Il 1913 e la sociologia dell’assenza

Era l’anno 1913, la vita culturale e politica in Europa ferve più che mai. Ma ci sono delle assenze, così diverse eppure tanto simili a quelle di oggi

di Boaventura de Sousa Santos*

Opere cubiste di Pablo Picasso Opere cubiste di Pablo Picasso

 

Siamo nel 1913, nel centro della vita cultura e politica d’Europa, un centro che passa soprattutto per Vienna, Berlino, Praga, Parigi, Monaco e, alla lontana, Londra. Le élites culturali alimentano incessantemente le proprie visioni in periodici, feuilleton, in serate letterarie, in gallerie d’arte, concerti e caffè. Sono febbrilmente al corrente delle attualità culturali e artistiche e seguono con una certa distanza l’attualità politica, molto meno eccitante.
Però tra queste élites ci sono giovani rivoluzionari che, in clandestinità, vanno preparando tempi nuovi. Tempi che immaginano pieni di creatività, innovazioni e irriverenze che rompono con la routine, l’inerzia, le convenzioni. E’ il nuovo secolo in piena effervescenza della prima gioventù. Si discutono nomi, opere e avvenimenti, molti dei quali ancora oggi, un secolo dopo, ci sono familiari.
Kafka ha concluso La Metamorfosi, una delle sue opere più geniali che sarà pubblicata nel 1915. Sotto falso nome arriva a Vienna Giuseppe Stalin, mandato da Lenin per studiare la questione nazionale, un tema a cui i marxisti austro-ungarici avevano dedicato particolare attenzione. Ma dato che Stalin non conosce il tedesco, sarà Nikolaj Bucharin, altro rivoluzionario russo in esilio, che lo aiuterà a leggere la bibliografia. Questo aiuto però non meritò la gratitudine di Stalin. Venticinque anni dopo, nel 1938, Bucharin, senza dubbio uno dei più brillanti intellettuali della Rivoluzione russa, sarà fatto assassinare da Stalin durante l’infame processo di Mosca.

Nello stesso periodo e nella stessa città di Vienna, un giovane dipinge, senza alcun talento, acquarelli di cattedrali da vendere ai turisti. Si chiama Adolf Hitler. Sigmund Freud pubblica Totem e tabù, un libro in cui la psicanalisi è applicata all’antropologia sociale e culturale e che risulterà tanto influente quanto controverso. Il conflitto all’interno del movimento psicanalitico tra Sigmund Freud e Carl Jung si aggrava e raggiunge proporzioni che vanno molto al di là di un dibattito scientifico.

Thomas Mann pubblica La morte a Venezia, un racconto che, secondo l’intellighenzia maldicente, manifesta la segreta omosessualità dell’autore. Il famoso dipinto di Leonardo, Monna Lisa, viene ritrovato in un hotel di Firenze, dopo essere stato rubato dal Louvre nel 1911 da un “nazionalista” italiano. In una tipica ripartizione “egualitaria”, in base a criteri eurocentrici, i tedeschi finanziano gli scavi archeologici in Egitto; la metà dei reperti restano al Museo del Cairo e l’altra metà al Museo di Berlino. E’ in questo anno che viaggia per l’Europa il busto più famoso del mondo, il busto di Nefertiti.
Karl Kraus, uno dei giornalisti e saggisti più brillanti del suo tempo, pubblica regolarmente a Vienna, sulla rivista Die Fackel (La Torcia), invettive contro la corruzione, il nazionalismo, la psicanalisi e il cattivo gusto. Le polemiche e le azioni legali si succedono. Il piacere di pensare e il miracolo del linguaggio raggiungono in Kraus il parossismo.Marcel Duchamp Nudo che scende le scale (1912) Pablo Picasso e Georges Braque sono i grandi pionieri del cubismo che, in questa epoca, acquisisce una nuova dimensione, il cubismo sintetico. Nel 1913 Duchamp esercita il suo “delirio dell’immaginazione” installando una ruota di bicicletta nel suo studio per mostrare che ci sono altri movimenti oltre al movimento lineare del progresso. E’ l’anno in cui a New York esibisce il suo Nudo che scende le scale (nella foto a sinistra).
I pittori scoprono la nudità, da Gustav Klimt a Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Quest’ultimo si innamorò di Alma Mahler, vedova di Gustav Mahler e, nonostante il dipingere capolavori che Alma pretendeva per essere da lui “conquistata”, finì col perdere nella competizione con il grande architetto Walter Gropius, fondatore della Bauhaus  e uno dei padre della architettura modernista.
E’ l’epoca in cui le buone maniere cedono davanti alla pornografia del racconto del viennese Felix Salten, Le memorie di Josefine Mutzenbacher, che i fan dei film porno degli anni settanta del secolo scorso vedranno interpretate dalla famosa pornoattrice, anche lei austriaca, Patricia Rhomberg.

Altro figlio dell’effervescenza culturale di Vienna è il filosofo Ludwig Wittgenstein, che nel 1913 si ritira, insieme alla sua compagna, in un piccolo villaggio norvegese per scrivere il Tractatus Logico-Philosophicus. Arnold Schonberg scandalizzava Vienna con la sua innovazione nella scrittura musicale. Igor Stravinsky presenta a Parigi  La sagra della primavera, 33 minuti che cambiarono la sensibilità musicale del cosiddetto mondo colto. Marcel Proust pubblica il primo volume di  Alla ricerca del tempo perduto, mentre Max Beckmann scrive che “l’uomo continua ad essere un maiale di prima classe”. Il 1913 è l’anno in cui Virginia Woolf tenta il suicidio per la seconda volta (la prima era stata nel 1904). Avrà “successo” solo al terzo tentativo, nel 1941, davanti al devastante spettacolo della sua casa bombardata.

