E ora il Pd vuole scippare il diritto di sciopero

Diritto di sciopero, Gentiloni e Delrio vogliono limitarlo ulteriormente. E la Cgil? Chiede una legge che «recepisca gli accordi già definiti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali»

di Checchino Antonini

gli scioperi in Francia nel 1995 gli scioperi in Francia nel 1995

Dopo il cosiddetto “venerdì nero” dei trasporti, il sabato dell’attacco al diritto di sciopero. Dopo i decreti Minniti Orlando, Palazzo Chigi cerca il frontale con gli scioperanti. E’ l’ennesima operazione del Pd come ogni volta che viene eroso un diritto in questo Paese al punto che sarebbe lecito inziare a interrogarsi se sia mai esistito il berlusconismo visto che dobbiamo a centrosinistra-Ulivo-Pd gli tsunami sociali e umanitari derivanti dall’abolizione dell’articolo 18, dai lager per migranti alla scala mobile, dalla guerra globale agli F35, dal fiscal compact alla “riforma” Fornero, dalla “buona” scuola fino alla precarietà del pacchetto Treu e del Jobs act. Ma davvero in Italia c’è un problema legato al monte ore scioperate? O piuttosto non c’è il dramma di controriforme passate come un coltello nel burro senza nemmeno un minuto di sciopero o con quattr’ore a scoppio ritardato come quando Cgil e Uil hanno scioperato il 12 dicembre 2014 sette giorni dopo l’approvazione del jobs act? E, ancora, è davvero così facile scioperare in Italia con la legge antisciopero voluta nel ’91 anche da Cgil e Pds? L’Italia è il paese europeo col più alto tasso di sindacalizzazione e uno dei posti meno conflittuali.

Non stupisce che a guidare le truppe siano giornali come Corriere della sera, house organ dei salotti buoni della borghesia, e Il Messaggero, organo della famiglia di palazzinari Caltagirone, allergico alle espressioni della conflittualità sociale specie quando si permettono di rivendicare il diritto alla casa. I due giornali, il più diffuso a Milano e il più diffuso a Roma, hanno intervistato il garante per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passerelli, giuslavorista come può esserlo Ichino. Premettendo che lo sciopero di ieri «è legittimo, nel senso che osserva le regole che noi controlliamo. Il problema è che queste regole non sono più adeguate né sufficienti», affonda il nobiluomo avvertendo che «serve un intervento del legislatore» per «impedire che a un sindacatino sia consentito di bloccare un servizio o peggio un’intera città». «I cittadini e gli utenti sono ormai imbestialiti e hanno perfettamente ragione. Siamo di fronte a una proliferazione degli scioperi perché una moltitudine di piccole sigle sindacali può proclamare l’invito all’astensione del lavoro. Per evitarlo serve un intervento normativo, che aggiorni e disciplini meglio la legge», dichiara Santoro Passarelli. «Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza. La soglia potrebbe essere, per esempio, una determinata percentuale di iscritti», prosegue il Garante. «La vera soluzione passa per un sistema fondato sull’effettiva rappresentatività delle organizzazioni sindacali», conclude.

gli scioperi in Francia nel 1995 gli scioperi in Francia nel 1995

A fare il coro il governo, con Gentiloni: «Sottraiamoci a questa maledizione del venerdì nero. Di questi scioperi ideologici che sono un errore. Non ho nulla in contrario a ipotesi di maggiore regolamentazione» degli scioperi, ma con ponderazione perchè l’equilibrio tra il diritto di sciopero e maggiori regole «è delicato». La cosiddetta «maledizione del venerdì nero», ha sottolineato Gentiloni, si articola in questo modo: «alcune sigle, spesso ultra-minoritarie annunciano con grande preavviso un blocco molto importante per la vita dei cittadini, il resto del mondo sociale non prende le distanze, c’è riluttanza da parte dell’universo sociale e anche politico a prendere le distanze e dal punto di vista dei media la maledizione del venerdì nero va alla stragrande: è una responsabilità che tutti ci dobbiamo prendere». Quindi, ha argomentato ancora Gentiloni, sarebbe bello se qui «da Bologna ci impegnassimo a dire: cerchiamo di sottrarci a questa maledizione del venerdì nero e dire che lo sciopero è fatto da minoranze e sindacali». Sarebbe bello se gli «altri sindacati dicessero che non lo condividono e la politica che è un errore. Se prendiamo un impegno del genere – ha concluso Gentiloni – daremmo un contributo positivo: poi ci saranno nuove regole, me lo auguro, ma è argomento delicato da non affrontare con l’emotività».

