21 ottobre, perché il corteo antirazzista è andato così così

Pregi e limiti di un importante 21 ottobre. Alcune riflessioni a margine del corteo antirazzista

di Stefano Galieni

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A due giorni dalla manifestazione antirazzista che ha attraversato le vie di Roma, nell’assolato pomeriggio di sabato 21 ottobre, è forse il caso di provare a fare alcune riflessioni per il futuro. Si è trattato, sgomberando il campo da equivoci, di una manifestazione dignitosa nei numeri, variegata, ricca di approcci che finalmente sono riusciti a riconnettersi e a trovare un punto di caduta comune. Una manifestazione meticcia, in cui i veri protagonisti sono stati i soggetti, uomini, donne e ragazzi che ormai sono sempre oggetto di scambio nella contesa politica e che in questa piazza hanno trovato una propria voce e un proprio protagonismo svincolato dalle logiche di subalternità ad associazioni, partiti, movimenti gestiti da autoctoni. Le cittadine e i cittadini italiani, soprattutto ma non solo romani, presenti, si sono lasciati contaminare da questa carica, l’hanno fatta propria e vissuta intensamente.

Va considerato come un dato interessante la presenza diffusa di giovani, sganciata anche da appartenenze politiche o associative. Ma si è trattato anche – ed è corretto dirselo con franchezza – di una risposta insufficiente rispetto al livello di imbarbarimento, legislativo, culturale, giuridico, a cui si è giunti. Tante e tanti dei partecipanti erano (eravamo) quegli onnipresenti storici dell’antirazzismo nostrano, quelle e quelli che da tanto tempo hanno capito e previsto che su queste tematiche si determina il futuro di un paese e di un continente, nel campo dei diritti, dello stato della democrazia, del livello di civiltà a cui tutti abbiamo diritto di aspirare. Ma oggi non basta e il fatto che una parte del paese sia rimasta silente o indifferente ci dovrebbe far riflettere, per ripartire con nuova energia. Certo, decenni di manifestazioni che non hanno prodotto risultati tangibili, pesano come macigni nella memoria di molti, ma sarebbe consolatorio e falso attribuire unicamente a questo tale assenza di partecipazione di massa. Mi permetto quindi di suggerire alcune ragioni di fondo – sicuramente non le sole – che meritano di essere maggiormente indagate.

La prima è che la mobilitazione è stata percepita da una parte del mondo di chi solitamente si mobilita, come calata dall’alto, non discussa e progettata a partire dai luoghi in cui con maggiore virulenza si evidenziano i problemi. Una mobilitazione nata a Roma, con poche presenze da altre città nelle fasi di costruzione, realizzata in riunioni ricche e propositive in cui ci saremmo ritrovati circa in un centinaio di persone, spesso sempre le stesse. Era urgente farla e non c’era il tempo materiale per riuscire ad intercettare altre soggettività, anche se va considerato un miracolo il fatto che, nonostante l’oscuramento mediatico che ci ha caratterizzato fino agli ultimi giorni, decine e decine di realtà, grandi e piccole hanno comunque aderito, mostrando saggezza nell’anteporre il merito a pesanti errori di metodo. In piazza dovremo tornarci, prepariamoci in tempo ed evitiamo questi errori.

