Italia anomala: la legge non è uguale per tutti. La tortura sì

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La delegazione di Acad a Bruxelles ospite del Gue proprio nel giorno in cui la capitale belga è sconvolta da un’operazione antiterrorismo.

da Bruxelles, Checchino Antonini

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Una missione straordinariamente difficile quella di Acad a Bruxelles, ospite del Gue per un’audizione sull’anomalia Italia: paese guida, in Europa, per i casi di tortura (tso compreso), per gli abusi di polizia e carabinieri, per la repressione della conflittualità sociale. La Corte europea dei diritti umani, proprio oggi, ha respinto la richiesta del governo italiano di composizione amichevole nel caso dei due detenuti torturati nel carcere di Asti. Nel novembre del 2015 il Governo Renzi ha proposto un risarcimento pari a 45mila euro per ciascuno dei due detenuti torturati ad Asti senza però prendere alcun impegno per risolvere la questione dell’assenza del crimine di tortura nel nostro ordinamento giuridico. La vicenda giudiziaria vide indagati quattro operatori di polizia penitenziaria, ma per nessuno venne condannato in quanto, non esistendo il reato di tortura, si procedette per reati di più lieve entità oramai prescritti. Il giudice nella sentenza scrisse che i fatti erano qualificabili come tortura ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, ma che non potevano essere perseguiti come tali poiché in Italia non esisteva una legge che riconoscesse quel reato.

«Mio fratello nei verbali viene chiamato “energumeno”,”violento”… ecco come ci viene tolta la dignità dallo Stato» [Andrea Magherini]

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Spiega l’eurodeputata Eleonora Forenza che solo l’Ucraina 13.650 ricorsi) ci batte in quanto a numero di ricorsi per casi di tortura come emerge dalla Relazione sullo stato di esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dello stato italiano, contro il nostro Paese sono stati presentati ben 10.100 ricorsi.

Però, mentre per la prima volta alcuni familiari di vittime prendono la parola in una sede istituzionale europea, nella periferia di Bruxelles qualcuno spara sulla polizia durante un’operazione antiterrorismo. Gli agenti dovevano perquisire un’abitazione di Forest, alle porte della capitale, nell’ambito dell’inchiesta sugli attacchi terroristici del 13 novembre 2015 a Parigi. Almeno un uomo ha cominciato a sparare con un kalashnikov, ferendo tre poliziotti. Poi è scappato sui tetti ed è ancora in fuga.

“Io sei anni e mezzo fa non avrei pensato di parlare al parlamento europeo della morte di mio fratello, ma pensavo di crescere e maturare con lui…” [Ilaria Cucchi]

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L’operazione antiterrorismo delle forze speciali della polizia federale belga in collaborazione con la polizia francese è ancora in corso. Sempre più agenti presidiano la zona intorno alla strada dove è avvenuta la sparatoria che resta chiusa al pubblico ed è sorvolata costantemente da un elicottero. Gli abitanti dell’area sono stati invitati a restare in casa mentre due uomini sarebbero ancora in fuga sui tetti dopo lo scontro a fuoco verificatosi in seguito alla perquisizione effettuata in una casa di rue du Dries. Sulla stessa strada si trovano anche una scuola e un asilo, ma gli inquirenti garantiscono che la sicurezza dei due istituti e dei loro occupanti è garantita. «C’è ormai un’osmosi tra la centralità sicurezza pubblica e la sospensione della democrazia: questo che genera gli abusi che sentiamo raccontare oggi. Sono uno degli effetti del sovversivismo delle classi dirigenti», dice, citando Gramsci, Giovanni Russo Spena, giurista, ex deputato Prc, oggi attivo nell’Osservatorio Repressione che, insieme ai Giuristi democratici (per i quali è presente la giurista napoletana Elena Coccia) ha composto la delegazione di Acad.

