Torino, arrestata Nicoletta Dosio

“Evasa” dai domiciliari, Nicoletta Dosio è stata fermata dalla Digos mentre provava a entrare nel tribunale di Torino dov’è in corso il maxiprocesso ai danni dei militanti No Tav

di Checchino Antonini

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È in stato di fermo ed è stata portata in Questura a Torino Nicoletta Dosio la “pasionaria” No Tav che nonostante fosse agli arresti domiciliari si è presentata questa mattina al presidio No Tav davanti al Tribunale dove è in corso il maxi processo a carico di una cinquantina di militanti per gli scontri verificatisi in questura nell’estate 2011. «Continuo la mia consapevole, condivisa, felice evasione contro provvedimenti preventivi che sono più che mai strumento di intimidazione, tentativo di minare una lotta giusta e collettiva, per questo irriducibile», ha sottolineato la Dosio nel volantino letto e distribuito al presidio definendo poi la sua evasione «una nuova tappa della lunga resistenza collettiva praticata dal movimento No Tav con gli interessi del partito trasversale degli affari». «La palese difficoltà del tribunale di Torino di applicare quella che chiamano ‘l’obbligatorietà dell’azione penale’ di fronte al mio pubblico e rivendicato ‘reato’ di evasione – ha aggiunto – è il maggior riconoscimento della forza di popolo che mi sostiene e insieme un messaggio attivo di fiducia e incoraggiamento per quanto subiscono arbitrii giudiziari che sembrano incontrastabili»
La Dosio è stata fermata dalle forze dell’ordine mentre tentava di entrare in tribunale per partecipare all’udienza. Al presidio era presente anche il segretario provinciale di Rifondazione Comunista, Ezio Locatelli che ha sottolineato: «Vogliamo che Nicoletta venga messa in libertà, non più agli arresti domiciliari. C’è un clima di forte imbarazzo da parte dell’autorità giudiziaria nei confronti di un atto, quello compiuto oggi da Nicoletta, di disobbedienza dall’alto valore civile. La mobilitazione deve continuare – ha concluso – anche in solidarietà dei militanti a processo colpevoli di aver difeso la Valsusa da un’opera inutile».
Solo pochi giorni fa, sabato 29 ottobre, Dosio era tra il centinaio di manifestanti, tra cui alcuni esponenti del centro sociale torinese Askatasuna, che hanno dato vita ad una passeggiata notturna lungo i sentieri sopra il cantiere, con tanto di ‘battitura’ delle reti con pietre e bastoni e fuochi d’artificio lanciati verso le forze dell’ordine, che hanno risposto con alcuni lacrimogeni. Era l’anniversario della battaglia del Seghino, la prima sostenuta dal movimento No Tav. La storica attivista No Tav è immortalata in una foto su Notav.info, sito web vicino al mondo che si oppone alla Torino-Lione, mentre batte una pietra contro le barriere poste a protezione dell’area di cantiere. Non è la prima volta che la Dosio non ottempera ai provvedimenti della magistratura nei suoi confronti. La donna rischia ora l’arresto. Così ha scritto lei stessa il 25 ottobre:

