Cile, una democrazia debole verso le elezioni

Il 19 novembre in Cile si terranno elezioni parlamentari e, contestualmente, quelle presidenziali e dei consigli regionali. L’analisi di Roberto Pizarro

di Roberto Pizarro*

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Politici ed economisti cileni insistono sulla crescita insufficiente. Non si rendono conto che ciò che manca in Cile è democrazia, perché quando la democrazia è fragile, la società s’incupisce, le persone non si fidano più delle istituzioni, la corruzione si generalizza, la delinquenza aumenta e, alla fine, è colpita l’economia e la crescita si riduce.
Per questo è preoccupante che la democrazia rappresentativa in Cile si trovi in difficoltà. La sua debolezza è manifesta. Lo dice il Programma Onu per lo sviluppo (Undp), che mette luce come alle elezioni parlamentare del 2013 ha votato appena il 51% dei cileni maggiori di 18 anni. Nelle municipali del 2016 ha votato solo il 35%. Inoltre il voto volontario – instaurato nel 2012 – ha aggravato un sostanziale ribasso della partecipazione elettorale, ma la caduta era avvenuta prima e si è acutizzata a partire dal cambiamento apportato nell’obbligatorietà del suffragio.

La partecipazione elettorale in Cile è tra le più basse del mondo. Inferiore alla media di tutta l’America Latina dove i votanti hanno raggiunto il 71%, anche più basso dell’insieme dei paesi dell’Ocse con una media del 64%. Un cambiamento notevole per il Cile, un paese che negli anni sessanta alta altamente politicizzato.
Non solo la democrazia rappresentativa si mostra debole, anche l’organizzazione della società civile è scarsa. Infatti, secondo l’ultima inchiesta dell’Undp del 2016, “Audit sulla democrazia”, pochi cileni partecipano a organizzazioni di volontariato, o che si impegnino nella presa di decisioni locali o nazionali. Nella media meno del 10% degli intervistati partecipa a qualche tipo di organizzazione sociale, senza contare le associazioni religiose.

La cosa più preoccupante è che la scarsa partecipazione elettorale non si distribuisce in forma omogenea. Sono i giovani e le persone di estrazione popolare, di livello socio-economico basso quelle che hanno votato di meno. Ciò è evidente soprattutto nelle grandi città del paese, e quando non si va votare è perché non si spera più molto dalla politica, non si crede più nei politici. Si ha la sensazione che l’azione del votare non si ripercuote sui propri interessi, e che le proprie idee non sono ascoltate.
La bassa partecipazione dei cileni nelle elezioni rende manifesto la distanza esistente tra l’élite e la società, con una crescente sfiducia nelle istituzioni e nei partiti politici. Ciò si è accentuato soprattutto negli ultimi anni, come conseguenza degli scandali sui finanziamenti illeciti della politica e con i casi di corruzione rilevanti tra i Carabinieri e nell’Esercito.

Negli ultimi tempi è anche diventato sempre più evidente come le grandi imprese ingannino i consumatori, scuole e università private chiudono lasciando gli studenti senza futuro, l’Amministrazione dei fondi pensionistici (Afp) illude i cittadini con offerte di pensioni decenti, l’Istituto di Salute Previsionale (Isapres) concedi assicurazioni sanitarie solo a suo beneficio. Alla fine dei conti, il discorso compiacente delle élite sulla crescita e la riduzione della povertà perde forza la sua forza convincente quando troppi fianchi si aprono sugli abusi del capitalismo cileno.

D’altro canto è pur vero che la gente ha una scarsa partecipazione alle associazioni in difesa dei propri interessi. Non esiste fiducia nel lavoro collettivo. L’individualismo installato dal regime neoliberista porta la gente a credere che i canali di partecipazione esistono solo per informare o fare opinione, ma non per produrre cambiamenti. Questo frena la partecipazione cittadina. Si preferisce difendere rigorosamente i propri interessi prima che rischiare trionfi collettivi più ampi.
Tuttavia ci sono segnali che la cittadinanza possa farsi carico collettivamente dei problemi che la riguardano. Le mobilitazioni studentesche hanno sfidato il profitto nell’educazione; la protesta contro l’Afp ha messo a nudo la frode del sistema pensionistico. Ma in ambo i casi le richieste dei cittadini si sono scontrate con le istituzioni, con il sistema politico.

Nel 2011 si erano aperte speranze con le nuove organizzazioni politiche nate dalle mobilitazione studentesche di quell’anno. La costituzione del Frente Amplio è stata una boccata di aria fresca per la politica cilena. Tuttavia finora la sua forza è stata limitata, con scarsa penetrazione nel mondo popolare. La sua dirigenza ha preferito imbarcarsi in dispute personali di potere invece che nella costruzione di un percorso politico chiaro per farla finita con neoliberismo e con la cultura dell’individualismo.
Stante così le cose, le prossime elezioni presidenziali non annunciano un cambiamento radicale nella partecipazione cittadina. Tutto indica che la gente della classe alta andranno in massa a votare per sé stessi. Invece le persone più oppresse dal sistema non sembrano entusiasmate dal suffragio. In queste condizioni la democrazia cilena non si rafforzerà.

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Roberto Pizarro: economista presso l’Università del Cile con master presso l’Università di Sussex (Regno Unito). Ricercatore del Grupo Nueva Economia. E’ stato ministro della pianificazione, ambasciatore cileno in Ecuador e rettore dell’Università Accademia de Humanismo Cristiano in Cile.

Fonte: OtherNew.info – Traduzione di Marina Zenobio



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