Turchia, la farsa di Erdogan che sotterra la democrazia

Referendum in Turchia, Erdogan vince di misura e con i brogli. Nelle grandi città e in Kurdistan vincono i No. 37% delle schede contestate dall’opposizione

di Francesco Ruggeri

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Referendum in Turchia, Erdogan vince di misura e grazie ai brogli. «La vittoria di Erdogan è una farsa antidemocratica – commenta dall’Italia Maurizio Acerbo, segretario del Prc – nonostante il monopolio dei media, l’incarcerazione di decine di migliaia di oppositori, l’impossibilità per le opposizioni di fare campagna per il No Erdogan riesce a vincere solo per un soffio e solo attraverso i brogli. Dal voto esce un paese diviso in due e in cui nelle grandi città, Istanbul, Ankara e Smirne, come nelle regioni curde ha prevalso il no. Le opposizioni contestano la validità di almeno 2,5 milioni di voti e irregolarità in 2/3 dei seggi. Già si annunciano ricorsi per brogli ed è da notare come fra coloro che hanno avuto la possibilità di votare in carcere, l’80% ha espresso la propria contrarietà ai cambiamenti costituzionali». «I risultati finali definitivi del referendum costituzionale (che si è svolto oggi in Turchia) saranno resi noti entro 11-12 giorni». Lo ha reso noto stasera, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa turca Anadolu, la Commissione elettorale. La dichiarazione di Guven, capo della commissione elettorale, è arrivata poco dopo il discorso in cui Erdogan si era dichiarato vincitore pur non essendo in possesso di risultati ufficiali. E al leader del maggiore partito d’opposizione Keman Kilicdaroglu, che contestava la validità di schede prive del timbro ufficiale, Guven ha risposto che le regole sono state rispettate.

Il referendum spacca in due la Turchia

Recep Tayyip Erdogan diventa ‘super-presidente’, ma la Turchia resta spaccata in due. Come previsto dai sondaggi, il cruciale referendum costituzionale che blinda il ‘Sultano’ fino al 2034 finisce con un testa a testa. Il ‘sì’ vince con il 51,2%, con un margine di poco di un milione di voti di vantaggio. Ma è un successo macchiato da forti polemiche sui brogli, con l’opposizione che annuncia di voler contestare almeno il 37% delle schede dopo che il Consiglio elettorale supremo (Ysk) ha autorizzato, per la prima volta in Turchia, il conteggio tra i voti validi di schede non timbrate, salvo esplicite prove di frodi. «I nostri dati indicano una manipolazione tra il 3 e il 4%, da stamani abbiamo individuato 2,5 milioni di voti problematici», ha denunciato il vice-leader dei kemalisti del Chp, Erdal Aksunger. A decidere la vittoria di Erdogan è stato ancora una volta lo zoccolo duro dei suoi sostenitori nell’Anatolia profonda, islamica e tradizionalista, mentre deludente è apparso l’apporto dei nazionalisti del Mhp, a loro volta spaccati sulla scelta referendaria. Al presidente hanno voltato le spalle le grandi metropoli, dove il suo Akp governa da più di vent’anni.

Referendum in Turchia: le grandi città e il Kurdistan bocciano Erdogan

A Istanbul e nella capitale Ankara il ‘no’ è sopra il 51%, mentre a Smirne, terza città del Paese e storica roccaforte laica, sfiora il 70%. Anche i curdi, duramente colpiti dalla repressione prima e dopo il fallito golpe della scorsa estate, si sono espressi in maggioranza contro Erdogan. Che però, ancora una volta, l’ha spuntata sulla linea del traguardo. Alta la partecipazione al voto, come da tradizione in Turchia. L’affluenza finale è dell’84%, mentre fa il record l’affluenza all’estero, superando il 45%. Con gli emigrati, la retorica nazionalista anti-Ue ha funzionato. Il ‘sì’ all’estero sfiora il 60%, va anche oltre in Germania e Olanda. Il popolo di Erdogan festeggia in piazza e con i suoi leader. «Questa è una nuova pagina nella storia della nostra democrazia, il risultato verrà usato per garantire la pace e la stabilità della Turchia», ha detto ai sostenitori accalcati sotto la pioggia il premier Binali Yildirim che, salvo crisi di governo, sarà l’ultimo della storia turca, fino all’entrata in vigore del nuovo sistema presidenziale nel 2019.

