Bsa, la rete solidale che non lascia solo il cratere

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Reportage dalle zone terremotate dell’appennino del Centro Italia dove lavorano i militanti delle Brigate di solidarietà attiva

da Amatrice e dintorni, Checchino Antonini

 

Il campo delle Bsa di Norcia dopo la nevicata dell'Epifania Il campo delle Bsa di Norcia dopo la nevicata dell’Epifania

«C’è chi arriva in elicottero, rilascia interviste e se ne va. C’è chi parla del terremoto, ma non si è mai staccato dal monitor del suo PC. Poi ci siamo noi: le foto che vedete sono state scattate ieri sera, nel pieno della bufera di neve. Nella prima vedete il nostro dormitorio, a Norcia; nella seconda la nostra struttura ad Amatrice. Queste tende non sono vuote: ci sono, ancora oggi, a quasi 5 mesi dalle prime scosse, i volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva. Ci siamo noi, e non ce ne andremo finché capiremo di essere utili ai cittadini. Dal popolo, per il popolo. Avanti Brigate!».

No, non è il racconto rituale di un natale fra le macerie. E nemmeno una delle mille storie possibili di volontariato e altruismo. E’ una costellazione di storie di autorganizzazione, resistenza e militanza, quella delle Brigate di solidarietà attiva. «Contro un mondo che ci vorrebbe tutti individui in lotta tra di loro per la sopravvivenza, facciamo vivere la forza della solidarietà», ripete Giuseppe Grimolizi, pescarese, papà fra meno di un mese, ma che gira dal 24 agosto per le montagne del Centro Italia a cavallo tra Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo. Lì dove la terra ha tremato violentemente, facendo strage di vite e di vissuti. Trentott’anni, insegnante negli istituti tecnici, è uno dei promotori delle Bsa, nate a L’Aquila nel 2009 e cresciute nel sisma emiliano del 2012, prima ancora nell’alluvione di Genova e nella masseria di Nardò dove partì il primo sciopero dal basso dei braccianti schiavi della filiera dell’”oro rosso”.

Colli del Tronto, ai bordi orientali del cratere. Il magazzino delle Bsa era una pizzeria nella piazza della chiesa, all’ombra di un campanile scarnificato dalle scosse. In paese c’è un altro magazzino e un antico convento restaurato funziona da ostello per gli attivisti che si avvicendano a decine da quattro mesi. Il locale trabocca di viveri, panni, giocattoli e altri materiali pronti per essere smistati dalle “staffette rosse” nei paesi dove si resiste a tutto: al freddo, alla paura, al governo che vorrebbe tutti sulla costa secondo un modello che soccorre i singoli ma uccide le comunità perché troppo spesso è funzionale agli appetiti della ricostruzione. L’iconografia dei volantini e gli slogan (Dal popolo per il popolo; Uniti siamo tutto, da soli siam canaglia) rivelano il debito delle Bsa con la storia del mutuo soccorso degli albori del movimento operaio.

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«Non vogliamo fare la fine degli aquilani ci sentiamo dire dalla fine di agosto dalle persone scaraventate dal sisma in una condizione di precarietà – dice Francesca Lozzi, giovane medico originaria di Offida – con le ultime scosse gli sfollati si sono moltiplicati e la parola d’ordine è diventata categorica: evacuare, tutti al mare. Si sono viste scene di anziani in fila con una busta di cose per salire su corriere dove sarebbero stati chiusi per ore fino alla sistemazione in qualche albergo sulla costa lontanissimo dai loro luoghi».

La macchina della staffetta aggira da sud il Monte Ascensione, riconoscibile dalla Salaria per il suo profilo dantesco; nella Gola dell’Infernaccio, il sisma ha creato un lago che prima non c’era. I borghi distrutti sfregiano un territorio incantevole. Peppe e Verusca Citeroni, originaria di Offida, indicano case inagibili e mucchi di macerie che una volta erano paesi con storie antichissime. In molti di questi luoghi si è dipanato l’impegno delle Bsa che hanno montato cucine, allestito magazzini, installato sportelli informativi per spiegare ai cittadini le ordinanze e i diritti. La strada e la campagna sono gelate. Mezzi militari e della polizia controllano gli accessi ai paesi fantasma.

