Torino, cento anni fa la rivolta del pane

La rivolta di Torino. Agosto 1917 . Un brano di Renzo Del Carria, da Proletari senza rivoluzione

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La disfatta di Caporetto e l’invasione austriaca del Veneto con la conseguente minaccia di invasione di tutto il suolo italiano irrigidì gli sforzi della grossa e media borghesia per la guerra (anche Giolitti uscì dal silenzio per invitare soldati e dirigenti alla disciplina ed al sacrificio), galvanizzò la piccola borghesia sulla difesa del Piave e del Grappa baluardi del suolo patrio invaso, spostò i centristi socialisti su posizioni socialscioviniste (19) e neutralizzò ogni volontà di «ammutinamento» delle masse subalterne nell’esercito.
 
L’ostilità all’invasione straniera, che «istintivamente» schierava sul piano di una guerra difensiva «giusta» proletariato e borghesia, fu sottolineata da tutti i dirigenti socialisti che trascinarono così le masse sul terreno voluto dalla loro borghesia. Il momento più delicato infatti della guerra imperialista che si muta in guerra civile — se mai alcun dirigente italiano avesse fatto tale elaborazione — è quello nel quale l’ammutinamento al fronte consente l’avanzata del nemico. Sta di fatto che dopo Caporetto il proletariato, senza alcuna direzione rivoluzionaria, rimase in parte convinto e in parte isolato e battuto dalle parole d’ordine borghesi e socialiste della «patria sul Grappa». Tali eventi procurarono anche un mutamento di stile nella borghesia che, di fronte al pericolo esterno (Caporetto) e interno (Torino), divenne più «popolare», cioè più sensibile ai problemi delle masse subalterne. Da allora da tutte le parti dello schieramento politico ci si abbandonò a promesse di maggiore giustizia per il dopoguerra e si parlò in varia guisa della secolare aspirazione della a terra ai contadini, ci si ricordò che la nazione comprende anche le classi subordinate oltre a quelle dominanti, che il soldato al fronte non era una «cosa» ma doveva essere assistito «materialmente» e «spiritualmente». Fu aumentato il controllo sui profittatori di guerra che rubavano sulle scarpe, sul panno o sul vitto dei militari, e si curò assiduamente la propaganda tra le file dell’esercito cercando nel tempo stesso di renderla più funzionante.
 
All’interno, vedremo, si strinsero maggiori legami con i socialisti di destra e si perseguirono duramente, con arresti e processi, i socialisti «di sinistra» che avevano, almeno a parole, velleità rivoluzionarie.
 
Ma per arrivare a ciò era occorso, oltre Caporetto, l’insurrezione di Torino. La crisi delle strutture statali e locali era ormai avanzata ovunque per la stanchezza della guerra, per le centinaia di migliaia di morti. di feriti e di mutilati sul fronte e per le privazioni all’interno cui facevano contrasto i lussi dei «pescecani» cioè degli arricchiti di guerra. Tale crisi più che altrove era giunta ad uno stadio avanzatissimo a Torino per la sua tradizione politica passata e per la situazione economica, sociale e politica presente.
 
A Torino infatti l’opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914 sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti in combutta con i loro cugini socialisti«rivoluzionari».
 
Lo scoppio della guerra e la presenza a Torino della grande industria fecero della città la prima grande città industriale italiana e quindi la fucina e l’arsenale della guerra. Si era ingrossato il numero degli operai che ammontavano ora a varie centinaia di migliaia, erano aumentati il guadagno e il numero degli addetti alle industrie in ogni famiglia, anche se il salario reale era diminuito, e comunque l’aumento del numerario veniva frustrato dalla irreperibilità di vari generi di prima necessità. Di qui un diffuso malcontento per la guerra che aveva rotto schemi precedenti senza garantire le soddisfazioni sperate: di qui una rottura di equilibrio sociale che si inseriva nelle tradizioni politiche del proletariato torinese e lo rendeva pronto all’esperimento rivoluzionario.
 
Nel medio ceto la diffusa volontà neutralista di stampo giolittiano si modifica in un primo tempo con lo scoppio del conflitto in disciplinato adeguamento ai sacrifici della guerra con quella silenziosa abnegazione tipica della piccola borghesia piemontese per la quale, pur restando la guerra un dovere accettato, talvolta anche di buon grado, mai era un evento voluto. Inoltre è in questo periodo che la piccola borghesia è duramente provata per il sacrificio di sangue e per le privazioni di ogni genere per il sorgere di una nuova categoria di profittatori, appaltatori e incettatori di favori governativi con le loro immense e insperate fortune fatte sulle commesse belliche. Tali sacrifici, man mano sempre più duri, e tali sfacciate speculazioni, che tragicamente contrastano con i primi, suscitano un tale risentimento nel medio ceto che questi rimarrà neutrale ed anzi guarderà con simpatia l’insurrezione operaia. Cioè a Torino sta maturando una situazione rivoluzionaria data dalla crisi delle strutture nazionali e locali dello Stato, dalla decisione di romperla delle classi subalterne e dalla neutralità degli stati intermedi, spesso benevola verso i proletari insorti e comunque sempre malevola verso la grossa borghesia, in maggioranza di nuova formazione, e verso lo Stato che la difendeva ed anzi l’aveva creata attraverso il fenomeno che fu detto del pescecanismo.
 
