“Ciao tutti, saluti rossi”. Lettere di prigionieri dall’incubo dei carceri speciali

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In libreria “Visto censura”, progetto di Bebert edizioni sulla corrispondenza dei prigionieri politici degli anni 70 e 80. Un libro sul carcere, sugli “speciali”, dall’Asinara, a Palmi fino a Voghera

di Ercole Olmi

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La mia radio in questo carcere non me l’hanno consegnata perché ha la modulazione di frequenza, se trovate un transistor senza FM mi fate un favore. Ciao tutti Per il comunismo fino in fondo, Loris [Loris Tonino Paroli, Carcere di Viterbo, 18.04.1976]

 

“Dopo il 1974 l’illegalità diffusa e insurrezionale aumenta a macchia d’olio, grazie al contributo decisivo dell’area dell’Autonomia Operaia che, in parte, convoglia le energie dei gruppi extraparlamentari in dissoluzione. In questa fase, l’esperienza della violenza nella lotta politica si situa spesso sul crinale tra estemporaneità e pianificazione. A provarlo è la miriade di gruppuscoli armati che nascono, fluttuano, si sciolgono o entrano nelle organizzazioni maggiori, principalmente Brigate Rosse o Prima Linea, la quale si distingue per una visione ideologica e una pratica della lotta armata più movimentiste e libertarie. Se, quindi, le statistiche parlano di un numero di sigle che varia tra le 78 e le 125, sembra più prudente attestarsi su un totale di 24 organizzazioni maggiori effettivamente attive tra il 1969 ed il 1989, come individuato dal Progetto memoria. I numeri della partecipazione rimangono impressionanti, nonostante i risultati discordanti che caratterizzano i vari studi e l’assenza di elaborazioni ufficiali: si passa dai 1138 inquisiti individuati da Della Porta a fenomeno in corso, ai 4087 del Progetto memoria mentre altre stime arrivano fino a 20000 inquisiti e 6000 “.

E’ quello che scrive Lorenzo De Sabbata, nella sua “Breve storia della lotta armata in Italia”, pubblicata in Visto censura. Lettere di prigionieri politici in Italia (1975-1986), in uscita il 10 febbraio per la collana Niandra di Bébert Edizioni, raccoglie la corrispondenza inedita di prigionieri politici, in prevalenza aderenti alle Brigate Rosse. Sette documenti e 79 lettere da una molteplicità di voci, alcune delle quali testimoniano più di vent’anni di detenzione.

Pensato come uno strumento di pensiero critico, ma anche e soprattutto come un libro sul carcere, sugli “speciali” (Asinara, Palmi e Voghera) e sulle condizioni detentive di quel momento storico, Visto censura si pone l’obiettivo di analizzare un periodo che si è spesso voluto semplificare, trascurando le sfumature e procedendo a tentoni tra dietrologia e gossip giornalistico.

La complessità storica, le norme giuridiche e la condizione del corpo delle donne in carcere racchiusa nelle lettere richiedevano di essere approfondite. Per questo il libro è introdotto da tre saggi concepiti come necessario strumento di lettura. Lorenzo De Sabbata (dottorando presso il Centre deRecherche Historique de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi) si è occupato di una contestualizzazione storica del fenomeno della lotta armata. Simone Santorso (docente di Criminologia presso l’Università di Hull,UK) ha descritto l’evoluzione del sistema carcerario con un focus sulle carceri speciali. Giulia Fabini (dottore di ricerca in Law and Society presso l’Università degli Studi di Milano e collaboratrice in Criminologia presso l’Università di Bologna) ha esplorato la sfaccettata e finora poco indagata questione del corpo della donna detenuta:

“Con la repressione contro la lotta armata in Italia di fatto si operò il trasferimento forzato dalla società libera al dentro carcerario di una effervescenza politica organizzata e ancora attiva: centinaia e centinaia di soggetti politicizzati che, dall’interno, non smisero di mettere in atto lotte, rivendicazioni e produzioni teoriche che da quel momento ebbero ad oggetto proprio il carcerario. In particolare per le donne detenute la carcerazione delle “politiche” ha un valore storico di alto rilievo, in quanto alla fine degli anni Sessanta si ha per la prima volta l’entrata di un gran numero di soggetti politicizzati nel circuito della detenzione femminile1 e la creazione dei primi collettivi di donne recluse.

