«Scendiamo dal palco del Brancaccio!»

Verso l’assemblea del percorso del Brancaccio. Intervista con Massimiliano Murgo, uno degli operai che occupò la Marcegaglia e dirigente Prc

di Checchino Antonini

Protesta di operai che si sono incatenati davanti al cancello della ditta Marcegaglia

Che cosa pensano gli operai della politica? E della sinistra? Perché le tute blu sono tra le più disaffezionate al voto e, se votano, scelgono Lega o 5 stelle? Massimiliano Murgo è il delegato che negli scorsi anni ha animato la durissima vertenza alla Marcegaglia di Milano ed è membro della direzione nazionale di Rifondazione Comunista. Come tutti gli operai che lo scorso anno hanno occupato gli uffici della Marcegaglia per 15 giorni è stato raggiunto da avviso di garanzia. E’ con lui che proviamo a ragionare sul legame tra le lotte quotidiane dei proletar* e i percorsi politici in campo relativamente alle tornate elettorali recenti e in arrivo.

Dopo la conclusione vittoriosa della vertenza dello scorso anno la repressione non ha tardato a farsi sentire, cosa vi contestano esattamente e quali sono le ragioni?

Chi ha seguito la vertenza Marcegaglia a Milano sa che è stata durissima e che, negli ultimi due anni, ha visto protagonisti, da soli, 7 operai contro il gigante della siderurgia, nonché rappresentante europeo degli industriali. L’occupazione degli uffici di Milano ha di fatto rallentato, se non bloccato del tutto, la produzione di 4 stabilimenti Marcegaglia legati al ramo Buildtech. Tutti gli impiegati commerciali e amministrativi non hanno potuto lavorare in quei giorni, e con loro gli operai degli stabilimenti coinvolti. Il magistrato ci contesta la violenza privata, con l’aggravante del concorso e di “essere armati” di taniche con liquido verde. Per riconquistare la nostra dignità non avevamo alternative e rivendico ogni singola scelta fatta in quei giorni. La giustezza della nostra azione è rappresentata dall’accordo che ne è scaturito. Ora l’apparato repressivo dello stato ci processa perché non vogliono e non possono accettare che i lavoratori e le lavoratrici si organizzino con tutta la radicalità e la forza di cui sono potenzialmente capaci e siano in grado di piegare la volontà dei padroni. La regolamentazione del diritto di sciopero, la legge Fornero, il Jobs Act, l’accordo del 10 gennaio sono il recinto dentro il quale non riusciamo più a vincere una vertenza, fuori da quel recinto ci sono le possibilità di riscossa di classe. Noi abbiamo rotto le regole del gioco per questo vogliono farcela pagare. Ma per noi il processo sarà un occasione ulteriore di battaglia per i diritti e la dignità di tutti e tutte. Stiamo Pensando di organizzare a ridosso del processo una assemblea autoconvocata per condividere le scelte di mobilitazione durante il procedimento.

Nella tua esperienza ventennale in fabbrica, e per 15 anni di delegato riconosciuto e seguito anche fra gli altri metalmeccanici, qual è la percezione diffusa della cosiddetta “sinistra” fra i lavoratori?

C’è un abisso enorme tra la percezione dei lavoratori e delle lavoratrici e la politica in generale. Intanto spesso identificano la sinistra, o addirittura il comunismo, nel Partito Democratico, ma fondamentalmente covano una rabbia che non riesce a trovare sbocco e prospettiva in nessuna proposta in campo. Molta di questa rabbia nell’urna trova sbocco nel “voto di protesta” al movimento di Grillo, altrettanto spesso la croce finisce a supportare la xenofobia leghista o peggio. Almeno il 50% non vota più perché non crede più a nessuno. A causa delle politiche sindacali degli ultimi anni, della frammentazione profonda del sindacato di base, è diventata una rarità fra gli operai la consapevolezza della lotta quale strumento di emancipazione sociale, e nonostante ciò sono decine, centinaia e forse migliaia le vertenze che scoppiano ogni giorno in aziende di tutta Italia. Vertenze che non hanno né eco né rappresentanza, né organizzazione. Tutto questo produce rabbia e senso di frustrazione che spinge verso una radicalità che la cosiddetta “sinistra” né paventa né organizza, ma anzi spesso rifugge. E’ in questo modo che il razzismo e il fascismo riattecchiscono nel tessuto proletario del nostro paese.

A questo punto ti chiedo un’opinione sulle elezioni regionali siciliane, e se, a tuo parere, la lista di alternativa messa in campo abbia dato qualche risposta alle enormi masse di sfruttati di cui parli.