Siamo stati poi carenti e siamo giunti in ritardo dal punto di vista comunicativo.Veicolare un messaggio netto, trovare il modo per far si che riuscisse ad emergere nel mare infinito di sollecitazione che la comunicazione del XXI secolo produce non era facile. Soprattutto se tale compito era demandato a poche persone che vi si sono impegnate sottraendo al proprio lavoro le poche ore disponibili. La generosità c’è stata ma non basta se non si riesce a sfondare il muro di gomma di chi non voleva poi assolutamente veicolare il germe pericoloso della solidarietà diffusa. Non abbiamo subito boicottaggi a mio avviso, dobbiamo semplicemente pensare che organizzare una mobilitazione su questi temi, oggi, non è più come farlo 10 anni fa. Certamente a maggio scorso avevamo avuto la bella esperienza di Milano (in cui tra l’altro una proposta che nasceva nelle istituzioni si è incontrata in maniera intelligente con quanto invece veniva praticato in aree di conflittualità sociale). Ma i 5 mesi trascorsi dalla manifestazione Milano senza muri /Nessuna persona è illegale, sono un’era geologica rispetto ad oggi, il tessuto di resistenza e di solidarietà si è sfilacciato, ha subito minacce e attacchi, è più diviso e confuso, non ha avuto neanche tempo per elaborare momenti di riflessione e per definire strategie comuni. Milano richiamava il coraggio di Barcellona, oggi quale può essere il fattore aggregante anche sul piano scivoloso ma importante del simbolico? Una domanda a cui dobbiamo trovare risposte.

E certamente vanno trovate anche altre modalità oltre a quella a volte rituale del corteo, per incidere, ma resto convinto che le grandi mobilitazioni, quando tali sono, servono a determinare un peso e a lanciare un messaggio che va al di là dell’appuntamento, che rimanda alla possibilità di crescere e di contare, anche individualmente, all’idea di non essere soli

Ma poi ci sono, sempre a mio avviso, ragioni di carattere squisitamente politico, che hanno indebolito ogni velleità di mobilitazione, alcune legate ai contenuti altre ai soggetti da coinvolgere.

Ero e resto convinto, ancora di più che in passato, che una manifestazione antirazzista deve essere inevitabilmente anche una manifestazione contro le guerre, i terrorismi e la povertà. Deve orizzontare quello che è il mondo di coloro che considerano fondante il valore della pace dei popoli nella libertà. Deve avere parole chiare verso le scelte criminali adottate in politica estera, non solo con gli accordi verso Libia e Turchia. Italia ed UE giocano nello scacchiere internazionale in maniera sporca e spregiudicata, vendono armamenti ai peggiori regimi, trattano con criminali utili per il proprio quadro geopolitico, applicano una realpolitik spaventosa che potrà produrre solo nuovi lutti in un elenco sterminato di paesi: dalla Siria all’Eritrea, dall’Egitto, al Sudan, all’Arabia Saudita ai paesi del Sahel all’Afghanistan, solo per citare quelli più evidenti. Non ci potrà mai essere né pace né giustizia in queste condizioni.

E deve far connettere i tanti disagi sociali che si vivono nel nostro paese, nelle nostre province, nelle nostre periferie. Deve parlare il linguaggio inclusivo per cui lottare con migranti e richiedenti asilo deve equivalere a lottare per condizioni di miglioramento della qualità della vita per i tanti milioni di cittadini ridotti in povertà assoluta (quasi 5 milioni), relativa (circa 8 milioni e mezzo), a quelle e quelli che non hanno i soldi per curarsi decentemente (oltre 11 milioni) o vivono in emergenza abitativa, occupazionale, in solitudine imposta.

Che si corra il rischio di convocare una mobilitazione in cui si parli tanto e di tutto, in cui i senza voce che non hanno colore o provenienza si ritrovino alleati e non concorrenti per spartirsi le briciole lasciate dall’1% della popolazione. Una mobilitazione che diviene inevitabilmente politica, antigovernativa, anti austerity e per certi versi anti sistema, ma che invece di declinarsi unicamente come di protesta avanzi proposte concrete per rendere possibile e immaginabile un futuro qui ed ora per tutte e tutti. Una mobilitazione poco compatibile con chi ancora crede che esistano spazi di mediazione e di incontro con chi ci impoverisce giorno dopo giorno, che tratta chi soccorre le persone in mare con la stessa violenza dei lavoratori che scioperano, degli studenti che dissentono, dei senza casa che preferiscono occupare uno stabile lasciato alla speculazione piuttosto che dormire in strada.