In questa situazione si inserisce tra il marzo e l’agosto una oscillante penuria di pane (a giorni nei quali si trovava ne facevano seguito altri di relativa difficoltà a seconda dei rioni e delle panetterie) a causa della «speculazione commerciale e della deficienza dei trasporti per lo stato di guerra e del divieto di esportazione da una provincia all’altra». Scendono in agitazione e in sciopero in quei mesi diecine di fabbriche torinesi, dalle metallurgiche alle automobilistiche, dalle tessili alle calzaturiere, e le rivendicazioni economiche si intrecciano con la propaganda per la pace. Comizi «privati» (per la proibizione della polizia) si susseguono nei circoli socialisti, giovanili, ricreativi e sportivi delle barriere operaie. È in questa situazione che giungono a Torino gli echi della rivoluzione russa di febbraio e, spontanea, corre la parola d’ordine di «fare come in Russia».
 
D’altra parte gli stessi dirigenti socialisti, spinti dalle masse, accentuano il rivoluzionarismo verbale, senza però niente preparare per l’insurrezione, ma lasciando credere alle masse che viceversa qualcosa si stava approntando (20). Più grave di tutto è quanto dice Serrati al comizio all’interno della Camera del Lavoro, tenuto il 12 maggio di fronte a duemila operai, sia per la fonte dalla quale proviene (era il direttore dell’«Avanti!» e uno dei massimi dirigenti del Partito) sia per la precisa indicazione che agli orecchi degli operai presenti suona come vera e propria direttiva per l’azione e non come inconcludente sfogo oratorio pseudo-rivoluzionario.
 
Il Serrati infatti nel suo discorso cita le manifestazioni di fine aprile a Milano contro la situazione alimentare e afferma che la Direzione del Partito Socialista aveva deliberato di sostenere il movimento popolare per la pace e che essa avrebbe preso le misure opportune «perché il proletariato italiano insorgesse compatto quando se ne fosse giudicato opportuno il momento per intimare il basta al governo». Oltre tutto la cosa non era neppure vera perché nella riunione della direzione del Partito tenuta quattro giorni prima a Milano il Serrati aveva avanzato sì la tesi che il partito dovesse coordinare e organizzare verso uno sbocco insurrezionale gli spontanei moti popolari per il pane e per la pace, ma era anche stato messo in minoranza dall’o.d.g. Casalini che invitava a moderare ogni azione. Né si deve pensare che Serrati, nel lanciare tale parola d’ordine agli operai di Torino, intendesse mandare avanti una linea politica di frazione per forzare la mano ai moderati, sia perché tutta la sua azione passata e futura (che sarà la principale debolezza della sua figura politica) era e sarà centrata sull’obiettivo sentimentale dell’unità del partito, sia perché il suo comportamento durante l’insurrezione torinese (arrivò a Torino quando già la rivolta infuriava, rimase un giorno senza niente dirigere o cercare di dirigere e se ne tornò via) fu aperto abbandono del proletariato insorto.
 
La polizia segue in ogni minimo particolare gli sviluppi degli avvenimenti attraverso un informatore, iscritto alla Sezione Socialista, che da mesi riferiva dietro compenso con lettere dettagliate all’industrialeAgnelli, consigliere delegato della Fiat, tutto quello che avveniva alla C.d.L. e nel partito (21). La situazione doveva essere ben grave se i grandi industriali assoldavano personalmente informatori non fidandosi dell’apparato statale! L’Agnelli poi trasmetteva tutte le notizie raccolte o alla Questura o direttamente al Ministero a Roma.
 
La situazione è ormai chiaramente rivoluzionaria a Torino, tanto è vero che, quando i delegati menscevichi dei Soviet russi il 13 agosto (dieci giorni prima dell’insurrezione) pronunceranno discorsi moderati e invitanti alla calma, questi, nonostante il loro contenuto moderato, verranno interpretati in termini radicali e salutati dalle grida di ben 40.000 operai (convenuti in spregio ad ogni proibizione) inneggianti a Lenin e alla rivoluzione russa (22).
 
Si stava entrando nella settimana di Ferragosto ed i maggiori dirigenti si erano allontanati per le ferie: Romita, Segretario della Sezione socialista era in riviera, l’On. Morgari a Roma, 1’On. Casalini in Val d’Aosta e Dalberto, segretario della C.d.L., a Biella.
 
Gli operai naturalmente erano rimasti in città ed è su costoro che si abbatte la penuria del pane: già dal 7 alcuni fornai avevano sospeso la panificazione, ma man mano che passavano i giorni la situazione era andata peggiorando. Tutta la stampa torinese di ogni colore protesta per tale situazione, mentre il malcontento popolare cresce per le code, le incette e qualche tafferuglio. La cronaca che «Stato operaio» ne farà dieci anni dopo ci narra: «… la folla in generale era più risoluta verso il mezzogiorno poiché in quell’ora era formata quasi esclusivamente da donne operaie, di donne cioè che avevano già fatto la coda al mattino, prima di recarsi al lavoro, che avevano lavorato a stomaco digiuno, e che, molte inutilmente, rifacevano la coda a mezzogiorno. Erano esse che rientrando al lavoro portavano nella fabbrica il fermento e l’esasperazione da cui erano invase».
 
