I nodi da sciogliere per la Rifondazione Comunista

Appunti sparsi sul congresso di Rifondazione al via oggi a Spoleto. Domenica l’elezione del nuovo segretario

di Franco Turigliatto*

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Si svolge in questi giorni il congresso nazionale di Rifondazione comunista. Al di là del significativo ridimensionamento numerico subito da questo partito, rimane la forza della sinistra con il maggior numero di militanti, molte volte generosamente impegnati in difficili iniziative sociali e battaglie politiche. E’ un merito aver retto all’impegno politico di fronte alle sconfitte movimento dei lavoratori e ai troppi errori compiuti dal partito stesso e dalle forze della sinistra più in generale.

Una dialettica congressuale che va oltre i due documenti

Il dibattito congressuale presenta due documenti contrapposti; in realtà la dialettica politica interna al partito è assai più complessa; i corposi emendamenti presentati da alcuni compagni all’organico e ben costruito documento 1, esprimono una lettura e un approccio complessivamente assai diversi dal testo base, nei fatti una diversa linea politica.

Anche il secondo documento è attraversato da due sensibilità sovrapposte, una “identitaria”, l’altra “libertaria” che si esprimono e sovrappongono in diverse parti del testo: da una parte l’impostazione partitista forte di compagne e compagni che avevano già animato la mozione 3 del precedente congresso e dall’altra il contributo innovativo espresso dalla deputata europea Eleonora Forenza, che pone l’accento sul rinnovamento e sui movimenti sociali.

In entrambi i documenti viene data la necessaria attenzione al fenomeno e al ruolo dei migranti, ma che soprattutto valorizzano pienamente il movimento più importante e significativo che si è espresso in questo ultimi mesi in Italia e nel mondo, quello delle donne che ha dato vita a due grande giornate di mobilitazione e lotta, quella del 26 novembre 2016 e quella più recente dell’8 marzo.

Il primo documento rivendica la necessità del socialismo in alternativa al capitalismo e alla sua barbarie, rivendica quindi la capacità di Rifondazione di non essersi piegata ai venti dominanti, ma di aver continuato a difendere la prospettiva del comunismo e di aver unito la scelta netta dell’antistalinismo con l’ispirazione libertaria e democratica e la necessità della ricerca politica continua soprattutto per affrontare il tema della trasformazione sociale nei paesi a capitalismo avanzato.

Nello stesso tempo contesta l’ideologia borghese della “scarsità”, mettendo in luce il carattere contradditorio dello sviluppo delle forze produttive, la natura della crisi come crisi di sovraproduzione, rilevando che tutti questi elementi creano le condizioni materiali, ancor più di 100 anni fa, per la costruzione di una società socialista. L’individuazione delle responsabilità delle direzioni del movimento operaio (si parla genericamente di errori) resta pallida, incapace di comprendere il ruolo chiave che hanno giocato nella gestione diretta delle politiche di austerità. Non sono parte in causa, ma causa diretta delle sconfitte del movimento dei lavoratori.

Più volte nel testo, a partire dalla descrizione della fine del periodo keynesiano, si “rimpiange” che non sia stata data una risposta alla crisi capitalista nel senso di una socializzazione dell’economia. Ma chi doveva darla questa risposta? Le stesse classi borghesi? I riformisti? Un indistinto processo sociale espresso nella formula “dalla concorrenza alla cooperazione”? Difficile pensare che la socializzazione dell’economia non dipenda strettamente da un atto rivoluzionario della classe lavoratrice, una “presa del potere” che comporta lo scontro con gli assetti proprietari della borghesie e quindi del suo stato.

Il ruolo della Costituzione

Si confonde infatti, nel primo documento, l’importante battaglia per la difesa dei diritti democratici espressi dalla carta costituzionale e la vittoria ottenuta il 4 dicembre con l’assunzione in cielo della costituzione stessa, che diventerebbe nientemeno che il programma transitorio  per il socialismo. “Il costituzionalismo democratico che si è affermato nella seconda metà del ‘900, rappresenta per noi, il riferimento fondante di un programma di transizione”. E’ una buona costituzione democratica borghese (per altro già fortemente modificata nel tempo), ma è pur sempre la costituzione di una società e di uno stato capitalista che ha garantito per decenni il dominio della borghesia. Questa oggi vuole costituzioni ademocratiche, ma è una assurdo pensare di tornare agli anni 50.

Siamo di fronte alla riproposizione della linea delle democrazia progressiva elaborata dal PCI di Togliatti nel secondo dopoguerra, con risultati non certo eclatanti. Solo le grandi lotte degli anni 60 e 70 avrebbero messo in discussione il sistema.

Questa interpretazione della Costituzione non è solo della maggioranza del PCI, ma attraversa un po’ tutte le posizioni che si esprimono nel dibattito: un grosso punto di accordo strategico di tutte le anime del partito.