Guido Ianni, vice sindaco a Roccafluvione, ha visto le brigate in azione ad Acquasanta e ha deciso di coinvolgerle nella gestione degli aiuti che arrivavano da tutta Italia. Con i ragazzi locali di “Emergenza Terremoto”, le brigate – che ancora gestiscono un magazzino per i 200 sfollati – hanno curato l’allestimento delle brandine nel palasport che ha funzionato fino a dicembre. «Stiamo cercando di far rientrare il maggior numero di persone nelle case agibili per non spopolare del tutto il paese – racconta Ianni – abbiamo chiesto container per le aziende agricole e sarà cruciale il supporto delle Bsa. Per ora siamo riusciti a evitare i container collettivi. L’autorganizzazione è uno strumento utilissimo e più preciso della centralizzazione».

Una versione di questo articolo è uscita in edicola nel n.ro 53/2015 del settimanale Left Una versione di questo articolo è uscita in edicola nel n.ro 53/2015 del settimanale Left, con le foto di Davide Molajoli

«Se chi sta sulla costa vive nel senso di colpa di aver abbandonato i propri luoghi – continua Verusca – chi resta in paese è ormai sfibrato dallo sciame sismico e dalla precarietà». E sulle popolazioni ormai stremate è calata l’idea di container collettivi, moduli da tre posti dove aspettare le casette promesse per la primavera. Ma hanno bagni e cucine all’esterno, sono scomodi e spezzano i nuclei familiari. «Sembrano alloggi da cantiere, e forse è proprio così. Serviranno più dopo, nella ricostruzione, che ora. Infatti, quasi nessuno ha fatto domanda per questi container – spiega ancora Peppe – fin dall’inizio anche noi abbiamo chiesto moduli di transizione, ma su misura delle esigenze delle famiglie, perché tende e roulotte non sono adatte per l’inverno sull’appennino». Le Bsa appoggiano la resistenza delle comunità, delle piccole aziende agricole di alta montagna, l’opposizione ai container collettivi e provano a favorire le esperienze di autorganizzazione. Finora hanno distribuito una quarantina di roulotte alle famiglie con anziani o con bambini disabili sparse nel cratere.

Le staffette rosse si occupano anche della filiera antisismica (vedi riquadro) e curano lo scambio di materiali fra i paesi in un territorio complicato.  «Magari non è subito evidente, ma il terremoto è una questione per poveri», spiega Verusca Citeroni, che si occupa di agricoltura e alimentazione biologica, e cura per le Bsa il progetto di Filiera antisismica. A resistere sono soprattutto gli allevatori e i contadini per questo, dopo un’attenta ricognizione, abbiamo deciso di sostenere le piccole aziende che operavano in un mercato locale che non esiste più. «Ci chiedono di non essere abbandonati dopo questa prima fase. Pensa che all’inizio avevano progettato di deportare anche le bestie, di costruire in pianura gigantesche stalle collettive».

La sfida delle Bsa è quella di mettere insieme prodotti e produttori e costruire uno sbocco di mercato sicuro in relazione con altri consumatori organizzati: i Gap, gruppi di acquisto popolari, e i Gas, gruppi di acquisto solidali. Il “Paniere” della filiera antisismica viene fuori dopo una selezione rigorosa sulla base di requisiti di qualità ed etici: «Siamo attenti alle dimensioni delle aziende, alla regolarità delle assunzioni, alla qualità delle lavorazioni».

E’ così che nasce il rapporto con decine di piccole e piccolissime aziende, ad esempio con i contadini di Casale Nibbi o i birrai di Alta quota che, a loro volta, hanno altre relazioni virtuose: una cooperativa sociale ricicla palets per costruire le cassettine della birra e un gruppo di lavoratrici cassintegrate si sono messe a produrre ciambelle. Al Casale Nibbi (mele, ciliege, formaggi) gli unici clienti “locali” sembrano essere i vigili urbani di Roma o Milano, in missione ad Amatrice, oppure i pompieri e i soldati del Genio. Anche grazie alla filiera solidale, quest’azienda potrà ristrutturare il caseificio danneggiato dal sisma e continuare a operare. Mariagrazia, la più giovane di una famiglia presente da cinque generazioni nella fattoria, è tornata da Vienna (dove studiava management aziendale) per collaborare all’allevamento delle mucche e alla produzione di formaggi.