Da ormai un mese ho lasciato la mia casa, i miei animali, le piante che crescono selvagge sui miei balconi, i grandi cedri pieni di nidi. Da un mese non rivedo la stanzetta quieta che custodisce libri e ricordi di settant’anni.
Da un mese me ne sono andata, in opposizione all’arbitrio degli arresti domiciliari “cautelari” che avrebbero voluto trasformare i luoghi e gli affetti della mia vita in carcere e fare di me l’obbediente, collaborante carceriera di me stessa.
Me ne sono andata perché amo e difendo la quotidianità dell’esistere, lo sfaccendare sereno nelle mie stanze, le creature che mi sono dolci compagne, le conversazioni quiete con gli amici.
Ora vivo altrove, non mi nascondo, ho pronte le mie cose per ogni ulteriore evenienza; le donne, gli uomini, i bambini del movimento sono con me ad allietare ed a proteggere le mie giornate.
E’ proprio questa socialità buona e fraterna a mettere in difficoltà un potere tanto arrogante quanto vile, il quale controlla quotidianamente la mia casa, si imbatte continuamente nei luoghi e nei momenti della mia evasione, ma non ha il coraggio di fermarmi, di affrontare la forza di un popolo che difende, con testarda mitezza e dissacrante ironia, il diritto ad un futuro più giusto e più vivibile per tutti.
Da oggi ho deciso di riconquistarmi la piena agibilità: anche se a casa non torno (lo farò quando quest’avventura sarà pienamente finita), riprendo in totale libertà la partecipazione ai viaggi per raccontare la lotta NO TAV ormai trentennale ed approfondirne i legami; tante realtà ci attendono per conoscere, esprimere solidarietà, organizzare una resistenza che non può più attendere.
E voglio tornare in Clarea, percorrere il sentiero tra i boschi autunnali, respirare emozioni e ricordi, riprovare la indignazione dell’arrivo al cantiere, la rabbia lucidissima che si fa lotta, volontà di liberazione, progetto di un futuro in cui ogni essere vivente possa davvero dare secondo le proprie possibilità e ricevere secondo i propri bisogni.

Della battaglia del Seghino e dei fatti del 3 luglio 2011 si può leggere nel bellissimo libro di Wu Ming1, appena uscito per Einaudi: “Un viaggio che non promettiamo breve”, venticinque anni di resistenza con tutte le connessioni possibili. Uno scrittore è la suola dei suoi scarponi.

Il movimento aveva respirato forte e il 3 luglio 2011, una domenica, aveva cinto d’assedio la Maddalena. Tre adunate per convergere sul non-ancora-cantiere, fiumi di gente dal forte di Exilles, dal campo sportivo di Giaglione e dalla Ramats, e un quarto dalla stazione di Chiomonte, dove il treno arrivava stracolmo, una corsa dopo l’altra.
I No Tav avevano consigliato a tutti di procurarsi acqua e cibo, «scarpe comode per camminare almeno 5-6 chilometri», «protezione per il sole» e «un sacchetto per riportare a casa i propri rifiuti». Il movimento ci teneva a 348 quarta parte musica su due dimensioni 349 dirlo: nei giorni della Libera Repubblica, per terra non si era vista una bottiglia di plastica.
Per tutto il giorno, decine di migliaia di persone, della valle e di altre parti d’Italia, avevano assediato le recinzioni, mettendo a dura prova i difensori in divisa, mentre il gas copriva ogni cosa e i candelotti volavano in cerca di facce da spaccare.

Il processo d’appello per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011 entra nelle sue fasi conclusive, con le difese che dovrebbero chiudere le discussioni tra le udienze del 3 e del 7 novembre e con ancora la possibilità di repliche da fissare.

Sono molte le cose di cui parlare, di sicuro tanto è già stato scritto, ma è doveroso arrivati a questo punto del processo d’appello scrivere qualche riga in più sul procuratore Saluzzo che ha deciso di indossare l’elmetto tanto conteso dai pubblici ministeri all’interno della procura di Torino – si legge nel comunicato che convoca il presidio – ripercorrendo quindi la requisitoria del procuratore Generale Saluzzo abbiamo scorto un’accanita difesa dell’opera Tav, a suo dire ampiamente legittima e soprattutto non imposta al territorio, frutto di una volontà popolare (non c’è dato modo di sapere dove questa si sia espressa) per cui diventa “dovere” della legge farla rispettare e chi non la rispetta dev’essere punito. Quindi, questo processo, sarebbe il prezzo da pagare per aver scelto di stare contro lo Stato.

Saluzzo ha sottolineato anche come gli imputati sarebbero potuti essere molti di più, ma che l’obbiettivo della procura oggi è quello di capire se la corte confermerà totalmente o parzialmente le condanne di primo grado.
Sotto la lente d’ingrandimento del procuratore è finito inevitabilmente il più grande smacco allo Stato, quello della Libera Repubblica della Maddalena, per noi grande esperimento di partecipazione e condivisione, per loro una “sorta di campo minato, nessuno poteva entrare, nessuno che non fosse dei loro…Siamo nell’illiceità (…)” pertanto l’intervento del Prefetto, nell’interesse della collettività, doveva essere quello di “riconquistare” il territorio reso impenetrabile dalle forze dell’ordine dai No Tav, poiché tale resa della stato era già costata metà del finanziamento pubblico europeo.
Ovviamente anche il 3 luglio è stato oggetto della requisitoria, una manifestazione di migliaia di persone definita come “una vera azione di guerra e militare praticamente ininterrotta (…) per riappropriarsi delle aree che erano state riportate nel possesso dello Stato il 27 giugno…” una sorta di “chiamata internazionale alle armi” come definita dai giornali.

