No Tav, la sentenza feroce che vorrebbe riscrivere la storia

38 condanne al maxi processo d’appello contro i No Tav. Il procuratore vorrebbe riscrivere la storia ma la storia la fanno i movimenti popolari

di Checchino Antonini

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“Giù le mani dalla Valsusa”, la sera di Torino si riempie delle urla di rabbia degli attivisti No Tav a pochi minuti dalla sentenza feroce al termine dell’appello del maxiprocesso per le manifestazioni del 27 gugno e 3 luglio del 2011. Sono più di cento i manifestanti che hanno atteso la sentenza al Palagiustizia di Torino e dopo la lettura del dispositivo hanno dato vita ad un corteo spontaneo che grida “Libertà” per le strade intorno al tribunale torinese verso piazza Statuto e poi fino a Porta Susa. Tra loro, di nuovo evasa, Nicoletta Dosio. L’appello si è chiuso con 38 condanne con pene che vanno dai 6 mesi ai oltre 4 anni e 6 mesi, alle quali si aggravano le provvisionali economiche. Si attenuano così alcune pene ma la legge mira al portafoglio degli imputati. In primo grado erano state condannate 47 persone per un totale complessivo di 140 anni di carcere. La Corte ha ridotto e rideterminato le pene concedendo a tutti gli imputati le attenuanti generiche. Pene comunque abnormi e ingiuste, tutte nella logica del processo politico a un movimento popolare, di massa, che è il più longevo e costante tra quelli in azione in Italia.

«Un movimento popolare che ha saputo da sempre rispedire al mittente ogni forma di accusa, politica o giudiziaria, di cui è stato fatto oggetto – scrive il sito del movimento – anche oggi il Procuratore generale ha provato a riscrivere la storia e le giornate di lotta del 27 giugno e del 3 di luglio del 2011 che hanno visto migliaia di notav, sgomberati prima dalla Maddalena e poi tutti insieme adoperatisi nell’assedio di quello che poi è divenuta l’enorme zona rossa con al centro il cantiere tav». Viene denunciata la «requisitoria tutta politica che ha proseguito sulla strada aperta e battuta con astio dall’allora procuratore Giancarlo Caselli. Vi sono innumerevoli mostruosità non solo etiche ma anche e sopratutto giudiziarie con: imputati riconosciuti nello stesso momento in due posti completamente diversi, prove frammentarie e il tentativo di coprire tutto con un mega-concorso morale.

E’ un processo politico (nonostante a volte tentino di far passare i notav come delinquenti inclini alla violenza senza motivo), non vi è ombra di dubbio, lo dimostra il dibattito in aula con le esortazioni del procuratore ai giudici a giudicare con fermezza secondo una logica tutta politica di questi fatti, mascherata da episodi singoli (persino mal verificati)».

Ecco uno stralcio dell’intervento del procuratore, trascritta dal sito tg maddalena:

“Non passeranno alla storia questi soggetti, se ne dimenticheranno presto perché  (…) hanno del disordine, dell’aggressione, fatto un sistema che gira per l’Italia, per l’Europa ma che non ha nulla a che vedere con la protesta. Se non facessimo così, se il giudice non affermasse che il comportarsi in questo modo, al di là dei singoli episodi, farebbe avvicinare pericolosamente questo stato ai livelli delle FARC … non voglio che accada mai in questo paese, dove la libertà di manifestare è consacrata nella costituzione (…) anche lo Stato ha diritto alla sua sfera di libertà e di azione che può essere contrastata con tutti i mezzi possibili immaginabili  ma non con la violenza”.

«Dicendo che questi soggetti saranno dimenticati dalla storia – risponde Giuseppe Pelazza, uno degli avvocati difensori – che sono gruppuscoli privi di valenza politica e insignificanti, il PG chiede un anatema nei loro confronti, chiede che voi siate giudici conflittuali, ma voi siete giudici in una società nella quale il conflitto esiste o per lo meno dovrebbe esistere, perché ricordo che il conflitto fa parte della storia, là dove il conflitto non c’è più siamo di fronte a modelli sociali che fanno paura, dall’89 in poi quando il conflitto è cessato siamo entrati nel periodo della società della guerra».