 

 

Acquasanta Terme ha meno di 3mila abitanti disseminati per oltre trenta frazioni. Proprio le frazioni, spesso, hanno pagato il prezzo più alto, senza aiuti per giorni, con strade bloccate da frane. Due giorni dopo il sisma di agosto le brigate erano già qui con una cucina per 150 persone, uno spazio popolare e le staffette. «Poi ci hanno chiamato per iniziare progetti in altri paesi. Nelle nostre ricognizioni abbiamo incontrato sindaci e popolazioni diffidenti con la protezione civile. Abbiamo imparato a essere pratici, utili, solidali». A Ussita, nel maceratese, dove duemila anni fa si rifugiò una tribù sannitica, i superstiti del primo terremoto avevano trovato rifugio nei bungalow del villaggio turistico. La protezione civile non saliva in paese. Sono state le Bsa a portare viveri e vestiti per bambini fino alle scosse di fine ottobre che hanno fatto scappare tutti. Ora la relazione continua durante le assemblee popolari che, spesso, si svolgono negli alberghi dove in molti provano a sottrarsi alla condizione di ‘”ospedalizzazione”.

Ad Arquata del Tronto, il municipio è un container di 6×2,70 metri. Le Bsa stanno lavorando per sostituirlo con una casa di legno di cento metriquadri, con la cucina e gli spazi per potersi riunire.«Sarà uno spazio a disposizione delle associazioni vecchie e nuove – spiega Andrea Paci, capogruppo di maggioranza, 36 anni, direttore delle poste – le Bsa ci hanno dato una mano nei primi momenti, con informazioni alla popolazione e materiali. Non avevamo nemmeno un bar rimasto in piedi, però resistevamo alle pressioni di chi avrebbe voluto portarci al mare. Le Bsa ci hanno chiesto di cosa avessimo bisogno e così è nata l’idea della casa di legno. Stiamo cercando di restringere la zona rossa per trovare spazi per la ricostruzione, qui bisognerà prima demolire e poi ricostruire». Anche a Pieve Torina, sul versante maceratese, e Tolentino, i comuni sono stati contrari ai container collettivi, così – vincendo le pressioni della burocrazia della Regione – si è deciso di utilizzare il Cas (contributo per l’autonoma sistemazione) per allestire dei container davanti alle case inagibili.  

Pescara del Tronto è un ammasso di macerie con carcasse di automobili che paiono sospese nel vuoto mentre la collina sta scivolando in basso, sulla consolare. A Fiastra, più a nord, sempre sui Sibillini, chi è restato, quando piove, non può che chiudersi in macchina. «Qui le brigate hanno consegnato un container che ha funzionato da magazzino già per gli aiuti che arrivavano i primi giorni, le stesse Bsa hanno collaborato anche con la cucina da campo dei carabinieri, hanno promosso un’assemblea sulla costa per informare la gente dei propri diritti e hanno collaborato alla nascita della nostra associazione», dice Livia D’Andrea, 44 anni, precaria al centro per l’impiego di Macerata, presidente dell’associazione “RicostruiAmo Fiastra”. Anche a Gagliole, finché c’è stata gente, ha funzionato una cucina popolare.

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Spacci, magazzini e spazi sono riforniti grazie alle donazioni o agli eventi benefit che vengono organizzati in ogni parte d’Italia, e perfino a Marsiglia e Barcellona coinvolgendo associazionismo, centri sociali, partiti (il primo impulso alle Bsa venne proprio da Rifondazione comunista). A Fermo, dove c’è l’altro magazzino principale, gestito con l’associazione Casa comune, sono stati i rifugiati presenti in città a promuoverne uno. Il 3 gennaio i lavoratori e le lavoratrici della Whirlpool sono arrivati nel magazzino di Fermo portando molti aiuti da distribuire. «Piccola curiosità – spiegano le Rsu Whirlpool – nei locali dove oggi operano i volontari, nella seconda guerra mondiale è stato un campo di prigionia». Le Bsa fanno anche questo: riappropriarsi degli spazi e costruire per loro un significato diverso.