È anche la prima volta in cui si produce l’incontro tra “politiche” e “comuni”, con tutte le difficoltà del caso, ma anche con le possibilità di cambiamento e di contagio che da questo momento si mettono in atto2 . Saranno le donne della lotta armata le prime a mettere in crisi il sistema di detenzione femminile fino ad allora basato su un modello “familiare” di gestione della detenuta, dove il reato compiuto da una donna era visto soprattutto come atto di amoralità e colei che lo commetteva poteva essere “riabilitata” sempre, soprattutto attraverso la preghiera come atto di disciplina e pentimento imposto dalle suore3 . Le lettere delle detenute politiche dal carcere costituiscono un’importante finestra sulle problematiche specifiche della condizione della donna detenuta e sono anche una testimonianza dell’inizio di una resistenza al particolare tipo di violenza proprio di queste strutture”.

Continuiamo a leggere De Sabbata:

“Parallelamente, la controffensiva dello Stato aumenta di vigore e l’“emergenza antiterrorismo” si articola da un punto di vista penitenziario, legislativo e giudiziario: la creazione delle carceri speciali di massima sicurezza e la progressiva applicazione dell’articolo 90 si coniugano con l’approvazione, nel 1980, della cosiddetta “legge Cossiga” che introduce sconti di pena per i collaboratori di giustizia e aggravanti specifiche per i condannati, in una “sostanziale restrizione dei diritti individuali e delle garanzie costituzionali anche sul piano processuale”. Questo clima plumbeo spinge alcuni gruppi di prigionieri politici a rifiutare la dicotomia pentitismo/continuazione della lotta, riconoscendosi in un’idea di “desistenza”, che coniughi distacco dalla violenza e rifiuto della collaborazione”.

«Gli anni compresi tra il 1975 e il 1987 sono stati di particolare rilevanza, sia per le trasformazioni del sistema penal-penitenziario, sia per la repressione dei movimenti e delle organizzazioni armate. In tale arco temporale si assiste ad un ampliamento del potere coercitivo delle polizie nella gestione dell’ordine pubblico, facendo leva ancora una volta sulla dichiarazione dello stato di emergenza e sul principio di eccezione; tale processo dà avvio ad una radicale e profonda trasformazione del sistema carcerario italiano, alternando coercizione e violenza fisica a meccanismi di disciplinamento “morbidi”», si legge nel saggio di Simone Santorso rispetto al periodo che vide la promulgazione della famigerata Legge Reale (che prevedeva la possibilità di eseguire arresti preventivi, con un fermo di 96 ore in carcere, anche solo quando esistesse il “pericolo” di fuga o il sospetto che l’indagato potesse fare uso di violenza di varia natura. Mentre l’articolo 14 ampliò i casi in cui la polizia poteva legittimamente ricorrere all’uso di armi da fuoco. Di fatto all’agente era consentito sparare non solo quando “costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’autorità”, ma più ampiamente “per impedire delitti di strage, naufragio, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata, sequestro di persona”), l’istituzione delle carceri speciali, gestite dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa  (gergalmente definito “circuito dei camosci”), e i cosiddetti decreti Cossiga.

Ricorda Santorso: «Tra il 18 e il 26 luglio 1977, sospese le traduzioni ordinarie, più di un migliaio di detenuti furono prelevati dalle carceri da centinaia di carabinieri e trasportati in cinque istituti di massima sicurezza, cioè le case di reclusione di Cuneo, Fossombrone, Trani, Favignana e Asinara. L’anno successivo a queste strutture si aggiunsero Novara e Termini Imerese, la casa circondariale di Nuoro (Badu ’e Carros), la diramazione Agrippa della casa di reclusione di Pianosa e successivamente Palmi e Ascoli Piceno, oltre alle carceri speciali femminili di Messina, Latina e Pisa7 . Alla fine del 1980 le persone rinchiuse nel circuito dei camosci erano circa 35008. La lista stilata dal Generale Dalla Chiesa prevedeva non solo detenuti politici, sia di sinistra che neofascisti, ma anche appartenenti alla criminalità organizzata, oltre a individui ritenuti particolarmente pericolosi, sia in relazione ai delitti loro attribuiti, sia in relazione al comportamento carcerario.

Di fatto la creazione delle carceri di massima sicurezza (dette anche “speciali”) non fu disposta solamente per i detenuti politici, tuttavia nella prassi essi divennero il gruppo di reclusi più numeroso (…) La necessità di “pacificare” le carceri reprimendo e fermando le forme e i meccanismi di politicizzazione dei detenuti (scioperi, occupazioni, rivolte ecc.) e riducendo gli episodi di evasioni, marcò l’inizio di una nuova fase del sistema carcerario italiano. Innanzitutto le carceri speciali si caratterizzavano per la loro struttura: avevano un doppio muro di cinta, doppie sbarre alle finestre, celle prevalentemente singole o con un massimo di due-tre reclusi per stanza e un numero equivalente di agenti e detenuti. La rigidità delle strutture indubbiamente condizionò la vivibilità degli ambienti, all’elemento architettonico furono aggiunti sistemi di sorveglianza particolarmente intensi che ad esempio prevedevano la visibilità del detenuto 24 ore su 24, oltre a forme di sorveglianza esterna organizzate in ronde gestite dall’Arma dei Carabinieri».

