Non dimentichiamo mai “Cip”, l’operaio che fece arrestare il generale

“Cip”, Luigi Cipriani, moriva venticinque anni fa. Operaio della Pirelli, dirigente di Democrazia proletaria, parlamentare in commissione Stragi

di Enrico Baldin

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Ricorrono oggi 25 anni dalla morte di Luigi Cipriani, figura eclettica della sinistra sessantottina e post sessantottina, scomparso dopo un improvviso infarto miocardico. Se ne andò in pochi minuti, eppure in punta di piedi, quasi preparando il suo addio. Negli ultimi tempi infatti, pur non risparmiandosi nei suoi studi e nelle sue ricerche, si era un po’ fatto da parte, disgustato da molte delle evoluzioni della politica di quegli anni, in dissenso con alcune delle scelte del suo partito, Democrazia Proletaria.

Cip venne assunto dalla Pirelli a 19 anni, dopo aver frequentato una scuola di formazione. Soffriva la realtà della fabbrica, il lavoro di cronometrista per cui era stato assunto lo angosciava. Si sentiva alienato, introiettava le sofferenze altrui, fece pure un esaurimento nervoso. La sua sofferenza interiore per la durezza del lavoro venne in parte combattuta con la passione del rugby che lo portò addirittura a giocare con la maglia della nazionale italiana. Poi, con altri, fondò i CUB, e in fabbrica diede battaglia. Sempre in prima linea, quando si trattava di fare un picchetto o una manifestazione, usando la sua imponente stazza per rassicurare i compagni e proteggerli, ponendosi come avamposto quando la polizia pareva dovesse caricare. Fu in questi anni che costruì dei percorsi di lotta alla Pirelli e nelle fabbriche vicine: a quei tempi esisteva anche la solidarietà tra i lavoratori, oggi invece è merce rara.

Dalla militanza in fabbrica, coi CUB e con Avanguardia Operaia, a poco a poco per Cipriani arrivò il momento di divenire dirigente a tempo pieno. Il suo lavoro, la passione per lo studio, la capacità di leggere le situazioni, lo portarono ad essere sempre più stimato. Cip era anche uno rigoroso nello stile di vita in anni in cui non si navigava nell’oro. Teneva ad essere umile ed austero, a lottare per i proletari da proletario. Con la moglie viveva in un appartamento in affitto di 35 metri quadri. Badava all’essenziale, le fedi matrimoniali – ricorda la moglie – furono realizzate da un tornitore della Pirelli in acciaio. I tempi per i leader della sinistra in cachemire o barca a vela non erano ancora maturi.

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Cipriani era uno che c’andava giù dritto. O gli stavi simpatico o gli stavi antipatico, e se gli stavi antipatico in qualche modo te lo faceva capire. Non badava a giri di parole, per dire le cose non prendeva il giro largo. Era essenziale, andava al sodo, forse anche per questo dai suoi compagni era un po’ temuto e tenuto a distanza. Esempio significativo fu quando nel 1987, al congresso di DP a Riva del Garda attaccò senza tanti complimenti Mario Capanna, che in quel periodo aveva già cominciato a strizzar l’occhio ai Verdi: «I pensionati della rivoluzione in Parlamento non ci servono» disse Cipriani al microfono. E la voragine che si stava creando tra le due anime di DP anziché ricomporsi si allargava ulteriormente. Cipriani era schietto e diretto, diceva quel che pensava senza fingere.

Nel 1987 venne anche eletto Deputato alla Camera con Democrazia Proletaria, nel collegio Milano-Pavia con quasi 7000 preferenze. E’ qui che Cip, col suo impegno estenuante, diede il meglio di sé: lavorava e studiava giorno e notte, presentava interrogazioni, girava l’Italia e dava voce in Aula alle vertenze provenienti dai territori. La Commissione parlamentare stragi, in particolare, lo portò allo studio, all’analisi e all’inchiesta nella minuzia del dettaglio, convinto come era che le verità offerte a megafoni spiegati erano di comodo e nascondevano ben altro. L’intreccio tra apparati dello Stato, i servizi segreti, la criminalità, neofascisti e terroristi, davano un gran lavoro per cui Cip instaurava rapporti, rimediava confidenti, scavava come nessun altro seppe fare: fu grazie al suo rigore che, 12 anni dopo, scoprì che in via Fani mentre veniva rapito Aldo Moro un colonnello del Sismi era presente nell’angolo della strada: ci vollero altri 19 anni ed una confessione anonima per avere ulteriori riprove sul ruolo svolto nell’occasione dai servizi segreti. Fu grazie all’insistenza di Cipriani che si giunse all’arresto del generale Tascio che ebbe un ruolo fondamentale nei depistaggi conseguiti alla strage di Ustica: per arrivarci Cip imparò anche a leggersi plot e tracciati radar.

Averne come Cip. Averne persone tanto generose, tanto rigorose ed oneste. Perché la politica, specie in questi anni di disaffezione, astensionismo e ostilità, non può che prescindere da generosità, rigore ed onestà. Luigi Cipriani, da militante, da dirigente, da Parlamentare, da membro della commissione stragi, incarnava queste caratteristiche. Cippone andrebbe ricordato e preso da esempio. Per la sinistra italiana – franata su insuccessi, leaderismi, cedimenti a destra – e per i suoi leaders, ritrovare questo personaggio di carisma potrebbe essere una lezione utile per riflettere sui propri errori e su un poco promettente presente.

(Luigi Cipriani, Milano, 3 agosto 1940 – Cremona, 5 settembre 1992)

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