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Sei ai domiciliari? Puoi lavorare ma non puoi entrare in un centro sociale

Incredibile ordinanza del tribunale di sorveglianza di Ancona contro un detenuto ai domiciliari per i fatti del 15 ottobre

di Ercole Olmi

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«La questione è questa – spiega a Popoff, Italo Di Sabato di Osservatorio Repressione – Mauro Gentile, condannato definitivamente per i fatti del 15 ottobre 2011, ha chiesto un permesso di lavoro. Lo hanno autorizzato, ma come si legge in fondo all’autorizzazione gli intimano di fare controlli al SerT per droga e alcool (che non sono riconducibili in alcun modo al suo reato) e soprattutto aggiungono DIVIETO DI FREQUENTARE CENTRI SOCIALI. In primis stando ai domiciliari non si capisce come farebbe, ma poi è ovvia l’equazione: sinistra uguale droga, droga e centri sociali».

«Torno ad essere prigioniero tra le mura di casa – spiega lo stesso Gentile – per un periodo di 15 mesi, pena residua della condanna a 5 anni per il reato di devastazione e saccheggio per gli scontri del 15 ottobre 2011 a Roma. La magistratura romana porta avanti la vendetta voluta  dai poteri forti e non è bastato documentare la difesa  con un contratto di lavoro, la disponibilità di un associazione di volontariato e le esigenze della famiglia, soprattutto di mio figlio, per avere l’affidamento in prova al servizio sociale. Sulle motivazioni dell’ordinanza si legge, facendo riferimento alle precedenti sentenze, che: tali circostanze attestano una pericolosità sociale dell’interessato da ritenersi ancora attuale, tenuto conto della mancanza di dati per ritenere la capacità del soggetto di gestire impulsi facinorosi ed aggressivi in ambito sociale ed impediscono di favorire una prognosi favorevole in ordine alla inesistenza del pericolo di recidiva e conseguentemente alla completa affidabilità esterna del condannato.

Al momento del mio arresto, ero in Questura per firmare l’ordine di esecuzione della pena, sono stato sottoposto al prelievo obbligatorio del DNA. Non ne ero a conoscenza ed infatti è una di quelle tante leggi passate nel silenzio più totale. Una misura che si applica a tutti i detenuti e gli arrestati per delitti dolosi, un obbligo introdotto con l’obiettivo di creare una banca dati nazionale, principalmente nell’ottica antiterrorismo ma sappiamo che non è così.

La giustizia borghese ha da tempo stabilito che i profitti delle lobby valgono più delle ragioni di un popolo che lotta mettendo in pratica la Costituzione, e la riprova sono i feroci rastrellamenti a danno dei compagni e delle compagne vittime di una continua persecuzione politica. Io, come voi tutti, ho deciso da che parte della barricata stare e non sarà l’ennesimo atteggiamento vessatorio di un magistrato ad impedirmi di stare al fianco di chi lotta, anche da dentro queste mura.

Con la consapevolezza di non essere solo, con la determinazione di chi non si è mai arreso, porto avanti i miei ideali di lotta e resistenza perché un altro mondo è possibile…un altro mondo è necessario. Con chi lotta, con chi resiste, con Davide Rosci e tutti i compagni e le compagne detenut* e sotto processo, sempre al vostro fianco mi troverete. Grazie a tutti e tutte per la solidarietà che sto ricevendo. Vi abbraccio con affetto».

 

 

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