La prima raccolta, avviata il 26 agosto, è durata solo tre giorni, «una spinta alla solidarietà autorganizzata così forte e capillare che ci lasciò di stucco e quasi ci travolse. Chiudemmo la raccolta per eccesso di beni e con quelli siamo riusciti ad andare avanti, a garantire continuità nel sostegno alla popolazione, nonostante la seconda e poi la terza scossa e l’impennata impressionate del numero delle persone bisognose di aiuto in una situazione in cui l’aiuto dello Stato già stava finendo: il Governo e il commissario Errani avevano già smobilitato tutto, dai campi ai magazzini ai punti di raccolta, troppo persi dietro i tempi burocratici per poter anche solo notare le esigenze reali delle persone e, terza scossa o meno, ritenevano finito il momento acuto di necessità». Ora le Bsa hanno rilanciato la raccolta: occorrerà stare nelle zone colpite ancora per mesi, l’emergenza non è assolutamente finita. Sulla pagina fb le istruzioni per la raccolta dei beni specifici, perché nulla vada sprecato,

«Non siamo la Caritas rossa», insistono gli attivisti. Le brigate sono una pratica che vive grazie a una rete di energie e movimenti e, pur avendo una fisionomia giuridica – sono una federazione di associazioni – non si sono mai volute accreditare presso il circuito della protezione civile con cui comunque collaborano. «Sabato 10 dicembre la richiesta più surreale: il cuoco della protezione civile di Amatrice ci ha chiesto pasta e pelati perché li avrebbero riforniti solo il venerdì successivo. Com’è possibile che una mensa per i terremotati resti una settimana senza pasta?».

Ad Amatrice, vietato fotografare il genio pontieri che allestisce lo spazio per i controversi containers. Più in alto, accanto alle scuole in legno donate dal Trentino, è in costruzione l’area per i ristoranti, una struttura che non convince, però, gli addetti ai lavori. Lo spazio sociale delle Bsa è spuntato accanto ai container del ’79, quando un altro terremoto scosse la Val Nerina. Il tendone è stato donato da un’azienda dell’astigiano che nel ’94 fu ricostruita proprio dai volontari accorsi in Piemonte per l’alluvione. Anche i quattro furgoni sono stati donati: da alcuni attivisti di Ponsacco, dai lavoratori Cerve di Parma, da Chef Rubio e dall’editore Zanichelli. Il tendone diventerà una struttura di legno a disposizione di “Amatrice 2.0 Il sole dopo la tempesta”. Quando arriviamo sta per iniziare un’assemblea popolare sulla permacultura, progettazione di insediamenti agricoli simili agli ecosistemi naturali, e quindi in grado di mantenersi autonomamente e di rinnovarsi con un basso impiego di energia. Nel tendone, i cittadini possono accedere alle schede Aedes (Agibilità e danno nell’emergenza sismica) sistemate in ordine alfabetico prima ancora che riuscisse a farlo l’Amministrazione. Si monitora la situazione lavorativa. Lucia Allegra, che sale e scende da Rieti per lavorare nello Spazio sociale: «Dopo il 30 ottobre la situazione è ulteriormente precipitata, alcune persone mostrano gli effetti di una sorta di “sindrome da accumulo”, prendono anche ciò che non gli serve tanta è la paura di ritrovarsi senza niente».

Norcia la vita è “scivolata” dal centro storico nella zona industriale, in pianura. Nella valle, gli unici segnali di normalità sembrano essere i cacciatori che addestrano i cani nei boschi di faggi, querce e castagne. Dalla provincia di Siena, alcuni volontari scaricano brandine e materassi nello spazio solidale delle Bsa e dei “Montanari testoni”, neonata associazione locale. «Le diamo alle Bsa perché ci sembrano più vicine alle esigenze dirette», spiegano i ragazzi toscani, tutti attivi in collettivi giovanili di Chianciano, Acquaviva, Chiusi, Montepulciano. I primi ad arrivare qui sono stati i ragazzi della Palestra popolare di Perugia da tempo in relazione con le Bsa. «L’approccio non è semplice – riassume Peppe – ogni volta si parte da zero cercando di mettere a valore le relazioni con i movimenti e di stabilire un rapporto di fiducia con le popolazioni per ricostruire la loro autodeterminazione».

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