Braccianti stranieri, i lavoratori invisibili. Che lottano

Le campagne, specialmente al Sud, sono affollate di schiavi ma la politica ufficiale finge di vedere solo richiedenti asilo. Invece di applicare i contratti si cercano soluzioni nel volontariato

di Campagne in lotta

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Caporalatoghetti e schiavitù da una parte, emergenza profughi e accoglienza dall’altro: attorno a questi due nuclei e alla loro intersezione si articola da alcuni anni e con sempre maggiore frequenza – nei media più o meno mainstream, negli ambienti istituzionali e in quelli del terzo settore – una rappresentazione stereotipatavittimizzante e depoliticizzante di un fenomeno ben più complesso. Per restituirne almeno in parte un’immagine più efficace e politicamente incisiva, partiamo innanzitutto dalla dimensione conflittuale che si è andata sviluppando intorno ad un sistema di sfruttamento e segregazione sempre più brutali. Sistema che, nonostante il discorso dominante, non è frutto di condizioni eccezionali, di ritardi storici o contingenze imprevedibili, ma di politiche di lungo corso. La gestione della mobilità transnazionale e il dumping contrattuale e sociale che questa, insieme ad altri dispositivi, promuove, sottendono tanto ai meccanismi dello sfruttamento quanto alle azioni di contrasto messe in campo da chi subisce quotidianamente tutto questo.

Da anni, chi vive e lavora nelle campagne porta avanti importanti battaglie sociali. Per limitarci agli eventi più recenti che hanno dato vita a questo fronte di lotta, due momenti risultano particolarmente significativi: la rivolta/sciopero di Rosarno, nel gennaio 2010, e lo sciopero di Nardò, nel luglio 2011. A seguito di quest’ultimo, lavoratori delle campagne, disoccupate/i, militanti, associazioni e altri soggetti costituiscono una rete informale di respiro nazionale, che prenderà il nome di Campagne in Lotta. L’obiettivo è quello di comprendere e sovvertire le dinamiche di sfruttamento lavorativo nel settore agricolo e quindi, necessariamente, anche di ampliare le lotte, articolandole ad altri contesti e fronti: le lotte nella logistica e quelle per la casa innanzi tutto.

È in provincia di Foggia – distretto di punta della produzione di pomodoro da industria a livello mondiale, in cui sono impiegate decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici, perlopiù stranieri – che la mobilitazione si è maggiormente sviluppata. D’altra parte, questa sta assumendo sempre più una portata nazionale, coinvolgendo in primis coloro che vivono e lavorano nella Piana di Gioia Tauro, teatro recentemente di un drammatico omicidio di stato. I lavoratori e le lavoratrici, perlopiù provenienti dall’Africa subsahariana, si sono organizzati in diversi comitati, e con il sostegno della rete Campagne in Lotta e del Si Cobas a partire dallo scorso settembre per ben sette volte sono scesi nelle strade del capoluogo dauno, per poi dare vita a due momenti di mobilitazione a livello regionale. Il 30 giugno scorso, in contemporanea al corteo che ha attraversato le strade di Bari, una manifestazione è partita dalla Tendopoli di San Ferdinando, a pochi passi dalla cittadina di Rosarno: per chiedere verità e giustizia per la morte di Sekine Traoré, bracciante maliano ucciso da un carabiniere, ma anche per aggredire le condizioni che stanno alla base di questa ennesima tragedia annunciata.

