Noemi non doveva morire

Perché le istituzioni hanno sottovalutato la denuncia della famiglia di Noemi? Interviene DiRe, Donne in rete contro la violenza

di Marina Zenobio

Noemi_Durini

Con il ritrovamento del corpo martoriato della giovanissima Noemi Durini (16 anni), uccisa nel Leccese da Lucio (17 anni) con cui aveva una relazione violenta, sono 43 i femminicidi commessi nei primi otto mesi di quest’anno. Come sempre l’assassino è il partner o l’ex partner, come spesso accaduto, anche per Noemi si tratta di un femminicidio annunciato. La famiglia aveva infatti denunciato i comportamenti violenti del ragazzo nei confronti di Noemi, ma le istituzioni preposte non sono intervenute

Nonostante le indagini Istat che hanno portato alla luce i numeri di un fenomeno che non è emergente ma drammatico elemento strutturale della nostra società ancora fondata su valori patriarcali, nonostante dopo ogni femminicidio si è scoperto che le violenze subite dalla donna erano note alle forze dell’ordine, al vicinato o ai parenti più stretti, nessuna misura preventiva è stata messa in atto.

Come denuncia l’associazione D.i.R.e. in rappresenta di 80 centri antiviolenza a livello nazionale, anche la tragedia di Noemi “ avrebbe potuto essere evitata se magistrati e forze dell’ordine non avessero sottovalutato il rischio, se avessero agito tempestivamente con gli strumenti che la legge consente e prevede”.

La giovane età sia di Noemi che del suo assassino, come l’età media del branco di minorenni che hanno confessato il feroce stupro di Rimini rappresenta, secondo D.i.R.e “un ulteriore elemento di gravita e di allarme. Significa che la cultura di violenza e prevaricazione viene ereditata dalle nuove generazioni di maschi, che le giovani donne intrappolate nella violenza non sanno come uscirne, e sentono di non potersi difendere, di non potersi appellare alla famiglia, alla scuola, alle istituzioni”
La violenza maschile contro le donne, precisa l’associazione, non è un emergenza ma “è radicata nella storia centenaria del nostro paese. Riguarda quello che uomini senza distinzione di etnia, religione, appartenenza, ceto sociale e età credono sia loro diritto di fare alle donne, sostenuti dall’impunità e dalla complicità generale”.

Ma se comunque si vuole discutere sul lato dell’emergenza, si chiede D.i.R.e, “Perché quando arriva una denuncia sul tavolo di un magistrato o alla stazione di polizia non si agisce immediatamente per mettere in salvo la donna che chiede l’aiuto a cui ha diritto?” I centri antiviolenza aderenti a D.i.R.e. esigono quindi che il governo faccia sentire la sua voce, che “provi vergogna delle vuote promesse e degli annunci di buone intenzioni. Invece di pubblicare cronache scandalistiche o opache i giornali e i media spendano finalmente tutto il loro potere e la loro influenza per pretendere subito finanziamenti adeguati, azioni efficaci, coordinate, prolungate nel tempo, concordate con i Centri Antiviolenza”.
I centri antiviolenza denunciano che spesso, le donne che chiedono il loro aiuto, prima sono passate per commissariati di PS o caserme dei CC ma non sono state ascoltate, i loro racconti minimizzati, se non c’è un referto di pronto soccorso che riporta “lesioni gravi” le donne non sono credute. Se poi vogliono denunciare “solo” violenze psicologiche o economiche – che rientrano nel diritto di denuncia della donna – rischiano di essere derise. Solo l’intervento dei centri antiviolenza e dei loro uffici legali sembra mettere in riga un atteggiamento delle forze dell’ordine che rientra anch’esso nella cultura e nell’organizzazione patriarcale della nostra società.

La violenza contro le donne la fanno gli uomini, è qualcosa che hanno in comune gli appartenenti al genere maschile e che nei fatti condividono, indipendentemente dalla razza, colore della pelle, dal credo e persino dalla divisa che indossano.

La violenza contro le donne si può combattere solo con una profonda rivoluzione culturale, che in primo luogo dovrebbe venire dalle scuole a partire da quelle per l’infanzia, con una revisione dei programmi scolastici a misura di genere e nel rispetto delle diversità.



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