Che manca in questo racconto? Apparentemente niente. Il mondo della cultura egemone è ritratto appieno. Prova di ciò è il fatto che, cento anni dopo, tutti questi nomi ci sono familiari. Tuttavia, un riflessione più approfondita rivela due assenze fatali.

La prima assenza  è che il discorso culturale di questo anno è totalmente indifferente al pericolo della catastrofe che, l’anno successivo, avrebbe scosso l’Europa e il mondo da essa dipendente: la Prima Guerra Mondiale. Moriranno 17 milioni di persone, militari e civili e, tra essi, molti africani della cui esistenza la colta Europa nulla sa e nulla vuole sapere. Nella colonie francesi 263 mila morti, nelle colonie inglesi 141 mila, nelle colonie tedesche 123 mila, nella colonia portoghese del Mozambico 52 mila. Siamo davanti l’avvenimento più catastrofico dall’epidemia della peste nera che, tra il 1346 e il 1353, tolse la vita ad oltre 75 milioni di persone in Euroasia.
Perché questa omissione delle élites culturali? Solo Karl Kraus, in alcune occasioni, è stato attento a ciò che stava per accadere con le sue critiche ai generali e agli industriali che si sarebbero arricchiti con la guerra, e la stampa al loro servizio. Per questo scrisse, tra il 1915 e il 1922, la sua opera teatrale  Gli ultimi giorni dell’umanità. E, in un registro totalmente diverso, un giovane depresso di nome Oswald Spengler, nel 1913 scriveva a Monaco un libro che sarebbe diventato la Bibbia dei reazionari europei,  La decadenza dell’Occidente. C’erano segnali in abbondanza di ciò che poteva accadere, però le élites culturali (e anche politiche) si rifiutavano di vederli. La normalità degli eccessi si trasformò nell’eccesso della normalità. Ed oggi?

La seconda assenza  ha a che vedere con il fatto per cui tutto ciò che accade fuori dall’Europa, o per precisare fuori dall’Europa del Nord e dell’Europa Centrale, non esiste, ossia è percepito come non esistente nel pensiero egemone. Questo pensiero copre un pezzetto minuscolo del mondo e, tuttavia, si arroga una manifestazione dell’ “universalismo europeo” (in sé stesso un ossimoro). Questo è possibile perché, a partire dall’espansione coloniale europea alla fine del XV secolo, una linea abissale, tanto radicale quanto invisibile, è stata tracciata tra le relazioni sociali nel mondo delle metropoli europee e le relazioni sociali nel mondo delle colonie extra-europee. Secondo i termini di questa linea – una linea geopolitica, ideologica e epistemologica -, la realtà sociale, politica, culturale e etica rilevante, quella che conta per definire principi, valori e criteri di sociabilità sociale, cade al di qua della linea, nelle società metropolitane. Dall’altra parte della linea vivono esseri subumani, c’è un mondo di pericoli da superare e di risorse di cui appropriarsi, con la violenza se necessario. Gli europei assumono in modo imperiale questa abissale divisione, convinti che, nel mondo metropolitano, il regolatore della convivenza è la coscienza, mentre nel mondo coloniale è la convenienza. Da qui la narrativa egemone non può immaginare come rilevante che, nel 1913, Gandhi possa organizzare in Sudafrica la prima marcia in difesa dei minatori indiani, un momento chiave nella lotta e anche di ambiguità gandhiane rispetto all’Impero britannico. O che in questo stesso anno sia stato promulgato il  Natives Land Act, la legge che concede la terra sudafricana ai bianchi lasciando appena il sei per cento di terra coltivabile ai neri, anche se questi sono la maggior parte della popolazione.

Per il resto, dall’altro lato della linea abissale, pensare in termini di avvenimenti isolati e datati è una trappola epistemologica perché, quanto sta accadendo, è un processo continuo di appropriazione violenta delle risorse coloniali come risultato della prima divisione dell’Africa nella Conferenza di Berlino (1884-85), e del genocidio delle popolazioni native tanto nelle America quanto nello “Stato Libero del Congo”, un eufemismo patetico: proprio lì re Leopoldo di Belgio ha presieduto le atrocità più crudeli, conosciuti come “gli orrori del Congo”, riducendone la popolazione di vari milioni di perone tra il 1885 e il 1908.
Contrariamente alle apparenze, la linea abissale non è finita con la fine del colonialismo, dell’occupazione territoriale. Permane ancora oggi, così come permane il colonialismo, anche se sotto nuove forme. E’ la linea abissale che oggi giustifica il razzismo, la xenofobia, la islamofobia, la distruzione di paesi come Irak, Libia o Siria, la “soluzione finale” per la Palestina perpetrata da vittime convertite in aggressori, la detenzione di massa di giovani neri nordamericani, il trattamento inumano riservato ai rifugiati.

Assenze così diverse quelle del 1913 eppure tanto simili a quelle di oggi.

Traduzione di Marina Zenobio
Fonte: Other News

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*Accademico portoghese, dottore in sociologia e docente presso la Facoltà di Economia e Direttore del Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra (Portogallo). Professore emerito della Wisconsin-Madison Universitity (USA). E’ uno degli scienziati sociali e ricercatore più distinto al mondo per l’area della sociologia giuridica e tra i principali organizzatori del Social Forum Mondiale.



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