Il 21 agosto la crisi si aggrava e si conta che ottanta fornai rimangano chiusi : gruppi di donne manifestano davanti alla Prefettura e davanti al Municipio, mentre le autorità raccomandano la calma e promettono il regolare approvvigionamento del pane per il giorno seguente. Ma ormai è troppo tardi.
 
La mattina del 22 cominciano le prime avvisaglie della battaglia di strada: gruppi di donne e di ragazzi attaccano e fermano i tram un po’ dovunque e nei vari rioni della città cominciano gli scontri. Nel rione Vanchiglia la folla operaia attacca la locale caserma delle guardie di città: queste sparano e feriscono tre dimostranti. Altri scontri si accendono nella cintura rossa dei rioni operai della città. Lo sciopero, iniziato al mattino in alcune fabbriche, si allarga nel pomeriggio a molte altre e la manifestazione da dimostrazione per la penuria del pane diviene lotta politica contro il governo e per la pace.
 
È a questo punto che si inserisce l’episodio che verrà poi narrato nei «Ricordi di un operaio torinese» del Montagnana: «Invece di entrare in fabbrica cominciammo a tumultuare davanti al cancello, lanciando alti gridi: non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane!». Il cav. Diatto viene allora di persona ad assicurare che richiederà subito un camion di pane alla sussistenza militare. «Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante. Si guardarono negli occhi, l’uno con l’altro. quasi per consultarsi tacitamente, e poi, tutti assieme, ripresero a gridare: Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescecani! Abbasso la guerra! E abbandonarono in massa i pressi dell’officina avviandosi chi verso il centro della città alla Camera del Lavoro. e chi presso altri stabilimenti che ancora lavoravano, per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero».
 
Nel pomeriggio, diecine di migliaia di operai si rovesciano dalle zone industriali verso la Camera del Lavoro, il Corso Siccardi e in varie zone del centro; si saccheggiano una pasticceria, alcune salumerie, una tripperia, una calzoleria e infine vari negozi di armi. Numerose migliaia di operai, confluiti alla Camera del Lavoro per avere direttive, non ricevono alcuna indicazione dai dirigenti che si limitano a telegrafare a Roma all’On. Morgari perché torni a Torino.
 
L’Autorità, seriamente preoccupata dalla manifestazione che dilaga in città e che ormai ha preso un carattere chiaramente insurrezionale, nella serata arresta il Segretario della Camera del Lavoro ed occupa militarmente i locali camerali. Monticone, con squisita sensibilità di classe, intuisce chiaramente come queste due misure siano grandemente controproducenti. Infatti si spezzava in tal modo ogni legame tra il governo borghese e le masse proletarie ormai su posizione rivoluzionaria, legame fornito proprio da quei dirigenti sindacali che, obiettivi emissari del mondo egemone tra le masse subalterne, avrebbero potuto compiere opera a di convinzione e di moderazione.
 
La folla operaia, rimasta ora senza dirigenti riformisti-borghesi, può finalmente esprimere il suo odio di classe contro la guerra in maniera aperta. Il Segretario della Federazione metallurgici, il riformista Buozzi, intuisce immediatamente ciò e richiede al Prefetto lo sgombero della C.d.L. da parte della forza pubblica per comunicare agli operai che le Autorità avevano provveduto per il pane. Ma ormai è troppo tardi: gli operai spontaneamente, senza falsi capi che ne frenino lo slancio, sono scesi nella lotta, si sono armati svaligiando negozi di armi e, al calar della sera, dice il Monticone, «già le vie echeggiavano di spari darmi (la fuoco e si vedevano cadere i primi feriti».
 
Il 23 lo sciopero spontaneo è in tutta la città ormai generale e preinsurrezionale, malgrado che nessun ordine sia partito dai sindacati. Il Prefetto passa l’incarico dell’ordine pubblico al comandante il corpo d’Armata gen. Sartirana. I rioni operai (Borgo S. Paolo e Barriera Nizza a Sud e Barriera Milano a Nord) sono occupati da operai armati affiancati da donne e ragazzi che presidiano le barricate alzate con le più varie suppellettili prese dai negozi saccheggiati e con le rotaie divelte del tram e della ferrovia di Lanzo. Alcune sono improvvisate, altre, soprattutto nella zona della Barriera Milano, sono costruite a regola d’arte (23).
 
Nella mattina si accendono i primi scontri a fuoco: in Piazza Statuto vengono mortalmente feriti due operai che decederanno all’ospedale. Saranno i primi due morti della sommossa di Torino dell’agosto 1917. Sempre in Piazza Statuto vengono arrestati un centinaio di popolani. Alla Barriera San Paolo si hanno scontri tra operai arroccati dietro le barricate e forza pubblica, con numerosi feriti, mentre la folla incendia la chiesa di S. Bernardino e l’attiguo convento dei frati. Rinforzi di polizia sopraggiunti uccidono due popolani, tra cui una donna, mentre due reparti dell’esercito vengono disarmati dai dimostranti.
 
