Arcimboldo, il bello del deforme

Per la prima volta a Roma il pittore di corte ammirato e riverito, dimenticato al declinare delle fortune asburgiche. Non pittava santi e madonne ma nature umane e grottesche, incarnando il suo tempo meglio di altri

di Maurizio Zuccari

Arcimboldo, L'inverno, 1563Man Ray, L'inverno (dopo Arcimboldo), 1944

Come l’immaginate un pittore di corte nel tardo ‘500? In gorgiera e barbino? Giuseppe Arcimboldo era proprio così, ma in forma di cartigli, nel ritratto che si fece nel 1587 al suo ritorno a Milano, graziosamente permesso e lautamente pensionato da Rodolfo II d’Austria. L’imperatore, pazzo come certi presidenti coèvi, così narra la vulgata, era strambo e umorale quanto basta per amare le buffonerie del pittore meneghino, le sue grottesche figure. Nella camera dell’arte e delle meraviglie del palazzo reale che dominava Praga – dove, da Vienna, aveva trasferito la capitale dell’impero asburgico – stipandola all’inverosimile d’ogni stramberia proveniente dal vasto impero, i ritratti del pittore non scarseggiavano. A ogni dignitario, anzi, soleva regalarne una copia. Né mancavano le sue macchine sceniche a ogni festa comandata a corte, coi frizzi e lazzi che producevano.

Arcimboldo era figlio d’arte. Al padre Biagio non era mancata una qualche notorietà, né commesse per le vetrate in Duomo, come al figlio. Ma la sua passione, l’arte che l’avrebbe distinto e fatto un caposcuola copiato e rimasticato, non erano né santi né madonne, come la più parte dei coèvi, quanto la natura. Quella natura umana, animale e d’altrove che appassionava le menti più brillanti, a partire da Leonardo, e l’occhio del pittore meneghino coglieva nei suoi aspetti più compositi e buffi, ma non meno veri. Non è più il bello che comanda in campo pittorico sul finire del Secolo di ferro, quanto il bizzarro e il deforme. Arcimboldo dipinge naturaliter, trasmutando la natura in materia d’incanto, gioco di società per principi e imperatore, oro sonante. Cinque lustri alla corte asburgica, al soldo dei padroni del mondo, fanno di lui un pittore di corte ammirato e riverito, presto dimenticato al declinare delle fortune dei suoi protettori.

Quando, alla metà del Seicento, Francia e Svezia sorgeranno come potenze europee spazzando il dominio asburgico, delle opere di Arcimboldo custodite nella wunderkammer zeppa di meraviglie fatta costruire da Rodolfo, allargando a più riprese la reggia di Hradčany, resterà poca cosa. Il ritratto del suo ultimo protettore, in veste di Vertumno, supremo dio della terra d’origine etrusca, è nel castello di Skoklosters, presso Stoccolma, come le palle da cannone svedesi incastonate sui muri esterni del castello fanno ancora mostra di sé, a raccontare la fine delle mene asburgiche infrante definitivamente tre secoli dopo, sul Piave.

Poco restava della fama e delle opere d’Arcimboldo, scopiazzate e disperse, finché in quel ‘900 l’artista che ben si attagliava alle atmosfere della Praga magica narrata da Angelo Maria Ripellino e del suo melanconico imperatore venne riscoperto dai surrealisti, emuli tardivi. E quanta ammirata maestrìa traspare nell’Hiver après Arcimboldo di Man Ray, del ‘44. Qualche decennio dopo Roland Barthes coglierà del pittore l’aspetto peculiare: «Le teste di Arcimboldo sono mostruose perché rimandano tutte, quale che sia la grazia del soggetto allegorico, a un malessere sostanziale: il brulichio. La mischia delle cose viventi […] disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intelligibilità della figura finale) evoca una vita tutta larvale, un pullulìo di esseri vegetativi, vermi, feti, visceri al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescenti». L’essere che si scompone e trasmuta nel suo contrario, l’apparenza dominatrice del reale, la meraviglia della repulsione.

Questo brulichiò di cose giocose e deformi, mai nate eppure viventi, si ritrova tutto nella mostra romana curata da Sylvia Ferino Pagden. Quella a palazzo Barberini – la prima a Roma, seguita all’esposizione milanese – è una wunderkammer in piccolo, capace di restituire, sia pure in minima parte, il gusto d’un tempo intriso d’orrori e geniali invenzioni. Una camera delle meraviglie in scala, un’ottantina d’opere con molte copie e attribuzioni incerte, che ha al suo centro gli arcinoti ritratti delle Quattro stagioni contrapposti ai rispettivi elementi, ancora capaci d’affascinare oggi come di stupire i coèvi. Sei sezioni introdotte dall’autoritratto dell’‘87. E se il piatto fallico attribuito a Francesco Urbini può ancora strappare sorrisi, il carnaglio d’arrosti che trasmutano nel ghigno d’uno sgherro più che d’un laido cuoco, il pollame di cui si riveste il volto del giurista – a simboleggiare gli omaggi della clientela – è roba che inorridisce le anime belle vegane, distante dagli umori odierni come i riferimenti iconici delle sue opere. Altri tempi, altre fobìe e follie. Fino all’11 febbraio, gratis per i minori, info www.arcimboldoroma.it.