Referendum in Turchia, Erdogan ne vuole anche uno sulla pena di morte

«D’ora in poi, c’è una nuova Turchia», ha esultato il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. In tarda serata, anche un discorso di Erdogan. Di «successo molto importante» ha parlato poi il leader nazionalista Devlet Bahceli. Il referendum non lascia spazio a mezze misure, ma da stasera la Turchia appare ancora più divisa. «La Turchia ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione» che «tutti devono rispettare, compresi i Paesi che sono nostri alleati». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha promesso di discutere con gli altri leader politici la reintroduzione della pena di morte in Turchia, che potrebbe essere oggetto di un nuovo referendum. Lo ha detto arringando la folla dopo la vittoria di misura (51,2%) del ‘sì’ al referendum di oggi sul presidenzialismo.

Referendum in Turchia, che cosa cambia

Sono 18 gli emendamenti modificati in base all’esito del referendum. Abolita la carica di Primo Ministro eletto dal parlamento, si passa ad un presidenzialismo privo di fatto di ogni forma di bilanciamento dei poteri. Sul presidente della Repubblica, eletto ogni 5 anni insieme al parlamento si assommano gran parte dei poteri: proporre leggi, definire il bilancio dello Stato, comandare l’esercito, nominare non solo vice presidenti e ministri che possono essere destituiti in qualsiasi momento ma anche i generali, il direttore dei servizi segreti, i rettori universitari e altri importanti incarichi amministrativi e giudiziari. Il Presidente potrà nominare 12 su 15 membri della Corte Costituzionale e 4 su 13 del Consiglio dei Magistrati e dei Pubblici ministeri, (7 saranno di nomina parlamentare e 2 saranno il ministro e il sottosegretario della Giustizia, quindi entrambi nominati dal Presidente).

Referendum in Turchia, l’Europa potrebbe non riconoscerlo

Riprende Acerbo: «Il presidente in carica Erdogan potrebbe governare per altri 17 anni, tenendo conto che è già al potere dal 2002, ma si ritroverà a dover gestire un paese non pacificato nonostante le dure ondate repressive. L’Unione Europea non può far finta di niente: ha come partner un regime dittatoriale che è membro della NATO e del Consiglio d’Europa.

L’Italia e e gli altri governi dell’Unione Europea non riconoscano legittimità del referendum e non tradiscano le forze che si battono per la democrazia in Turchia. Come Rifondazione Comunista la vittoria di Erdogan è un ulteriore passo verso il baratro. Un regime guerrafondaio che già interviene in Siria e Iraq, che reprime la minoranze curda e ogni forma di dissidenza interna, religiosa, politica, intellettuale non può essere considerato democratico.

Nel ribadire la nostra ferma condanna dell’accordo siglato fra UE e Turchia nel marzo 2016 che trasforma il paese in un carcere a cielo aperto, torniamo a chiedere la liberazione di tutti i detenuti politici a partire dai parlamentari dell’HDP e esprimiamo la nostra solidarietà ribadiamo la nostra solidarietà a tutte le vittime di repressione, al mondo laico e progressista che sta resistendo all’oscurantismo religioso e nazionalista.

I dati del voto per il NO nelle città curde martoriate dall’esercito turco con migliaia di morti mostrano il coraggio di un popolo a cui nel corso degli anni il PKK ha dato voce e un progetto di liberazione.

Soltanto la liberazione del presidente Ocalan e l’apertura di un dialogo sulle sue proposte di confederalismo democratico può aprire la strada a un processo che garantisca pace e democrazia in Turchia e nei paesi vicini».

 

 



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