La parte settentrionale della città è in mano agli operai ed è isolata dal centro dalle due robuste barricate di Corso Vercelli-Via Carmagnola e di Corso Principe Oddone-Corso Regina Margherita, oltre che da un terza barricata del Ponte Mosca sulla Dora (24). Nel pomeriggio continuano gli scontri tra forza pubblica e dimostranti specie in Via Garibaldi, Piazza Statuto e Corso Vercelli ove rimangono sul terreno numerosi feriti e qualche morto da ambo le parti. Gli insorti cercano anche in queste zone di costruire nuove barricate ed in parte ci riescono, finché vengono distrutte dalla cavalleria. Due caserme di guardie di città (a Barriera Milano e a Barriera Aurora) vengono assaltate. Al calare della sera del 23 (2° dell’insurrezione) la Prefettura comunica al Ministero il bilancio delle perdite in 7 operai morti e 37 feriti (trattasi di quelli ricoverati all’ospedale e non di quelli, molto più numerosi e meno gravi, che per paura di rappresaglie non si erano fatti ricoverare) oltre a un sottotenente morto e vari soldati e agenti feriti. Duecento gli operai arrestati.
 
Mentre il proletariato di Torino, al solito «spontaneamente», era insorto e stava difendendosi dietro le barricate con armi insufficienti per la nessuna preparazione della lotta armata e versava il sangue per la sua lotta di classe, cosa facevano i dirigenti a «riformisti» e quelli «rigidi» del popolo in lotta? I maggiori erano per lo più in ferie! Alcuni membri, i minori, delle commissioni esecutive della Sezione Socialista e della Camera del Lavoro, occupate le sedi della forza pubblica, si riuniscono nel pomeriggio del 23 nei locali dell’Alleanza Cooperativa Torinese in Viale Stupinigi (oggi Corso Unione Sovietica) ma niente decidono. Mancando infatti i maggiori dirigenti e, essendo anche i minori divisi tra coloro che vorrebbero far rientrare nella legalità gli operai e coloro che plaudono alla rivoluzione, non può logicamente iniziare a funzionare alcun nucleo dirigente. D’altra parte anche i «rigidi» non sanno come dirigere l’insurrezione.
 
Narra Mario Montagnana nei suoi «Ricordi» di essere stato presente alla riunione dove «nessuno, né i riformisti né i “rivoluzionari” (io compreso naturalmente) sapeva che fare, quali parole d’ordine comunicare alla massa, la quale voleva la fine della guerra e la rivoluzione, ma non aveva la minima idea sui mezzi da adoperare per raggiungere questi obiettivi».
 
«I rivoluzionari», non sapendo staccarsi dai riformisti, ed avendo auspicato la rivoluzione senza però averla mai preparata, si trovano ora a non sapere come dirigerla, con quali forze. con quale tattica e strategia e verso quali obiettivi farla sfociare. D’altra parte la «rivoluzione a Torino» non poteva che essere parte della più vasta «rivoluzione italiana» con obiettivi tattici e strategici nazionali. Risulta infatti che in quella riunione all’Alleanza Cooperativa i dirigenti minori torinesi si trovarono d’accordo solo sul fatto di avvertire i capi del Partito e della Confederazione generale del Lavoro a Milano; cosa infatti che fecero telegraficamente il giorno stesso.
 
Ma anche i dirigenti nazionali non dettero alcuna disposizione, neppure puramente propagandistica ed agitatoria, neppure per far scendere le masse popolari del resto del paese in piazza, almeno come semplice solidarietà all’insurrezione degli operai torinesi che lottavano per la pace e per il pane. Gli avvenimenti di Torino, completamente censurati dalla stampa e dalle agenzie, rimasero quasi completamente sconosciuti nel resto del paese (25).
 
Anche i dirigenti social-borghesi della Confederazione del Lavoro, del Partito e del Gruppo Parlamentare niente fecero per diffondere le notizie e per affiancare gli altri proletari italiani alla lotta del proletariato torinese. In genere le notizie di eccidi e di lotte vengono propagati e sfruttati dai dirigenti borghesi delle classi subalterne per rinsaldare i vincoli tra loro e le masse. Evidentemente la lotta di strada a Torino in quell’agosto 1917 era talmente avanzata e così profondo e radicale il malcontento nel paese e nelle trincee, che i dirigenti socialisti (che, come in ogni momento critico, subivano il richiamo della loro classe) si affiancarono al governo nella congiura del silenzio. In tal modo la meravigliosa insurrezione del proletariato torinese sarà isolata, prima ancora che dalle truppe, dall’assoluta ignoranza di quei fatti nel resto del paese, ignoranza voluta dal governo nemico e dai dirigenti proletari.
 
Di costoro solo Serrati, direttore dell’«Avanti!», si recherà a Torino il giorno successivo, il 24: ma la sua opera di direzione sarà nulla, essendosi limitato a prendere contatto con Morgari e Sciorati, come risulterà dal processo, ed essendo ripartito il giorno dopo per Milano, quando ancora nella capitale piemontese continuava la lotta.
 