Come l’immaginate un pittore di corte nel tardo ‘500? In gorgiera e barbino? Giuseppe Arcimboldo era proprio così, ma in forma di cartigli, nel ritratto che si fece nel 1587 al suo ritorno a Milano, graziosamente permesso e lautamente pensionato da Rodolfo II d’Austria. L’imperatore, pazzo come certi presidenti coèvi, così narra la vulgata, era strambo e umorale quanto basta per amare le buffonerie del pittore meneghino, le sue grottesche figure. Nella camera dell’arte e delle meraviglie del palazzo reale che dominava Praga – dove, da Vienna, aveva trasferito la capitale dell’impero asburgico – stipandola all’inverosimile d’ogni stramberia proveniente dal vasto impero, i ritratti del pittore non scarseggiavano. A ogni dignitario, anzi, soleva regalarne una copia. Né mancavano le sue macchine sceniche a ogni festa comandata a corte, coi frizzi e lazzi che producevano.

Arcimboldo era figlio d’arte. Al padre Biagio non era mancata una qualche notorietà, né commesse per le vetrate in Duomo, come al figlio. Ma la sua passione, l’arte che l’avrebbe distinto e fatto un caposcuola copiato e rimasticato, non erano né santi né madonne, come la più parte dei coèvi, quanto la natura. Quella natura umana, animale e d’altrove che appassionava le menti più brillanti, a partire da Leonardo, e l’occhio del pittore meneghino coglieva nei suoi aspetti più compositi e buffi, ma non meno veri. Non è più il bello che comanda in campo pittorico sul finire del Secolo di ferro, quanto il bizzarro e il deforme. Arcimboldo dipinge naturaliter, trasmutando la natura in materia d’incanto, gioco di società per principi e imperatore, oro sonante. Cinque lustri alla corte asburgica, al soldo dei padroni del mondo, fanno di lui un pittore di corte ammirato e riverito, presto dimenticato al declinare delle fortune dei suoi protettori.

Quando, alla metà del Seicento, Francia e Svezia sorgeranno come potenze europee spazzando il dominio asburgico, delle opere di Arcimboldo custodite nella wunderkammer zeppa di meraviglie fatta costruire da Rodolfo, allargando a più riprese la reggia di Hradčany, resterà poca cosa. Il ritratto del suo ultimo protettore, in veste di Vertumno, supremo dio della terra d’origine etrusca, è nel castello di Skoklosters, presso Stoccolma, come le palle da cannone svedesi incastonate sui muri esterni del castello fanno ancora mostra di sé, a raccontare la fine delle mene asburgiche infrante definitivamente tre secoli dopo, sul Piave.

Poco restava della fama e delle opere d’Arcimboldo, scopiazzate e disperse, finché in quel ‘900 l’artista che ben si attagliava alle atmosfere della Praga magica narrata da Angelo Maria Ripellino e del suo melanconico imperatore venne riscoperto dai surrealisti, emuli tardivi. E quanta ammirata maestrìa traspare nell’Hiver après Arcimboldo di Man Ray, del ‘44. Qualche decennio dopo Roland Barthes coglierà del pittore l’aspetto peculiare: « Le teste di Arcimboldo sono mostruose perché rimandano tutte, quale che sia la grazia del soggetto allegorico, a un malessere sostanziale: il brulichio. La mischia delle cose viventi […] disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intelligibilità della figura finale) evoca una vita tutta larvale, un pullulìo di esseri vegetativi, vermi, feti, visceri al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescenti». L’essere che si scompone e trasmuta nel suo contrario, l’apparenza dominatrice del reale. La meraviglia della repulsione.

Questo brulichiò di cose giocose e deformi, mai nate eppure viventi, si ritrova tutto nella mostra romana curata da Sylvia Ferino Pagden. Quella a palazzo Barberini – la prima a Roma, seguita all’esposizione milanese – è una wunderkammer in piccolo, capace di restituire, sia pure in minima parte, il gusto d’un tempo intriso d’orrori e geniali invenzioni. Una camera delle meraviglie in scala, un’ottantina d’opere con molte copie e attribuzioni incerte, che ha al suo centro gli arcinoti ritratti delle Quattro stagioni contrapposti ai rispettivi elementi, ancora capaci d’affascinare oggi come di stupire i coèvi. Sei sezioni introdotte dall’autoritratto dell’‘87. E se il piatto fallico attribuito a Francesco Urbini può ancora strappare sorrisi, il carnaglio d’arrosti che trasmutano nel ghigno d’uno sgherro più che d’un laido cuoco, il pollame di cui si riveste il volto del giurista – a simboleggiare gli omaggi della clientela – è roba che inorridisce le anime belle vegane, distante dagli umori odierni come i riferimenti iconici delle sue opere. Altri tempi, altre fobìe e follie. Fino all’11 febbraio, gratis per i minori, info www.arcimboldoroma.it.



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