuola navale fascista di Civitavecchia, e identifica l’intero popolo palestinese con il Muftì, che invece era stato inizialmente scelto dagli inglesi e poi da loro braccato e condannato solo quando dalla pressione popolare era stato costretto a solidarizzare con la rivolta palestinese, e costretto a cercare protezione dai nemici dei suoi nemici. Per Sabatucci, la sconfitta del nazismo “fu in fondo la sconfitta di tutti i palestinesi”. E quindi ora stiano fuori dai cortei antifascisti…
PS. In difesa dell’ANPI e in polemica con il PD, è sceso Miguel Gotor del MPD, che però ha accettato tranquillamente la leggenda sulle “Brigate Ebraiche che hanno dato un contributo importante alla Liberazione” senza accorgersi che la loro ricomparsa era solo un pretesto per infilare nei cortei antifascisti le bandiere di Israele, cioè di uno Stato colonialista e oppressore, che suscitano legittima ostilità. E a dimostrazione che non segue per niente la tragica situazione in Medio Oriente, ha auspicato candidamente che abbia successo l’impegno dell’ANPI a far manifestare insieme palestinesi e comunità ebraiche, allo scopo di “promuovere il diritto alla coesistenza di due popoli in due Stati, isolando le posizioni oltranziste da entrambe le parti”. Gotor, a quanto pare, vive nel regno dei sogni! Poveri palestinesi, hanno tanti nemici ma anche non pochi “amici” dispensatori di cattivi consigli…

[Sulla situazione palestinese, vedi sul sito i recenti: Il dibattito su due Stati o unico Stato e Warschawski – SUMUD. RESISTERE ALLA MAREA]
da Movimento Operaio, il blog di Antonio Moscato



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