La priorità riguarda lo status giuridico, ovvero la necessità per i braccianti non comunitari di ottenere e mantenere un permesso di soggiorno. Chi popola i ghetti, le baraccopoli più o meno istituzionali, e più in generale le campagne di molte zone d’Italia ha compiuto percorsi anche molto diversi tra loro, ma spesso è accomunato dalla precarietà della propria condizione giuridica. Da una parte ci sono coloro che vivono in Italia da molto tempo ma che, invece di stabilizzare la propria posizione (entrando in possesso di un permesso come lungo soggiornanti, o della cittadinanza italiana), a causa della legge Bossi-Fini, della crisi economica, dell’onnipresenza di lavoro nero sfruttato, sono intrappolati nell’irregolarità e scontano quindi anche l’impossibilità di andarsene altrove. Dall’altra parte ci sono coloro che son arrivati da poco tempo, e per questi il percorso è ancora più segnato. Al loro ingresso in Italia sono costretti, se le politiche sempre più restrittive in materia glielo consentono (vedi il sistema Hotspot e i respingimenti arbitrari), a presentare domanda d’asilo, poiché a partire dal 2012 non esistono altri meccanismi di ingresso per i cittadini non comunitari, quali erano i decreti flussi. Le commissioni territoriali per l’asilo spesso non riconoscono nessuna forma di protezione internazionale, condannando i nuovi arrivati ad un limbo per uscire dal quale occorrono denaro, tempo interminabile e molta frustrazione, che spesso sfocia in disagio manifesto. In questo scenario si inseriscono i contestatissimi centri d’accoglienza, fonte di guadagno per cooperative e consorzi a fronte di un servizio pessimo per gli ‘ospiti’ e di un trattamento contrattuale all’insegna dell’iperprecarietà e dello sfruttamento per gli operatori. I centri d’accoglienza non sono un’alternativa al ghetto, ma il meccanismo che sta alla base della sua esistenza: non soltanto perché sono essi stessi luoghi di segregazione e abuso, ai margini dei quali spesso sorgono vere e proprie baraccopoli. I centri mantengono chi ci vive poco al di sopra della soglia di sopravvivenza, favorendone così lo sfruttamento (nelle campagne che spesso si trovano proprio in prossimità, o sulle strade circostanti nel caso delle prostitute) e soffocando l’insorgere di proteste, che sono però all’ordine del giorno.

In Italia gli strumenti normativi che disciplinano l’immigrazione (più importante tra tutti il Testo Unico sull’immigrazione, a firma Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi), dopo aver contribuito ad abbassare il costo del lavoro, creando un esercito di lavoratrici e lavoratori senza diritti e sommamente ricattabili attraverso il nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, hanno esaurito parte della loro funzione. I lunghi anni di crisi economica e di politiche di austerity, i cui effetti tra l’altro si stanno ulteriormente acutizzando, insieme all’allargamento ad est dell’Unione Europea e alle guerre globali di più o meno bassa intensità, hanno permesso di generalizzare ulteriormente la debolezza dei lavoratori di fronte all’accumulazione selvaggia del capitale. E, tuttavia, l’irregolarità giuridica, oggi prodotta soprattutto attraverso un dispositivo di carattere umanitario, rimane uno degli elementi attraverso i quali si producono marginalizzazione e sfruttamento.

Ma proprio perché lo status giuridico non è che una delle cause possibili dello sfruttamento, la lotta dei lavoratori delle campagne si concentra allo stesso tempo sulle loro condizioni contrattuali e salariali. A gran voce e senza sosta i lavoratori chiedono il rispetto dei contratti di categoria, all’interno dei quali è regolamentato molto chiaramente uno dei nodi centrali del reclutamento della manodopera agricola, ovvero il trasporto sul luogo di lavoro. Stando ai contratti, questo deve essere garantito dai datori di lavoro. Ed è qui che si inserisce la figura del caporale, ovvero colui che garantisce – previo pagamento di una tariffa che normalmente si attesta sui 5 euro giornalieri – il trasporto dei lavoratori sui campi. Le altre rivendicazioni riguardano l’accesso al sistema previdenziale, attraverso i contributi e la conseguente fruibilità della disoccupazione agricola, istituto fondamentale per questo comparto caratterizzato da una forte stagionalità; il rispetto degli orari e dei minimi salarialil’alloggio gratuito per i lavoratori stagionali, anch’esso previsto dai contratti collettivi.

La lotta dunque, sul fronte dell’organizzazione del lavoro in agricoltura così come delle politiche di controllo della mobilità, fa emergere i veri problemi e soprattutto i principali responsabili dello sfruttamento di chi lavora in campagna. Sfruttamento che colpisce anche i piccoli produttori, ancor oggi la quasi totalità dei titolari di aziende agricole, sempre più ricattati dallo strapotere della grande distribuzione. Questo percorso vertenziale da una parte sta ottenendo importanti risultati e avanzamenti – come testimonia la firma, da parte di diversi ministeri, regioni e parti sociali, di un ‘Protocollo sperimentale contro il caporalato’ lo scorso 27 maggio. Se è evidente che le istituzioni temono i ‘disordini’ Caporalatoghetti e schiavitù da una parte, emergenza profughi e accoglienza dall’altro: attorno a questi due nuclei e alla loro intersezione si articola da alcuni anni e con sempre maggiore frequenza – nei media più o meno mainstream, negli ambienti istituzionali e in quelli del terzo settore – una rappresentazione stereotipatavittimizzante e depoliticizzante di un fenomeno ben più complesso. Per restituirne almeno in parte un’immagine più efficace e politicamente incisiva, partiamo innanzitutto dalla dimensione conflittuale che si è andata sviluppando intorno ad un sistema di sfruttamento e segregazione sempre più brutali. Sistema che, nonostante il discorso dominante, non è frutto di condizioni eccezionali, di ritardi storici o contingenze imprevedibili, ma di politiche di lungo corso. La gestione della mobilità transnazionale e il dumping contrattuale e sociale che questa, insieme ad altri dispositivi, promuove, sottendono tanto ai meccanismi dello sfruttamento quanto alle azioni di contrasto messe in campo da chi subisce quotidianamente tutto questo.

