Gattopardo d’Arabia

Per la prima volta nella sua storia l’Arabia Saudita è governata da un giovane 30enne, una transizione il cui obiettivo è di rafforzare la legittimità della monarchia saudita

di Lluis Bassets*

Mohammad bin Salman al Saud Mohammad bin Salman al Saud

 

Tutto deve cambiare…

La gerontocrazia in Arabia Saudita ha i giorni contati. Resta solo re Salmán che, all’età di 82 anni, potrebbe abdicare in ogni momento. Per la prima volta dai tempi di re Abdulaziz, il fondatore del moderno regno saudita, chi comanda è un giovane trentenne della generazione dei nipoti (Mohammad bin Salmàn, ndt). Aramco, la colossale compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita, presto lancerà la più grande vendita pubblica di azioni della storia. Si percepisce la presenza delle gellaba, le tuniche indossate dai predicatori e dalla polizia religiosa responsabili di un islam rigorista che sottomette le donne, mantiene un sistema penale medievale e diffonde la dottrina yihadista in cui ha radici il terrorismo internazionale. Sotto banco si stringe una difficile alleanza con Israele per tenere testa all’altra potenza regionale, l’Iran.

Sono cambiamenti messi in marcia e di fretta, cosa tutt’altro che consueta nella penisola arabica. Il giovane Mohammad bbin Salmàn ormai è l’erede indiscusso della corona, dopo che sono saltati altri due eredi al trono destituiti subito dopo la nomina: il principe Muqrim – il più giovane dei figli di Saud che ha regnato quattro mesi, da gennaio ad aprile del 2015 -, sostituito dal cugino Mohammad bin Nayef, restato in carica per poco più di due anni, fino a pochi giorni fa, il 21 giugno 2017.
In questo breve periodo, il suo attuale sostituto e giovane uomo forte del regime non ha perso tempo. A lui si deve la guerra in Yemen, l’inasprimento delle relazioni con l’Iran e la Saudi Vision 2030, un colossale piano di trasformazione economica e sociale che significherà la nascita di un nuovo e moderno paese, indipendente dalla produzione e dal prezzo del petrolio.

Il segreto sta nel riformulare i due grandi patti sui quali si è costruito il potere dei Saud. Quello religioso con il wahabismo è imprescindibile per integrare all’economia e nella società anche la popolazione femminile, privata dei diritti fino all’estremo di non avere accesso alla guida di automobili. Ma è altrettanto importante per ripulire la faccia della classe dirigente saudita riguardo le sue responsabilità dirette o indirette nel terrorismo. E’ inoltre necessario riformulare il patto che vige tra Riad e Washington almeno dal 1945, attraverso il quale agli Stati Uniti e stato garantito petrolio a buon mercato e l’Arabia Saudita riceveva in cambio la sicurezza.

La principale fonte di legittimazione della monarchia saudita deriva dalla gestione dei pellegrinaggi a Medina e La Mecca che gli permette di far brillare il suo re con il titolo di guardiano dei due loghi santi. Gran parte dello scontro con l’islam sciita, soprattutto con la Repubblica Islamica d’Iran, ha origine da questo monopolio saudita, monopolio messo in discussione da coloro che vorrebbero che i luoghi santi fossero gestiti da una istituzione o un consorzio internazionale, discussione più accesa soprattutto ogni volta che in quei luoghi si sono verificati tragedie mortali. Da qui la funzionalità di una guerra civile islamica perpetua tra sunniti e sciiti, con le sue diramazioni in Siria, Iraq e Yemen, guerre attraverso le quali i sauditi non si difendono soltanto da coloro che vogliono togliergli la leadership dell’islam ma, più importante, la legittimità della corona.

… perché nulla cambia.

*Fonte: El Pais/Other News http://www.other-news.info/noticias/ – Traduzione di Marina Zenobio



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