La sera del 23 ritorna a Torino l’On. Morgari, capo riconosciuto del socialismo torinese, e si reca, non sulle barricate del proletariato, non all’Alleanza Cooperativa per farne il centro dirigente della lotta, ma immediatamente dal Prefetto Verdinois ove studia (in un colloquio a cui presero parte anche l’ing. Romita consigliere comunale socialista e Galetto corrispondente dell’«Avanti!») il sistema per far cessare l’insurrezione; e lascia il Prefetto così tranquillizzato che questi, al termine del colloquio, telefona a Roma e comunica che l’On. Morgari era animato «da buone intenzioni».
 
Alla sera anche l’On. Casalini ritorna in città, richiamato dalla villeggiatura in Val d’Aosta, ma in quel giorno non fa niente, né per dirigere il movimento, né per fermarlo, ché del resto non sarebbe stato ascoltato nel pieno della lotta dalle masse. Il suo intervento e quello di Morgarì e degli altri a favore dell’«ordine» verrà alla luce nei giorni seguenti, quando la lotta rifluirà.
 
«I rigidi», invece, pur non sapendo né dirigere, né indirizzare la lotta. cercano di «esprimere» il movimento in corso attraverso un manifestino (allegato al Processo e riportato dal Monticane, che apparirà sui muri il venerdì 24 che dice: «Sezione di Torino del P.S.I. – Camera del Lavoro – 24 agosto 1917 – Lavoratori torinesi, il Partito Socialista e la Camera del Lavoro sono orgogliosi della prova di forza che date in questi giorni di fronte alla insipienza e alle provocazioni delle autorità. Non ascoltate coloro che vi consigliano a riprendere il lavoro. La direzione del movimento è in buone mani. Attendete le disposizioni delle vostre organizzazioni. Cercate semplicemente di evitare atti di inutile violenza, soprattutto quelle che possono limitare al popolo e a voi la possibilità di rifornirvi regolarmente di viveri». Il manifestino è in verità deludente perché non reca alcuna parola d’ordine o indicazione sulla battaglia ed è oscuro ed anche debilitante nella frase «inutili violenze». Pure tale manifesto reca un elemento nuovo nella storia rivoluzionaria della classi subalterne: per la prima volta, nel corso di una sommossa, un gruppo, anche se minuscolo, di dirigenti stampa e affigge alla macchia un manifestino non per invitare alla resa e alla cessazione della lotta, ma per invitare a continuare«la prova di forza», anche se non si ha ancora il coraggio di chiamarla «insurrezione».
 
Il 24 agosto è il momento culminante dell’insurrezione che avrebbe potuto essere per molti versi decisivo, solo che questa fosse stata giustamente diretta. La mattina del venerdì 24 la situazione militare è la seguente: tutti i rioni periferici operai («la cintura rossa») sono in mano al proletariato insorto, mentre il centro della città è presidiato dall’Esercito. La tattica che segue il Comando di Corpo d’Armata è, almeno nella prima parte della giornata, puramente difensiva e tende ad impedire l’occupazione del centro da parte degli operai (che premono tutt’intorno) con la difesa dei punti chiave di passaggio tra centro e periferia. La tattica «spontanea» degli operai consiste nel tentare di far passare dalla propria parte i soldati o almeno di disarmarli con un susseguirsi di piccoli combattimenti, con rudimentali manifestini che invitano i soldati a fraternizzare e con gruppi di donne che si infiltrano tra i militari. L’esperienza«bolscevica» era cioè filtrata a Torino e, attraverso l’esempio russo, il proletariato piemontese aveva appreso come lo stato nemico sarebbe saltato solo quando i soldati, figli del popolo, avessero solidarizzato con i loro fratelli lavoratori. Ma tale opera di fraternizzazione presupponeva un lungo lavoro organizzativo di preparazione in seno all’Esercito che consentisse, attraverso la propaganda e la creazione clandestina di gruppi socialisti, di giungere all’«ammutinamento», che tale era per l’esercito la idilliaca «fraternizzazione». Non solo: ma da parte operaia vi dovevano essere gruppi decisi di operai armati, tra i migliori quadri politicamente e militarmente qualificati, che, nel momento culminante dello scontro, avessero potuto intervenire in maniera decisa contro eventuali gruppi di soldati irriducibilmente avversi o contro gli ufficiali apertamente ostili (26).
 
La tattica «spontanea» degli operai torinesi non poteva che portare a gravi delusioni, anche se qua e là in singoli casi, come vedremo, tale fraternizzazione operò in maniera occasionale. Ma in generale i risultati furono deludenti tanto che negli anni successivi Gramsci ed il gruppo dirigente comunista, riesaminando tale fatto su «Stato Operaio», vedrà uno degli elementi dell’insuccesso dell’insurrezione torinese nel mancato passaggio delle truppe nel campo dei rivoltosi. Scriverà Gramsci nel 1920: «Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi». Cioè anche nel lavoro tra i soldati era mancato un centro rivoluzionario che avesse preventivamente operato e preparato nel campo ideologico e organizzativo; e anche sotto questo punto di vista l’insurrezione di Torino rimane più una rivolta che una rivoluzione.
 