Una mobilitazione che sappia rivolgersi a quei territori lasciati sguarniti di presidi democratici che sono le periferie delle grandi città, dove il disagio fa si che si protesti per l’arrivo di poche decine di richiedenti asilo (e in cui tale protesta è alimentata da imprenditori della paura) ma a cui non si danno da decenni risposte concrete in termini di risanamento, edilizia scolastica, strutture sanitarie, trasporti, welfare. Una mobilitazione che parta da un assunto, quello  di sostituire la “guerra fra poveri” che si è impadronita del modo di  percepire  il mondo di una parte ampia di una popolazione, in quella che invece è una guerra “contro” i poveri, in cui l’avversario non è il migrante  o il rifugiato ma chi impone il proprio potere di sfruttamento. E se oggi gran parte della politica è inadeguata a fornire risposte di questo tipo è necessario che chi può e vuole si appropri di tali spazi rimasti sguarniti, produca socialità, speranza, relazioni diverse e prospettive di alternativa. La piazza di cui abbiamo bisogno deve vedere anche questi protagonisti, altrimenti resta soltanto il ricordo, gradevole ma presto dimenticato di una giornata in cui ci si auto assolve con la presenza e con le proprie bandiere.

Ma – ed è giusto dirlo con chiarezza non per produrre rotture ma per ricostruire – alla piazza del 21 ottobre è mancato l’impegno delle organizzazioni sindacali, prima fra tutte la Cgil che all’inizio aveva condiviso il nostro percorso con forza. Ha prevalso la necessità di dare priorità ad altri impegni, ci è stato chiesto di rinviare l’appuntamento in nome delle esigenze organizzative sapendo con certezza che un rinvio, nella condizione di urgenza che si era determinata, equivaleva a non voler far accadere nulla. E quindi un solo sindacato confederale ha garantito una piccola presenza – che va ovviamente ringraziata come quella dei tanti e tante altri. Le grandi organizzazioni di massa ormai determinano, anche economicamente, la possibilità di far giungere le persone a Roma, di stampare un manifesto, di ottenere maggiori spazi di visibilità.

Considero estremamente preoccupanti alcuni silenzi da parte di quel mondo come del mondo cattolico. Eppure il ragionevole – sin troppo – appello proposto, non offriva alcun appiglio per essere ignorato o rifiutato. E considero, sempre a titolo personale, altrettanto sconcertante, l’assenza o la debole presenza di quei movimenti più radicali e antagonisti, a partire da una parte del sindacalismo di base fino ai movimenti di lotta per il diritto all’abitare e ai tanti che giustamente, chiedono un radicalismo più netto. Forse da quella parte di mondo si produrranno mobilitazioni in inverno inoltrato, certamente andrebbe aperto in tale ambito, un dialogo più franco e costruttivo, non basato sulle virgole di un testo ma su una emergenza di carattere generale. Non credo possiamo permetterci più il lusso di frammentazioni passate a condizione di una estrema e rigorosa chiarezza nei contenuti e negli obiettivi  che si perseguono. Rischiamo che l’Italia lentamente ma inesorabilmente somigli sempre più a quei paesi in cui ormai predomina un nazionalismo xenofobo come Ungheria o Austria, in cui la repressione verso ogni forma di dissenso diviene la norma, eppure continuiamo a muoverci e ad agire come se nulla stesse cambiando.

Chiudo ringraziando le tante e i tanti che ci sono stati, che sono giunti a Roma pagandosi un viaggio spesso scomodo e costoso. Ma mi domando, a partire dalle migliaia di persone che abbiamo visto irrompere in Piazza Vittorio Emanuele? Visto che nella prossima e ormai vicina, campagna elettorale, il tema immigrazione sarà dirimente per decidere da che parte stare e visto che ogni giorno che passa. Abbiamo uomini e donne in più da piangere, nei mari come nei campi di detenzione sparsi nei paesi alleati dei nostri governi, è possibile rilanciare per la prossima primavera costruendo un nuovo e più ampio momento di incontro? Nei decenni passati il solo movimento antirazzista italiano portava nelle strade, in condizioni ancora meno dure, anche centinaia di migliaia di persone. E se ci riprovassimo?

 



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