«Non possiamo rimanere ostaggi di minoranze; è necessario regolare la rappresentanza cioè chi ha diritto di indire sciopero». Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio è tornato, oggi a Venezia, a ribadire la propria contrarietà contro gli scioperi nel comparto che ieri hanno causato forti disagi in Italia. «Se le sigle non sono sufficientemente rappresentative – ha proseguito – bisogna trovare modalità differenziate cioè avvertire molto prima per evitare disagi. Credo ci sia ancora tanto lavoro da fare. Siamo pronti a farlo assieme al parlamento sapendo che la questione è molto delicata. Certo è – ha concluso il ministro – che noi non selezioniamo nulla. Devono essere i lavoratori a scegliere i sindacati. Noi tuttavia prendiamo atto di chi è rappresentativo e di chi non lo è. Non è pensabile che una città come Roma diventi ostaggio per un’adesione allo sciopero di 15%».

Un attacco così feroce che perfino Susanna Camusso deve simulare una reazione dal palco di piazza San Giovanni davanti a migliaia di persone scese in piazza con la Cgil: «non ci piace l’attacco al diritto di sciopero». Ma anche il messaggio della segretaria generale di Corso Italia non è privo di ambiguità. Prima dice che lo sciopero di ieri era «sbagliato» e, a suo dire, senza piattaforma, poi ha ha spiegato: «Penso che il tema non sia quello della legge e del diritto di sciopero che va salvaguardato, peraltro ricordo che è un diritto costituzionale in capo ai singoli lavoratori anche se organizzato collettivamente, il tema è che finalmente il Governo si decida a fare la legge sulla rappresentanza e per questa via determinare chi ha rappresentanza e credibilità fra i lavoratori».

La Cgil, dunque, chiede una legge sulla rappresentanza che «recepisca gli accordi già definiti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali». Accordi capestro, firmati con entusiasmo dalla triplice, che  impediscono qualsiasi dissenso alle Rsu e ai lavoratori e disarticolano, depotenziandolo, il contratto nazionale. Meno salario, meno diritti, meno sindacato. E, se non cambia il vento, fra poco meno diritto di sciopero.

Sapere tutto ciò può essere importante mentre nelle città al ballottaggio è in corso il pressing sugli elettori di sinistra perché corrano a votare candidati a sindaco del Pd, altrimenti, si usa dire, torna la destra.

Per comprendere cosa potrebbe essere uno sciopero, vale la pena ricordare l’esperienza francese del 1995: i sindacati proclamano lo sciopero generale di 24 ore del pubblico impiego e dei trasporti che si svolge il 24 novembre. 5 milioni in sciopero, il Paese si paralizza, code di auto di chilometri circondano le città. Da quel momento ha inizio la mobilitazione destinata a rimanere in scena per tre settimane e a piegare Juppé. I ferrovieri infatti decidono di rimanere in sciopero. Seguono i trasporti della città di Parigi (RPT), le poste, i telefoni (France Telecom), i lavoratori dell’azienda elettrica (EDF). Si uniscono anche gli universitari, in agitazione già da ottobre per ottenere maggiori fondi per l’istruzione e migliori condizioni di studio. Il 30 la Francia è già alla paralisi: mezzi fermi e negozi semivuoti, ma Juppé dichiara che “il calendario delle riforme sarà mantenuto” e il primo di ottobre invita a costituire in tutto il Paese “comitati di utenti”. Ma l’appello cade nel vuoto: anche i giornali di destra riportano sondaggi dove si evidenzia la simpatia di massa di cui gode il movimento. In Italia, in occasioni simili, le tv si affannano a cercare onesti cittadini che sono rimasti a piedi e che sono disposti a sputare veleno contro chi sciopera per un diritto. In Francia, invece, ci furono aperte manifestazioni di solidarietà con chi scioperava. Il 5 dicembre le manifestazioni che si svolgono in tutto il Paese raccolgono 700.000 persone nelle piazze, ma Juppé non cede e si limita concedere ai dirigenti sindacali una convocazione “al fine di esaminare le modalità di applicazione delle riforme e i metodi di consultazione e di dialogo”. Il 7 si raccolgono un milione di persone nelle manifestazioni, il governo affida ad un mediatore il compito di negoziare, ma i sindacati rifiutano: vogliono Juppé al tavolo delle trattative. La paralisi diviene sempre più grave, in un clima di crescente coinvolgimento popolare e sostegno da parte dell’opinione pubblica. Il 10 Juppé dichiara in TV di essere disponibile al negoziato. Il 12 due milioni di manifestanti si raccolgono nei cortei. Juppé cede sui due punti chiave: piano di ristrutturazione delle ferrovie e pensioni, ma non sugli altri aspetti del suo pacchetto. A partire dal 15 c’è un lento rientro nella normalità. Il 16 dicembre la manifestazione conclusiva raccoglie ancora nelle piazze più di un milione di persone. 

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