 

 

 

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Il lavoro di ricerca è stato curato dalla redazione di Bébert Edizioni: dalla lettura delle lettere provenienti da fondi privati, passando per la riscrittura, fino alla catalogazione e al riordino all’interno delle quattro sezioni di questo volume: Affettività, Carcere, Politica e Documenti, anche questi ultimi inediti.

Per facilitare la lettura, il libro è infine corredato di un piccolo Glossario contenente le principali organizzazioni politiche, il lessico giuridico e carcerario presenti nel testo.

Il progetto è quello di dare voce alla complessità e alle contraddizioni di un’esperienza storica, creando un archivio di narrazioni e documenti che ne svelano la dimensione personale e umana. Per questo è stato scelto che a parlare fossero direttamente i protagonisti, che attraversano scioperi della fame, rivolte, riflessioni politiche, rapporti affettivi dentro e fuori dal carcere.

Questo libro è nato anche grazie alla collaborazione con Vincenzo Solli, animatore della rivista Soffione Bora (Lu) Cifero che, tra gli anni ’70 e ’80, raccoglieva componimenti dei detenuti. Senza la sua corrispondenza ostinata con i reclusi, Visto censura non sarebbe stato possibile.

In anteprima una delle lettere contenute nel volume:

Ciao bella gente di periferia! Come va nel vostro universo? Qui implode (come sempre) mentre esplode il mio cervello… oggi… in un pomeriggio che sembra un inno alla vita. Così la ferita riprende a sanguinare senza sosta ed io cerco di suturarla galoppando con la fantasia in spazi ideali. Poco di nuovo sotto questo cielo… per fortuna che c’è l’altra metà che ne compensa in parte il peso della sporca catena. Sono assetato di sole, e quel figlio di puttana che progettò questo monumento all’infamia, fece in modo che il nostro amato sole, mai batta sulla mia finestra e su quella di molta povera gente.

Hai ragione dolce G. i miei silenzi sono urli sussurrati. Tacendo a volte si dice più che parlando. Sono le mie contraddizioni queste e non sempre sono capace di trasmettere come vorrei. A volte, come nei segreti di un fanciullo, mi rifugio nella mia tana… interiore poi squarcio il muro e penso a quanto siamo stupidi (noi esseri intelligenti) noi che se avessimo più coscienza, ci renderemmo conto di quanto breve è la vita che viviamo, e non parlo di una vita qualunque, ma di quella che nel corso della nostra esistenza si può contare in istanti, forse in ore… chissà…

Caro Vincè, tu/voi a modo vostro vivete un angolino di comunismo… voi non siete isola e anche se lo foste, avete avuto la capacità di gettare un ponte tra voi ed altri vicini e lontani. Sono contento che andiate a trovare la [omissis] e ho confidato ciò che ho raccontato a voi sul periodo del partigianato. Pensate che una volta la partigiana [omissis] fu catturata dai nazisti e ovviamente subì un pesante interrogatorio. Per sua fortuna il comando partigiano aveva un tenente tedesco prigioniero e così, dopo lo scambio, lei tornò sulle montagne. E che dire di quella volta che era inseguita dai fascisti, mentre operava un collegamento come staffetta con la brigata?! L’avevano quasi acchiappata ma si salvò grazie ai covoni di fieno di una piccola capanna e nonostante la perquisizione dei nemici (che le sfiorarono i capelli con un piede) riuscì a trattenere il respiro, mentre teneva la pistola con l’ultima pallottola vicino alla tempia. Cadere nelle loro mani significava tortura e morte. Io amo molto questa donna e, credetemi, ne ho conosciute poche come lei, di quella stoffa, alquanto rare. Ciao belli a presto con amore, Nuccio [Agrippino Costa , Fossombrone, 26.01.1983]

 

Visto censura.
Lettere di prigionieri politici in Italia (1975-1986)

Bébert Edizioni

Venerdì 10 febbraio
Vag61
via Paolo Fabbri 110, Bologna

Dalle ore 19 aperitivo
Ore 21 presentazione del libro con i curatori (Bébert Edizioni) e Giulia Fabini, autrice del saggio introduttivo “Corpo di donna e carceri speciali: non un discorso a margine”.
A seguire proiezione del documentario “Donne e uomini delle Brigate Rosse”
https://www.openddb.it/film/donne-e-uomini-delle-brigate-rosse/

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