Il 24 dunque è la giornata decisiva dell’insurrezione con un accendersi di scontri in tutta la città, anche se in maniera slegata e senza un piano d’insieme. Gli insorti si scontrano con la truppa, in genere male o per niente armati salvo alcune rivoltelle, qualche fucile e qualche bomba a mano, mentre «la forza pubblica impiega mitragliatrici e tanks». A sud, alla barriera Nizza, avviene uno scontro e rimangono uccisi sul terreno un dimostrante e un soldato oltre a parecchi feriti da ambo le parti. Altri scontri avvengono alla Barriera S. Paolo.
 
Ma dove la lotta è ormai generalizzata in ogni strada è nei sobborghi Nord della città alle Barriere Milano, Lanzo e Orbassano (27)Al ponte Mosca sulla Dora ed a Corso Vercelli carabinieri, polizia e truppa assaltano le barricate erette dagli operai e, malgrado la difesa, riescono per la superiorità del fuoco e del numero ad espugnarle. Invece nel settore attiguo, tra Ponte Mosca e Corso Novara, i rivoltosi hanno la meglio: assaltano e occupano il Commissariato di P.S. di Corso Mosca, rompono il blocco delle truppe a Porta Palazzo e irrompono su Via Milano puntando verso il centro. Narra il cronista di «Stato operaio»: «L’attacco procede vittorioso fin quasi al centro. Se si arriva in Piazza Castello dove è la Prefettura, in Via Roma dov’è la Questura, in Via Cernaia dove sono le caserme, la città è presa e la rivolta, la rivolta che non ha avuto né capi né direzione, ha vinto.
 
La folla sente che può vincere e lotta con furore, con eroismo: semina le strade di morti e di feriti. Ma la riscossa della forza pubblica è terribile. Entrano in campo le automobili blindate e si scagliano a corsa folle per le vie gremite, scaricando le mitragliatrici all’impazzata sulla gente che fugge, su coloro che resistono, nelle finestre delle case, nelle porte, nei negozi alla cieca. I morti non si contano e l’attacco dei rivoltosi è respinto ancora una volta. In questo momento la folla si spezzetta nel dedalo delle vie che stanno tra il centro e Corso Regina Margherita e lungo questo corso. Cento combattimenti individuali e di piccoli gruppi hanno luogo e gli operai e le donne operaie dimostrano cento volte il loro coraggio, il loro eroismo».
 
Nel pomeriggio continuano gli scontri in Corso Valdocco e in Corso Regina Margherita ove «un nugolo di donne sbucarono dai portoni di tutte le case, ruppero i cordoni e tagliarono la strada ai carri blindati. Questi si fermarono un momento. Ma l’ordine era di andare ad ogni costo, azionando anche le mitragliatrici. I carri si misero in moto: allora le donne si slanciarono, disarmate, all’assalto, si aggrapparono alle pesanti ruote, tentarono di arrampicarsi alle mitragliatrici supplicando i soldati di buttare le armi. I soldati non spararono, i loro volti erano rigati di sudore e di lacrime. Le tanks avanzavano lentamente. Le donne non le abbandonavano. Le tanks alfine dovettero arrestarsi» (28).
 
Solo verso sera, alle ore 19, la truppa e la polizia riesce a debellare, con carri armati e mitragliatrici, i gruppi più agguerriti della zona Nord alla barriera Milano e nelle zone adiacenti.
 
Al calar della notte di quel 24 agosto il bilancio delle perdite è il seguente: 21 morti operai oltre un ufficiale, un caporale e un soldato, quasi un centinaio di feriti e millecinquecento arrestati. Nota giustamente lo Spriano che «la proporzione dei caduti delle due parti indica la scarsezza di armi e di preparazione militare dei rivoltosi, il carattere tumultuoso della sommossa che si polverizza in tanti piccoli episodi».
 
Intanto riprendono voce i dirigenti socialdemocratici per bocca del consigliere comunale Romita il quale alla seduta del Consiglio Comunale del pomeriggio del 24, dopo aver affermato che la massa si sta rivoltando non più per il pane ma per la pace e per il socialismo, indica alla borghesia preoccupata la strada per far fallire l’insurrezione. Egli invita cioè la borghesia a sgomberare e restituire il palazzo delle associazione operaie: «1) perché quello può servire come elemento pacificatore; 2) per poter rimettere in carreggiata quegli elementi direttivi che ora sono isolati». Cioè, lasciateci riprendere le redini delle masse che ora ci sono sfuggite e solo così potremo far cessare la lotta! E chiarisce: «Una volta che noi potessimo spiegare alla massa quello che crediamo la calma ritornerebbe». Ma ormai la situazione è troppo avanzata perché la borghesia abbia bisogno di Romita: per lui, e invece di lui, parlano le mitragliatrici ed i carri armati della truppa e dei carabinieri. L’opera di Romita sarà utile per la borghesia nei giorni successivi, quando Torino sarà «pacificata».
 