Da anni, chi vive e lavora nelle campagne porta avanti importanti battaglie sociali. Per limitarci agli eventi più recenti che hanno dato vita a questo fronte di lotta, due momenti risultano particolarmente significativi: la rivolta/sciopero di Rosarno, nel gennaio 2010, e lo sciopero di Nardò, nel luglio 2011. A seguito di quest’ultimo, lavoratori delle campagne, disoccupate/i, militanti, associazioni e altri soggetti costituiscono una rete informale di respiro nazionale, che prenderà il nome di Campagne in Lotta. L’obiettivo è quello di comprendere e sovvertire le dinamiche di sfruttamento lavorativo nel settore agricolo e quindi, necessariamente, anche di ampliare le lotte, articolandole ad altri contesti e fronti: le lotte nella logistica e quelle per la casa innanzi tutto.

È in provincia di Foggia – distretto di punta della produzione di pomodoro da industria a livello mondiale, in cui sono impiegate decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici, perlopiù stranieri – che la mobilitazione si è maggiormente sviluppata. D’altra parte, questa sta assumendo sempre più una portata nazionale, coinvolgendo in primis coloro che vivono e lavorano nella Piana di Gioia Tauro, teatro recentemente di un drammatico omicidio di stato. I lavoratori e le lavoratrici, perlopiù provenienti dall’Africa subsahariana, si sono organizzati in diversi comitati, e con il sostegno della rete Campagne in Lotta e del Si Cobas a partire dallo scorso settembre per ben sette volte sono scesi nelle strade del capoluogo dauno, per poi dare vita a due momenti di mobilitazione a livello regionale. Il 30 giugno scorso, in contemporanea al corteo che ha attraversato le strade di Bari, una manifestazione è partita dalla Tendopoli di San Ferdinando, a pochi passi dalla cittadina di Rosarno: per chiedere verità e giustizia per la morte di Sekine Traoré, bracciante maliano ucciso da un carabiniere, ma anche per aggredire le condizioni che stanno alla base di questa ennesima tragedia annunciata.

La priorità riguarda lo status giuridico, ovvero la necessità per i braccianti non comunitari di ottenere e mantenere un permesso di soggiorno. Chi popola i ghetti, le baraccopoli più o meno istituzionali, e più in generale le campagne di molte zone d’Italia ha compiuto percorsi anche molto diversi tra loro, ma spesso è accomunato dalla precarietà della propria condizione giuridica. Da una parte ci sono coloro che vivono in Italia da molto tempo ma che, invece di stabilizzare la propria posizione (entrando in possesso di un permesso come lungo soggiornanti, o della cittadinanza italiana), a causa della legge Bossi-Fini, della crisi economica, dell’onnipresenza di lavoro nero sfruttato, sono intrappolati nell’irregolarità e scontano quindi anche l’impossibilità di andarsene altrove. Dall’altra parte ci sono coloro che son arrivati da poco tempo, e per questi il percorso è ancora più segnato. Al loro ingresso in Italia sono costretti, se le politiche sempre più restrittive in materia glielo consentono (vedi il sistema Hotspot e i respingimenti arbitrari), a presentare domanda d’asilo, poiché a partire dal 2012 non esistono altri meccanismi di ingresso per i cittadini non comunitari, quali erano i decreti flussi. Le commissioni territoriali per l’asilo spesso non riconoscono nessuna forma di protezione internazionale, condannando i nuovi arrivati ad un limbo per uscire dal quale occorrono denaro, tempo interminabile e molta frustrazione, che spesso sfocia in disagio manifesto. In questo scenario si inseriscono i contestatissimi centri d’accoglienza, fonte di guadagno per cooperative e consorzi a fronte di un servizio pessimo per gli ‘ospiti’ e di un trattamento contrattuale all’insegna dell’iperprecarietà e dello sfruttamento per gli operatori. I centri d’accoglienza non sono un’alternativa al ghetto, ma il meccanismo che sta alla base della sua esistenza: non soltanto perché sono essi stessi luoghi di segregazione e abuso, ai margini dei quali spesso sorgono vere e proprie baraccopoli. I centri mantengono chi ci vive poco al di sopra della soglia di sopravvivenza, favorendone così lo sfruttamento (nelle campagne che spesso si trovano proprio in prossimità, o sulle strade circostanti nel caso delle prostitute) e soffocando l’insorgere di proteste, che sono però all’ordine del giorno.