L’unico elemento positivo che rilevo nella recente esperienza elettorale siciliana è la grandissima generosità e operosità dei compagni e delle compagne del nostro partito che si sono spesi in una lunga e difficile campagna elettorale, ma sia l’origine della lista, la sua composizione e il risultato non hanno nulla a che vedere con quanto hanno bisogno le lavoratrici e lavoratori e la galassia di organizzazioni e associazioni che tentano incessantemente di dare rappresentanza ai loro interessi. Dal mio punto di vista la lista ha, come spesso accaduto negli ultimi 10 anni, parlato a un ceto medio di “sinistra” deluso dalle scelte del centro sinistra ma che nulla ha a che fare, nel suo portato politico e sociale, con l’esigenza di radicalità e prospettiva necessaria a risvegliare non solo la partecipazione al voto ma anche e soprattutto la mobilitazione di quelli che Antonio Gramsci chiamava “i subalterni”, coloro i quali pagano le conseguenze più nefaste del potere padronale. La lista è stata, nonostante i proclami, il frutto di un accordo fra dirigenti politici, le candidature espresse da segreterie e non dalle assemblee di base, di movimento, di lotta, di prospettiva. MDP con questa tornata ha cominciato la sua opera di costruzione/ricostruzione della sua immagine. Non credo di essere stato solo io a far caso che i TG che hanno seguito tutto lo spoglio indicavano accanto alla foto di Fava la dicitura “MDP-ALTRI”. Il tanto evocato “popolo dell’astensione” non è stato affatto stimolato dalla proposta messa in campo, sia per le modalità della proposta, per i contenuti e per il fatto che alcuni candidati fino a poche settimane prima della presentazione delle liste stavano ancora sul carrozzone di Orlando e Micari. Addirittura si è registrato un ulteriore calo dell’affluenza alle urne. Insomma nulla di tutto ciò che negli ultimi mesi la proposta del “Brancaccio” auspicava.

E qui arriviamo al punto più controverso di tutta la discussione politica degli ultimi mesi, l’alleanza popolare per la democrazia. Il 18 novembre è convocata la nuova assemblea. I limiti dell’esperienza siciliana non potrebbero secondo te ritrovarsi anche sul piano nazionale?

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni” diceva qualcuno, il rischio è molto alto. In diverse città piccole e grandi d’Italia si sono tenute assemblee programmatiche. In alcuni casi alcuni settori di classe conflittuali si sono timidamente affacciati alla discussione. Poco in realtà rispetto a ciò che servirebbe. Con la dovuta chiarezza programmatica, cercando di includere chi è critico non escludendo a sinistra, allargando la partecipazione il più possibile, così come il nostro partito si è proposto nell’ultima direzione nazionale, a tutti quelle organizzazioni di classe, settori sociali e conflittuali, comitati, associazioni, sindacati conflittuali e tutta la ricchezza di militanza che ha dato vita al “NO SOCIALE”, potrebbe aprirsi un terreno di ricomposizione utile soprattutto al rilancio di una stagione di conflitto e riappropriazione, di riunificazione di classe su una prospettiva solidale, passando anche attraverso la costruzione della rappresentanza delle istanze “subalterne” alle prossime elezioni politiche. Ma l’accordo programmatico pubblico fra MDP-SI-Possibile e, con lo stupore di molti, di Montanari e Falcone, dà la dimensione della traiettoria che vogliono dare al percorso: in cento piazze si discute il programma ma, senza avere neanche la furbizia di attendere la prossima assemblea del 18 novembre, il programma si delinea in qualche salottino tra gruppi dirigenti e i 2, a mio avviso ex, garanti. Una trappola che, ahimè, ha diversi precedenti, tra cui la Sicilia, e che tenta di mettere alle strette proprio il nostro partito, chiudendo su alcune questioni programmatiche dirimenti, fra cui la questione del pareggio di bilancio in costituzione, spingendoci ad attestarci su quel terreno politicista degli accordi tra vertici che ci renderebbe maggiordomi di D’Alema, Bersani, Fratoianni, Civati e il resto della banda.

Quindi che direte il 18 novembre?

A mio parere la presenza di Mdp e di tutti quei politicanti da salotto che hanno il solo obiettivo di eleggere un manipolo di parlamentari per mantenersi i vizi, nel percorso di costruzione di una prospettiva sociale antiliberista e anticapitalista capace di stimolare la partecipazione di chi da anni alla politica non ci crede più, era solo un intralcio. Il nostro partito non accetterà questo ricatto becero, ma liberi da quelle zavorre finalmente potremo aprire, con umiltà e spirito solidale, un percorso ampio con tutti quei soggetti che fino ad oggi da quel palco sono stati tenuti lontani. Possiamo finalmente provare a costruire un programma che incarni la necessaria radicalità rivendicativa di cui noi lavoratori e lavoratrici sfruttati abbiamo bisogno, che parli ai precari, alle finte partita iva, ai collaboratori, e metta insieme chi della lotta ne ha fatto una ragione della propria esistenza, consapevole che la terra la abbiamo in prestito dai nostri figli e sta a noi lasciargliela in condizioni vivibili. Il 18 a Roma ci sarò anche io, nonostante sia stato sempre, ed evidentemente a ragione, critico con quel percorso. Ci sarò per chiudere definitivamente con la banda del centro sinistra, e porre le condizioni per l’unità con cui da sempre condivido piazze, picchetti, occupazioni, scioperi. Con quelli che son sempre stati da una parte sola!

fiom3

 



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