Sabato 25 agosto si notano i primi segni del rifluire del moto operaio, schiacciato dalla repressione armata, dal tradimento social-riformista e dalla impreparazione del rivoluzionarismo parolaio dei «sinistri». Lo sciopero è ancora quasi unanime in tutta la città e gli scontri si susseguono ovunque; ma le barricate sono state disfatte nella notte dalle truppe (29) ed è ormai venuto meno ogni slancio offensivo popolare: in genere gli operai non tentano più di invadere il centro, ma si limitano a difendere settorialmente il loro «borgo» o la loro a «barriera» ed avvengono numerosi e piccoli scontri tra gruppi di operai e pattuglie di soldati durante i quali l’opera di persuasione per il disarmo dei militari si alterna a scontri a fuoco. Tra i tanti episodi riporteremo quelli conosciuti o attraverso le relazioni ufficiali o la cronaca operaia : alla Barriera S. Paolo vengono disarmati due soldati, poi liberati da un sergente: in via Villafranca un gruppo di alpini si scontra con un nucleo di popolani, ne uccide e ne ferisce una diecina (30); in molte località gruppi di soldati venuti a contatto col popolo abbandonano le armi, ma «nessuno passò dalla parte dei dimostranti» («Grido del Popolo» del 1° settembre 1917); uno scontro cruento si verifica alla Barriera di Milano ed un altro alla Barriera Vanchiglia.
 
Al calar della notte la polizia arresta tutti i membri delle sezioni esecutive del Partito Socialista e della Camera del Lavoro ed in particolare i «rigidi» che ancora erano a piede libero (31). Naturalmente non vengono arrestati i massimi dirigenti riformisti. La domenica 26 l’insurrezione è praticamente battuta anche se avviene ancora qualche piccolo scontro nel quale due operai perdono la vita, mentre altri morti vengono segnalati dagli ospedali a seguito delle ferite riportate nei giorni precedenti. Continua però compatto lo sciopero in tutta la città e nelle località della provincia.
 
Cessano in generale i rumori degli spari. La parola è ora di nuovo ai dirigenti riformisti, rimasti tutti liberi, che diffondono il seguente manifesto (uno meno servile era stato proibito dall’Autorità Militare) :«Compagni! Avendo accettato di rappresentare provvisoriamente le organizzazioni che per i noti eventi non possono regolarmente funzionare e dubitando che non sia stato comunicato, e ne comprenderete facilmente le ragioni, le decisioni della Sezione Socialista e della Camera del Lavoro, crediamo nostro dovere avvertirvi che le vostre organizzazioni hanno deliberato di invitarvi a riprendere il lavoro lunedì 27 c. Mandiamo intanto un reverente saluto alle vittime cadute con quella fede che rimarrà intatta nei vostri cuori. Torino 26 agosto 1917. I deputati Socialisti residenti a Torino: G. Casalini, A. De Giovanni, O. Morgari, C. Sciorati».
 
Ciononostante il lunedì 27 quasi la metà delle maestranze è ancora in sciopero, numerosissima l’assenza delle donne e totale l’astensione in alcune fabbriche (Fiat San Giorgio, Fiat Brevetti e Garrone).«Alla Diatto» telefona il Prefetto «gli operai entrarono al lavoro, ma ne uscirono dicendo di volersi assicurare dell’autenticità delle firme dei deputati socialisti che invitavano a riprendere il lavoro».
 
Un anno dopo il Tribunale Militare condannerà, «quali autori morali» dei fatti di Torino, Barberis a sei anni di reclusione, Rabezzana a quattro di detenzione, Serrati a tre anni e mezzo di detenzione, Pianezza, Dalberto e Giudice a tre anni e un mese di detenzione ciascuno. I morti proletari, secondo Monticone, erano stati circa 50 e 200 i feriti: i militari caduti, secondo lo Spriano, meno di una diecina e circa 30 i feriti. Gli operai arrestati e rinviati a giudizio 822. Gli storici «socialisti» indagheranno nei decenni successivi sul tipico fenomeno italiano del neutralismo socialista durante la prima guerra imperialista che distinse il socialismo pacifista nostrano dal socialpatriottismo franco-anglo-tedesco. Due soli storici hanno recentemente approfondito l’insurrezione di Torino (lo Spriano da parte della sinistra operaia ed il Monticone dal punto di vista della borghesia) e l’hanno tolta dalle nebbie della cronaca. Giustamente essi hanno osservato come l’insurrezione di Torino sia veramente il fenomeno «tipico» e «italiano» del socialismo del proletariato durante la guerra, fenomeno unico nell’Europa occidentale di insurrezione di una città durante il conflitto. Torino caratterizza il proletariato italiano nella sua carenza di quadri direttivi e di ideologia rivoluzionaria di classe; ma anche nella sua istintiva forza rivoluzionaria, nella sua coscienza internazionalista nella lotta per la pace non in funzione di un pacifismo piccolo-borghese,ma di una volontà di rottura contro lo Stato nemico.
 
«Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a Torino» dirà dieci anni dopo «Stato Operaio» «che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una vittoria di classe del proletariato. Con ciò essi proclamavano che la guerra non crea un interesse comune tra la classe borghese dominante e i proletari sfruttati, con ciò essi superavano in modo definitivo le posizioni pseudoclassiste e pseudointransigenti del Partito Socialista».
 