Ci accompagna da un po’ l’ultimo libro di Wu Ming1 (Un viaggio che non promettiamo breve) che racconta quella storia che i giudici di Torino vorrebbero mistificare, deformare, piegare. Eccone un’altra pagina:

Il movimento aveva respirato forte e il 3 luglio 2011, una domenica, aveva cinto d’assedio la Maddalena. Tre adunate per convergere sul non-ancora-cantiere, fiumi di gente dal forte di Exilles, dal campo sportivo di Giaglione e dalla Ramats, e un quarto dalla stazione di Chiomonte, dove il treno arrivava stracolmo, una corsa dopo l’altra.

I No Tav avevano consigliato a tutti di procurarsi acqua e cibo, scarpe comode per camminare almeno 5-6 chilometri, protezione per il sol e un sacchetto per riportare a casa i propri rifiuti. Il movimento ci teneva a dirlo: nei giorni della Libera Repubblica, per terra non si era vista una bottiglia di plastica.

Per tutto il giorno, decine di migliaia di persone, della valle e di altre parti d’Italia, avevano assediato le recinzioni, mettendo a dura prova i difensori in divisa, mentre il gas copriva ogni cosa e i candelotti volavano in cerca di facce da spaccare.

Roberto: – Io ero alla centrale elettrica, quando hanno iniziato coi lacrimogeni sono tornato per un po’ dall’altra parte del ponte, e da si vedevano due poliziotti – o carabinieri – appostati alle finestre del piano alto della centrale, per essere più alti delle recinzioni e poter sparare a tiro teso.

Mani di poliziotti avevano lanciato pietre, e manganelli impugnati al contrario erano discesi, insieme a calci e pugni,su chi era già a terra, e intanto le madame incitavano ad avanzare, e non c’era divisione tra cattivi e buoni, violenti e pacifici, valligiani e venuti da fuori… Tanti, nei giorni a seguire, avevano raccontato la scomparsa dei nomi separatori. Su Luna Nuova, Massimiliano Borgia aveva descritto scene d’intesa e solidarieta` tra abitanti del luogo e antagonisti, questi ultimi con la tipica attrezzatura da corteo:

[…] le maschere antigas, quelle professionali da verniciatore a spruzzo o addetto alla rimozione dell’amianto, che proteggono vie respiratorie e occhi; le stesse che usano polizia e carabinieri. E dagli zainetti saltano fuori bottigliette d’acqua torbida, biancastra. E’ acqua piena di Maalox, l’antiacido che si prende per digerire, che passato sugli occhi riduce l’effetto dei lacrimogeni.

E poi i limoni. Tutti hanno limoni nello zaino e in tasca, ma ci sono due ragazze che ne stanno preparando una borsa-frigo piena. La porteranno nei boschi e continueranno a distribuirli come buone vivandiere. E alla fine il castagneto sara` letteralmente disseminato di questi frutti mediterranei […]. I limoni si sfregano sugli occhi e leniscono i bruciore del gas Cs. Poi gli esperti guastatori indossano guanti per non farsi venire le vesciche e maneggiare i lacrimogeni che scottano, alcuni hanno guanti con protezioni rigide […]. La gente della Ramats non sembra avere paura. Li vede giovani con facce da studenti. Qualcuno si ferma a parlare. C’e` anche un anziano che li incoraggia e un vecchio cacciatore che gli spiega i sentieri […]. Una signora esce dal garage con un pacco di guanti da lavoro. Non sa bene cosa vuole fare quella gente strana, ma è evidente che gli sono simpatici perché distribuisce guanti di pelle a tutti.



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2 Commenti

  1. gabriele

    Lo sapete che vuol dire avere per mesi e mesi un corteo fisso davanti, sopra, sotto, intorno casa? Io si e prima di generare caos qualunque siano le ragioni bisogna riflettere.

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