“Il giudice che ha assolto i poliziotti che hanno sparato a mio fratello era lo stesso che lo ha condannato da morto” [Clauda Budroni]

La lotta al terrorismo, al pari della lotta alla criminalità, è la madre di tutte le tentazioni autoritarie come l’etat d’urgence in vigore i Francia, come la ley mordaza che sta intossicando da un anno l’aria dello stato spagnolo. Nei Paesi Baschi, anche prima della legge, la tortura è stata la normalità per i prigionieri politici. Una commissione d’inchiesta, composta soprattutto da medici forensi, ha catalogato almeno 1300 casi in 50 anni. Questo raccontano Iosi Juaristi Arduenz, deputato basco del Gue, e Miguel Urban di Podemos denunciando il peccato originale della democrazia spagnola: l’impunità per le torture e i crimini del franchismo, e quindi la continuità di quella cultura della polizia che considera le garanzie democratiche un inutile orpello che, addirittura, ostacola il lavoro degli operatori. Di questo parla anche una delle figure chiave di queste vicende, l’avvocato ferrarese Fabio Anselmo, di un sistema che ha tre punti di patologia: nel carcere, nell’uso delle armi e in quello della violenza negli arresti come dimostrano le storie che lui rappresenta in tribunale: quelle di Stefano Cucchi, Dino Budroni, Davide Bifolco, Aldo Bianzino, Ricky Magherini, Rachid Hassaragh. La sua voce si alterna alla messa in onda di materiali audio e video andando a comporre un catalogo che sembra infinito.

“Io sono figlio di nessuno. Figlio di quello che mi ha fatto lo Stato” [Rudra Bianzino]

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E poi ciascuna delle vittime ripercorre la sua vicenda raccontando una storia che, mille racconti e anni dopo, li trova sempre con la stessa indignazione incredula e un dolore che sembra non poter mai essere scalfito. «In quelle aule siamo noi gli imputati. E siamo soli», dice Lucia Uva, la sorella di Giuseppe, vittima a sua volta dei «meccanismi di screditamento di testimoni, vittime e familiari», che caratterizzano tutti i casi di “malapolizia”: «Non sono processi come tutti gli altri», avverte Fabio Ambrosetti, legale nei casi Uva e Ferrulli. Prendono parola anche Domenica Ferrulli, la figlia di Michele, Claudia Budroni, la sorella di Dino, Rudra Bianzino, figlio di Aldo, Grazia Serra, la nipote di Francesco Mastrogiovanni e Andrea Magherini, il fratello di Riccardo. Tutti loro hanno una lunga scia di processi e poderose domande da rivolgere alla giustizia e alla politica perché nessuno debba passare quello che stanno passando loro. Girano l’Italia (e ora l’Europa) per far conoscere la propria storia, sono dovuti diventare competenti di diritto, medicina legale, procedure di arresto. Vorrebbero vivere in un paese che non uccida i loro cari anche nelle aule di tribunale, come dice Ilaria Cucchi. Vengono insultati pubblicamente da politici populisti e razzisti di primo piano, da leader sindacali della polizia, perfino dagli imputati dei rispettivi processi ma intorno a loro trovano anche un tessuto solidale come quello rappresentato da Acad. «Il loro dolore e la loro dignità sono riusciti ad aprire uno spazio pubblico di azione, riflessione e resistenza civile – dice Luca Blasi, uno degli attivisti di Acad salito a Bruxelles con un dossier sull’anomalia Italia dedicato a Giulio Regeni, gli ingredienti che hanno ucciso il giovane ricercatore italiano in Egitto sono i medesimi che uccidono sulle nostre strade e nelle nostre prigioni.

Gli abusi di polizia, il ricorso alla tortura e la repressione sono «l’altra faccia dell’Europa dell’austerità, dell’Europa Fortezza, della guerra», fa presente, a meno di quattro chilometri dal teatro degli scontri, Eleonora Forenza, deputata del Gue e promotrice di questa audizione. Il suo impegno ha radici nelle strade di Genova del 2001. Da allora ha dovuto «assaggiare più di una volta i manganelli delle polizie italiane». E ora, da deputata europea, ha iniziato a lavorare su un “libro bianco” sulla repressione in Europa, una mappa: «Il nostro obbiettivo è sollecitare la Commissione libertà civili del Parlamento europeo a produrre uno studio sull’Italia e avviare un’audizione in modo che la Commissione vada avanti con una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese inadempiente sulla sanzione della tortura».

Intanto, la missione belga si conclude fuori dal palazzo del parlamento europeo con un incontro degli attivisti italiani e un collettivo di Bruxelles che si riunisce nella stessa sede in cui si trovavano gli esuli in fuga dal franchismo. Oggi è la Giornata internazionale «against the police brutality». Qui la celebrano, come pure in Svizzera, Canada e Usa. In Italia chissà, una delle ambizioni di Acad è quella di costruire una manifestazione nazionale contro gli abusi, per una vera legge contro la tortura, per un numeretto sulle divise di chi opera in ordine pubblico.



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