[…]
 
Note
 
19. In un articolo del lo novembre su «Critica Sociale» firmato congiuntamente da Treves e da Turati costoro affermavano: «…quando la patria è oppressa… le stesse proletarie libertà… debbono essere difese dalla minacciante rapina del nemico trionfante e barbaro, come tutti i vincitori!… Il proletariato non rinnega sè stesso e salva la patria». E lo stesso giorno Rigola, segretario della C.G.L., sul giornale della Confederazione scriveva: «…il popolo italiano deve raccogliersi in un supremo sforzo di volontà per respingere l’assalitore… Quando il nemico calpesta il nostro suolo, abbiamo un solo dovere, quello di resistergli»
 
20. Francesco Barberis invita gli operai a partecipare ai prossimi comizi «con delle buone rivoltelle per attaccare la forza pubblica»; Zecole, della Federazione Ferrovieri, dice che per il proletariato è meglio perdere 500 uomini in battaglia per la causa popolare che 10.000 contro i tedeschi nell’interesse della borghesia; Rabezzana invita gli operai ad impadronirsi delle bombe che si fabbricano nelle officine di Torino per adoperarle contro i soldati.
 
21. La interessante notizia e i suoi dettagli sono del Monticone che li ha ricostruiti su fonti di archivio.
 
22. Cantavano in quei mesi gli operai sull’aria della «Canzone del Piave» (la notizia e riportata da Mario Montagnana): «Ma venne infine un uomo di coraggio/che infranse le catene del selvaggio/e sterminò le piovre fino al fondo:/quest’uomo fu Lenin, liberator del mondo!».
 
23. Una, fatta tra Corso Vercelli e Via Carmagnola, era veramente poderosa, costruita da grossi alberi del viale e da alcuni carri della ferrovia Lanzo rovesciati attraverso la via. Un’altra barricata costruita in Corso Principe Oddone all’angolo con Corso Regina Margherita era formata da carrozze tranviarie rovesciate e filo di ferro nel quale era stata immessa corrente elettrica. È chiaro che gruppi di operai, alcuni dei quali con esperienze militari, le hanno costruite. La rivista comunista «Lo Stato Operaio» nel 1927, nel rievocare la cronaca dei fatti di Torino e nel descrivere tali barricate, scriverà: «Si ricorda ancora a Torino il nome dell’operaio anarchico, ora allontanatosi dal movimento, che fece il piano della barricata di Corso Oddone; e nel 1920 dagli anarchici, i quali erano in contatto con il gruppo dell'”Ordine Nuovo”, abbiamo sentito affermare che nel 1917 il gruppo della barriera di Milano si era anche preparato tecnicamente per la sommossa».
 
24. Tutta Torino operaia è ormai in lotta armata sulle barricate e nei rioni operai. «L’Autorità Militare» nota il Monticone «impiega truppe alpine accanto a carabinieri e guardie di P.S., ma per l’insufficienza delle forze è ben presto costretta a mettere in azione anche tre compagnie di allievi ufficiali del genio di stanza a Torino, facendoli però circolare in tenuta da semplici soldati.
 
25. Nei pochi casi e nelle poche località ove l’insurrezione di Torino tu conosciuta tempestivamente dalle masse operaie, queste scesero immediatamente in lotta: il 23 nei dintorni immediati di Torino si ferma il lavoro a Pianezza (12 km.), a Collegno (km. 8,5), a Rivoli (km. 13) e a Trofarello (km. 15). Il giorno successivo, il 24, la notizia si allarga un po’ in tutta la provincia e scendono immediatamente in sciopero le maestranze di Pinerolo, Orbassano, Settimo Torinese ed altre località circonvicine; e ciò malgrado la presenta nelle fabbriche della forza pubblica e la militarizzazione degli operai a causa della guerra.
 
26. Narra lo Spriano che la folla scandiva in quelle giornate il ritornello, divenuto poi famoso, allorché veniva in contatto con i soldati: «Prendi il fucile e gettalo per terra, vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!»
 
27. Rudimentali manifestini invitano gli operai a riunirsi tutti alle barriere Milano, Lanzo e Orbassano: «…ribellatevi sempre più, e vedrete che vinceremo contro gli assassini e i carnefici. Vi saluto. Viva i ribellatori e i rivoluzionari».
 
28. Da un opuscolo «Agosto 1917: i fatti di Torino» uscito a Parigi nell’agosto 1928 a cura della «Sezione femminile del Partito Comunista d’Italia» riportato da Spriano.
 
29)Narra «Lo Stato operaio»: «Durante la notte, mancando un’organizzazione del movimento, gli operai andavano tutti a dormire»
 
30) «Stato operaio» del 1927 parla di tre morti; il «Grido del Popolo» del 10 settembre 1917 (pochi giorni dopo) parla di quattro morti e Monticone di «più di un dimostrante deceduto».
 
31) Il fatto che ciò sia potuto avvenire (salvo il Barberis che verrà arrestato solo il 9 ottobre) dimostra ancora una volta la mancanza di un centro cospirativo funzionante, avendo la polizia trovato ognuno di costoro nelle proprie case.


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