In Italia gli strumenti normativi che disciplinano l’immigrazione (più importante tra tutti il Testo Unico sull’immigrazione, a firma Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi), dopo aver contribuito ad abbassare il costo del lavoro, creando un esercito di lavoratrici e lavoratori senza diritti e sommamente ricattabili attraverso il nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, hanno esaurito parte della loro funzione. I lunghi anni di crisi economica e di politiche di austerity, i cui effetti tra l’altro si stanno ulteriormente acutizzando, insieme all’allargamento ad est dell’Unione Europea e alle guerre globali di più o meno bassa intensità, hanno permesso di generalizzare ulteriormente la debolezza dei lavoratori di fronte all’accumulazione selvaggia del capitale. E, tuttavia, l’irregolarità giuridica, oggi prodotta soprattutto attraverso un dispositivo di carattere umanitario, rimane uno degli elementi attraverso i quali si producono marginalizzazione e sfruttamento.

Ma proprio perché lo status giuridico non è che una delle cause possibili dello sfruttamento, la lotta dei lavoratori delle campagne si concentra allo stesso tempo sulle loro condizioni contrattuali e salariali. A gran voce e senza sosta i lavoratori chiedono il rispetto dei contratti di categoria, all’interno dei quali è regolamentato molto chiaramente uno dei nodi centrali del reclutamento della manodopera agricola, ovvero il trasporto sul luogo di lavoro. Stando ai contratti, questo deve essere garantito dai datori di lavoro. Ed è qui che si inserisce la figura del caporale, ovvero colui che garantisce – previo pagamento di una tariffa che normalmente si attesta sui 5 euro giornalieri – il trasporto dei lavoratori sui campi. Le altre rivendicazioni riguardano l’accesso al sistema previdenziale, attraverso i contributi e la conseguente fruibilità della disoccupazione agricola, istituto fondamentale per questo comparto caratterizzato da una forte stagionalità; il rispetto degli orari e dei minimi salarialil’alloggio gratuito per i lavoratori stagionali, anch’esso previsto dai contratti collettivi.

La lotta dunque, sul fronte dell’organizzazione del lavoro in agricoltura così come delle politiche di controllo della mobilità, fa emergere i veri problemi e soprattutto i principali responsabili dello sfruttamento di chi lavora in campagna. Sfruttamento che colpisce anche i piccoli produttori, ancor oggi la quasi totalità dei titolari di aziende agricole, sempre più ricattati dallo strapotere della grande distribuzione. Questo percorso vertenziale da una parte sta ottenendo importanti risultati e avanzamenti – come testimonia la firma, da parte di diversi ministeri, regioni e parti sociali, di un ‘Protocollo sperimentale contro il caporalato’ lo scorso 27 maggio. Se è evidente che le istituzioni temono i ‘disordini’ provocati dai lavoratori in lotta e cercano di correre ai ripari, è però altrettanto ovvio che occorre continuare e potenziare le mobilitazioni per giungere a risultati reali: le istituzioni rimangono conniventi, preoccupate soltanto di proteggere l’immagine di un Made in Italy sempre più importante per l’economia del paese. Le lotte, però, ci forniscono anche una lettura reale delle dinamiche di sfruttamento oltre i discorsi dominanti: non caporalato, schiavitù, emergenza, ma sfruttamento selvaggio di una manodopera salariata facilmente sostituibile, in una filiera agroindustriale controllata dalla grande distribuzione e dal marcato globale. Queste lotte ci ricordano i pilastri su cui si poggia il sistema odierno, nelle campagne e altrove: l’organizzazione della forza-lavoro ed il controllo della sua mobilità.



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