Il crocevia di dieci anni fa

Manca nella maggioranza del Prc un’analisi critica delle vicende concrete di Rifondazione e in particolare delle scelte operate dieci anni fa con il governo Prodi, che sono alla base della crisi profonda del partito che ne ha trasformato radicalmente la struttura politica e il suo impatto nella società: centomila iscritti o 15 mila iscritti significano due soggetti diversi.

Su questo tema alcune autocritiche generiche erano state fatte in precedenza e più recentemente il segretario aveva riconosciuto chiaramente il gravissimo errore compiuto con il governo Prodi: perché questo ripensamento non è stato ripreso nel testo? Ma ancor più, perché il segretario riconosce l’errore di dieci anni fa e nello stesso tempo difende, insieme a gran parte del partito, le scelte del governo Tsipras di gestire il terzo memorandum voltando le spalle alla vittoria dell’OXI del luglio del 2015. In realtà, pur nelle grandi differenze – il dramma italiano di dieci anni fa e la tragedia greca di oggi – c’è dietro una medesima impostazione politica riformista: l’incapacità e la non volontà nei momenti decisivi dello scontro di classe di operare le rotture necessarie con gli assetti capitalisti; un certo tipo di formazione politica spinge a non rompere le compatibilità borghesi e a ripiegare nella subordinazione alle politiche della borghesia.

L’interpretazione della vicenda greca da parte della direzione di Rifondazione e il sostegno che continua a dare a Tsipras, al di là dei propositi enunciati e del proclamarsi alternativi al PD non danno alcuna garanzia di coerenza politica; anzi c’è quasi la certezza che se si riproducessero avvenimenti simili si produrrebbero anche le stesse scelte fallimentari ed opportuniste. Occorre subito precisare che su questo terreno il secondo documento fornisce un’analisi diversa, assai critica di quella esperienza e delle politiche che il popolo greco subisce sotto il secondo governo Tsipras, esprimendo anzi un forte preoccupazione sulla dinamica politica che stanno portando la Sinistra Europea a ricercare nuove convergenze con la socialdemocrazia.

L’analisi internazionale: generica o non pervenuta

Sul Medio Oriente in particolare ci troviamo di fronte a una non analisi; le rivoluzione arabe sconfitte dalle diverse forze controrivoluzionarie (per altro non individuate adeguatamente) sono derubricate a “quelle che erano state definite le primavere arabe”: una formula deprimente che nasconde le persistenti analisi “campiste”. Inutile cercare qualche vaga denuncia del ruolo di un boia come Assad e della Russia.

Molto più compiuta è invece la parte dedicata alla crisi europea. La questione dell’Euro e dell’Ue è diventata centrale nel dibattito italiano. E’ centrale quindi anche per Rifondazione e non c’è da stupirsi che siano presenti diverse posizioni che si intersecano all’interno dei due schieramenti principali.

Nel dibattito italiano sono presenti tre posizioni; la posizione euroriformista che vuole un’Europa unita democratica e sociale, sperando di poter cambiare l’attuale Unione Europea: si riferiscono a questa posizione sia quelli che sinceramente si battono per una sua improbabile riforma sia quelli che la affermano a parole, ma che nei fatti hanno sostenuto e sostengono le scelte della governance capitalista europea.

La seconda posizione sostiene giustamente la irriformabilità dell’Unione Europea come strumento del capitalismo, arrivando però alla conclusione che la soluzione possa essere trovata ripiegando sullo stato nazionale e sul recupero della sovranità per cui  diventa centrale e prioritaria l’uscita dall’Euro.

La terza posizione è quella internazionalista e di classe che certo considera non riformabile la UE, ma mette al centro la lotta contro la politica di austerità e le classi dominanti, che contrappone all’Europa dei padroni, quella delle classi lavoratrici, che combina il lavoro per lo sviluppo delle lotte nazionali, con il coordinamento e l’unità al di sopra delle frontiere. La rottura può avvenire in un singolo paese, ma il progetto deve essere sempre quello di operare per una ricomposizione internazionale delle classi lavoratrici, senza il quale nessuna esperienza emancipatrice potrà avere successo.

Nel PRC le prime due posizioni si mescolano variamente; la direzione di Rifondazione sostiene la necessità di non obbedire ai trattati europei, ma molte volte il suo orientamento sembra ricadere dentro la concezione euroriformista; il suo sostegno a Tsipras confonde ancor più le carte in senso negativo.

E il sindacato?

E’ probabile che su questo terreno si andrebbe ad impattare anche con gli apparati sindacali conservatori. Nei vari contributi presenti nel dibattito sul tema del rapporto tra l’attività del partito e i sindacati viene avanzata  infine qualche critica alle direzioni sindacali. Dobbiamo dire che ci sembra ancora in misura minima e anche poco credibile vista la prassi del partito di subordinazione alle burocrazie della CGIL, nel primo documento; con più convinzione nel secondo e con molta forza nell’emendamento di Dino Greco.

