Figurine di Anna Frank, razzisti in curva e autorità in tribuna

Non sono stupefacenti le volgari figurine di Anna Frank distribuite dai tifosi laziali ma è stupefacente che ci si stupisca ancora

di Enrico Baldin

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Non sono stupefacenti le volgari figurine di Anna Frank distribuite dai tifosi laziali prima di Lazio – Cagliari ma è stupefacente che ci si stupisca ancora. Di tanto in tanto l’Italia si sveglia dal suo torpore e si accorge che nelle città italiane e nelle curve degli stadi da calcio esistono i fascisti. Salvo dimenticarsene puntualmente il giorno dopo.

Il caso delle “intemperanze” delle tifoserie delle squadre di calcio è un perpetuarsi che dura da decenni, almeno da quando il tifo italiano ha subito quella mutazione che ha portato all’organizzazione per gruppi e successivamente alla politicizzazione di essi. Nel corso degli anni le curve italiane si sono progressivamente spostate sempre più a destra e sovente la cronaca ha preso il posto del calcio giocato.

Il caso della curva della Lazio, poi, è particolare. Lo ha descritto Valerio Renzi stamane su fanpage: da diversi mesi, dopo la stagione dello sciopero del tifo messo in atto dai biancocelesti della Nord, è tornato in auge il gruppo degli Irriducibili, capeggiati da Fabrizio Piscitelli detto Diabolik, nome che ricorre nelle carte dei pm dell’inchiesta “Mafia capitale”. Diabolik nel 2013 fu arrestato per spaccio di sostanze stupefacenti dopo un periodo di latitanza. Gli irriducibili, tra arresti e disgregazioni si stavano riducendo, ora sono tornati protagonisti.

Nella Capitale però è a dir poco un’escalation. Anna Frank viene “usata” da componenti di entrambe le tifoserie almeno dal 2013 tra figurine, adesivi e scritte sui muri. Già all’epoca alcuni romanisti asserivano in un muretto che la ragazzina vittima della soluzione finale nazista tifasse Lazio. Rispondevano i laziali con una raffigurazione della ragazzina in maglia giallorossa. Una contesa rivoltante proseguita negli anni su questioni di simile tenore, dalle camere a gas ai forni crematori, dal colore della pelle all’orientamento sessuale. Uno scherno che secondo i giudici che a febbraio scorso assolsero i due tifosi laziali Fabrizio Pomponi e Alessandro Pasquazzi, è riconducibile a mera “rivalità sportiva”. Niente a che fare con la legge Mancino insomma.

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Ma non ci sono solo Lazio e Roma. Gli ululati a calciatori di colore provenienti da certi settori degli stadi italiani si susseguono con una frequenza piuttosto elevata, e Zoro, Boateng e Muntari hanno dimostrato che senza certi gesti eclatanti la cronaca non si occuperebbe neppure di quegli odiosi “buuh”. Eppure ci sono, spesso minimizzati, tollerati. O semplicemente non uditi, del resto se i direttori di gara li sentissero dovrebbero sospendere la partita e invece, a quanto pare, le casacche nere spesso paiono avere veri e propri problemi di udito.

Ci si sveglia e ci si accorge che i tifosi della Lazio sono antisemiti, ci si sveglia e ci si accorge che Amedeo Mancini – assassino di Emmanuel Chidi Namdi – veniva dalla curva di destra della Fermana. Ci si sveglia e ci si accorge che Daniele De Santis, l’assassino del napoletano Ciro Esposito, veniva da un altro gruppo di tifosi di estrema destra. Ci si sveglia ogni tanto, perché omicidi e immagini rivoltanti tolgono davvero il sonno. Ma dopo un paio di giorni si può tornare a dormire sonni tranquilli, come nulla fosse. Eppure vi è un razzismo latente che sembra tutt’altro che in declino e che anzi è trascurato dai media. Un razzismo che va dalla serie A fino alla B e non di meno alle serie minori. Dal campionato di promozione viene un fatto di cronaca risalente alla seconda domenica di ottobre: a Portogruaro, terminata la partita, alcuni tifosi del Treviso anziché dirigersi a casa avrebbero preferito aggredire tre richiedenti asilo condendo la “prova muscolare” con insulti di chiaro stampo razzista. Nulla di nuovo: qualche anno prima altri tifosi trevigiani aggredivano in un autogrill un innocente passante albanese dopo una trasferta. Con gli esempi, da Verona a Trieste, da Ascoli a Chieti proseguendo per Padova, Milano e Torino, ci si potrebbe sbizzarrire, ma la cronaca nazionale non offre degna copertura a certi fatti: croci celtiche, braccia tese, risse e pestaggi non fanno notizia.

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Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, le curve di destra o estrema destra in Italia sono 85 e i tifosi afferenti sono poco meno di undicimila. Nella stagione in oggetto (2014/2015) si sono verificati 28 episodi di razzismo per un totale di “ben” 11 persone denunciate. E’ chiaro che il fenomeno razzista e fascista è ben lungi dall’essere percepito e quindi ben lungi dall’essere sotto controllo. Il neofascismo delle curve agisce in quell’area grigia ai bordi della legalità, tollerato e a tratti protetto anche dalle società calcistiche e – segreto di pulcinella – anche dai calciatori stessi che prima di schierarsi contro la tifoseria della loro squadra ci pensano due volte. E poi non lo fanno.

Oggi tutti a parlare delle figurine di Anna Frank, domani ce ne saremo dimenticati. 364 giorni all’anno di tollerato fascismo nelle curve bastano ed avanzano.

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