Il pg Saluzzo, sebbene abbia tentato ad inizio processo di evocare una “dimensione” di normalità processuale eleggendo il Tribunale di corso Vittorio come aula del dibattimento e non quella bunker del carcere delle Vallette, ha gettato via la maschera già dopo le prime parole, di fatto percorrendo la strada tracciata da Caselli anni fa, quella che pensava di poter “spaccare” il movimento facendogli assumere la “divisione fra buoni e cattivi“. Scelta sbagliata che gli si è rivoltata contro, ma che oggi ancora persevera come metodo di condotta nelle aule di tribunale a danno di centinaia di No Tav che continuano ad essere processati e condannati.
Saluzzo ha preso in mano una vicenda di cui evidentemente sa poco, ma si è galvanizzato nel farlo. Ha addirittura definito una “debolezza della stato” la ripresa dei terreni a Venaus nel 2005, peccato per lui che, invece, quei giorni rimarranno alla storia come una grande vittoria del movimento No Tav

Descrivendo le varie vicende giudiziarie del movimento No Tav, continuiamo a scorgere personaggi senza arte ne parte, orfani del maestro Caselli che per loro ha tracciato una strada fallimentare e che si accontentano di qualche articolo sui giornali nella speranza di essere ricordati un giorno, forse, da qualcuno.

Quelli più sicuri di sè indossano l’elmetto, altri giocano la parte dei “rinnovatori”, vedi Spataro Procuratore della Repubblica con la sua azione interna, senza però evidenziare chiare discontinuità…bisogna che qualcosa cambi affinché tutto rimanga com’era prima, vero?

Rimangono quindi senza risposta alcune domande fondamentali ad asempio se vi è stato forse in passato un coinvolgimento dell’autorità amministrativa (di polizia) e politica, che si sono adoperate per segnalare l’importanza di contrastare anche sul piano giudiziario l’opposizione al Tav? Se sì,  in questo possibile coinvolgimento quanto hanno pesato i poteri forti, che da sempre sono stati capaci di influenzare le decisioni del potere politico sulle grandi opere pubbliche? Sono stati serenamente a guardare o si sono a loro volta attivati?

Da parte nostra, continuiamo serenamente la nostra lotta, più forti di tutti i loro tentativi, in grado di resistere e rilanciare perché consapevoli di essere dalla parte del giusto.

«Questa mattina la coerente disobbedienza di Nicoletta Dosio ha sconfitto la pratica repressiva di cui è fatto oggetto da anni il Movimento No Tav. Abbiamo detto mille volte che la Valle non si processa e questa mattina anche a Torino hanno dovuto rendersene conto», spiega anche  Paolo Ferrero, segretario di Prc-Sinistra europea. «Nicoletta Dosio, a cui va tutta la nostra stima e la nostra solidarietà, non solo non rispetterà gli arresti domiciliari continuando a fare attività contro la Tav, ma andrebbe premiata in quanto cittadina esemplare che si batte contro un enorme spreco di denaro pubblico per un’opera inutile e dannosa come la Tav in Val di Susa – aggiunge Ferrero -. La repressione di Scelba e di Tambroni non ha fermato il cammino del movimento operaio e della sinistra in Italia: la repressione del movimento non fermerà la battaglia per un’Italia più giusta e rispettosa dell’ambiente come dei diritti dei cittadini. Questa mattina ne abbiamo avuto una prova. Come diceva don Milani ‘l’obbedienza non è una virtù’ e solo la disobbedienza a leggi ingiuste può permettere di uscire dal pantano in cui l’Italia è stata infilata da governanti succubi dei poteri forti»

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1 commento

  1. Irene

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