Il soggetto politico

Qual è la proposta di soggetto politico, di partito che viene avanzata nei testi? Che tipo di forza politica manca nel paese e come costruirla? Rifondazione può considerarsi sufficiente?

Il vuoto che c’è in Italia di una sinistra di alternativa credibile così come la mancanza di processi sociali e politici come quelli che hanno portato alla formazione di Podemos nello stato spagnolo, sono evidente a tutti.

Così come dovrebbe essere chiaro che l’azione unitaria delle forze della sinistra per una mobilitazione di massa contro le politiche dell’austerità del governo e dell’Unione europea, sia un elemento indispensabile per cercare di sbloccare la situazione anche sul piano soggettivo.

La proposta della sinistra di alternativa avanzata dalla maggioranza di Rifondazione è apparentemente un’idea di buon senso, ma in realtà risulta confusa. Il documento di minoranza l’accusa di politicismo reiterato. Essa si presenta non solo come una coalizione elettorale o fronte unico di forze su determinati contenuti, la cui dimensione delimitata antiliberista potrebbe anche essere comprensibile, ma vuole essere un qualcosa di più, un soggetto politico pieno, ma con un programma limitato all’antiliberismo.

Nello stesso tempo viene confermata la centralità del soggetto Rifondazione in quanto portatrice del progetto comunista. Non credo possa sfuggire a nessuno che il rischio della vecchia dicotomia tra pratiche quotidiane riformiste moderate ed anche opportuniste (che vediamo dispiegate molte volte a livello locale) e propaganda domenicale su un lontano futuro comunista, incombe.

Alcune domande: sarà disponibile il Prc a reggere fino in fondo, indipendentemente dal sistema elettorale con cui si voterà, le “attrazioni fatali” di quelli che sono usciti dal PD, che sono stati (e lo sono ancora con il governo Gentiloni) i gestori delle politiche di austerità in tutti questi anni? Rifondazione ritiene o meno che sia necessario la costruzione di una nuova forza anticapitalista e rivoluzionaria che abbia come obbiettivo strategico oggi e non in un indistinto futuro, la rimessa in discussione degli assetti capitalisti? E’ disponibile o meno a fare dei passi in avanti nella costruzione di una coalizione di forze anticapitaliste? Ritiene che lo strumento che essa rappresenta oggi sia già autosufficiente oggi? E’ disposta a rimettersi eventualmente, prima o poi, in discussione per costruire un nuovo partito con un programma definito, anticapitalista, di rottura e di transizione al socialismo?

*Franco Turigliatto è un dirigente di una corrente storica del movimento operaio italiano, quella che proviene dalla Quarta Internazionale e che oggi milita in Sinistra Anticapitalista. Dopo aver partecipato alla vita del Prc dalla sua fondazione, Turigliatto, all’epoca senatore, venne espulso da Rifondazione per essersi rifiutato di votare i crediti di guerra per la missione in Afghanistan e, più in generale, per l’opposizione intransigente alle politiche liberiste del governo Prodi. Una versione più estesa di questo articolo è pubblicata sul sito anticapitalista.org


 

 

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Il X congresso nazionale del Prc si terrà a Spoleto fra il 31 marzo e il 2 aprile. La Commissione nazionale per il Congresso ha ufficializzato i dati definitivi delle votazioni avvenute nei Congressi di Circolo sui 2 Documenti congressuali.

Complessivamente risulta che sono stat* 7.284 i/le partecipanti, o meglio chi ha votato, ai Congressi di Circolo.

Il Documento 1 (Paolo Ferrero, Maurizio Acerbo, Roberta Fantozzi e la Segreteria nazionale uscente; con emendamenti o singole tesi alternative di Dino Greco e/o Fabio Nobile) ha ottenuto 4.996 voti, pari al 71,5%. Il Documento 2 (Eleonora Forenza, Sandro Targetti, Arianna Ussi, ecc.; con tesi tra loro alternative su Unione Europea, Euro, ecc.), un inedito insieme di “identitari/ie” e “libertari/ie”, ha riscosso 1.992 consensi, pari al 28,5%. 296 sono stat* gli/le astenut*.

Al Congresso nazionale 246 saranno i/le delegat* del Documento 1 e 98 quell* del Documento 2.

Nell’ambito del Documento 2, nei Circoli dove è stata richiesta la votazione sulle tesi tra loro alternative, quella sostenuta da E. Forenza, Imma Barbarossa, ecc. ha ottenuto il 31,4% e quella per l’uscita da UE e da Euro il 68,6%.

Il Documento 2 ha preso la maggioranza dei voti in alcune importanti città come Napoli, Genova, Bologna e Bari.

Per un opportuno raffronto, nel precedente Congresso del 2013 furono 12.254 i/le votanti, con il 76,6% al Documento 1 (Ferrero), il 15,0% al Documento 3 (Targetti) e l’8,4% al Documento 2 (FalceMartello). Nel Congresso del 2011 erano stat* 17.041 i/le votanti.



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