Il caso Moro. Infinito

L’ennesima perizia, consegnata dal Ris di Roma alla commissione d’inchiesta, riapre il caso Moro. La storia infinita continua, a 39 anni dal ritrovamento del corpo in via Caetani, il 9 maggio 1978
di Maurizio Zuccari
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Nove maggio 1978, 39 anni fa. In via Caetani c’è un’auto minata. Così, in mattinata, una telefonata allerta la questura di Roma. Poco dopo le 14, le telescriventi iniziano a trasmettere un flash: il cadavere di Moro è stato trovato in una Renault 4 rossa, a mezza via fra Botteghe oscure e Piazza del Gesù. L’autopsia constata 11 fori di proiettili nel corpo.Nove maggio 2017, 39 anni dopo. L’ennesima perizia, di oltre 100 pagine, consegnata dal Ris di Roma giorni fa alla commissione Moro, segnala la presenza “incongruente” di tracce di sparo sull’aletta parasole di destra e sul cielo della Renault 4, quasi al centro dell’auto. L’ulteriore novità sul caso Moro emersa grazie al lavoro della commissione d’inchiesta presieduta dal viterbese Giuseppe Fioroni (ex Dc oggi in quota Pd) è un’altra fiammella nella notte della (prima) repubblica. Dalla posizione dello sparatore alla coperta, intonsa, che avrebbe dovuto coprire il cadavere, oltre a macchie di sangue e polvere da sparo là dove non dovrebbero esserci, quel che è in dubbio, una volta di più, non sono solo le modalità dell’esecuzione nella vulgata brigatista, ma la stessa uccisione di Moro nel garage della sedicente prigione del popolo di via Montalcini. E forse il vero luogo di detenzione va cercato altrove, a pochi passi dal punto in cui venne ritrovato il cadavere dello statista. La storia infinita continua.

Per saperne di più (dall’inchiesta su Enigmi della storia)

Tasselli di verità in un puzzle infinito

È un coacervo di enigmi in sé, ma anche la prima schiarita in una nebulosa fitta di misteri, l’attività della commissione d’inchiesta sul caso Moro presieduta da Giuseppe Fioroni. Sarà perché la commissione istituita nel 2014, la terza in ordine di tempo su uno dei misteri più saldi nella storia della (prima) repubblica che sta per chiudere i lavori dopo due anni, è stata la prima a operare senza il segreto d’ufficio. E, come in un gigantesco puzzle, qualche tassello di verità sta finalmente emergendo, a quasi quarant’anni di distanza dai fatti. Nell’ordine: Moro era stato avvertito dai servizi segreti palestinesi, tramite la sua fonte di Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, dell’imminenza di un attentato terroristico di vasta portata. In conseguenza di ciò il suo caposcorta, il maresciallo Leonardi, aveva richiesto una maggiore dotazione dei caricatori ai mitra, rimasti nel bagagliaio. Proprio la sera del 15 marzo Moro aveva incontrato nel suo studio Domenico Spinella, dirigente della Digos, per una maggiore vigilanza del suo ufficio e sulla sua persona. Lo stesso dirigente è tra i primi a recarsi in via Fani, partendo dalla questura mezz’ora prima dell’assalto brigatista. Riguardo a questo, furono 20 e non 12 i partecipanti, come finora noto e sempre asserito dai brigatisti. Il bar di Tullio Olivetti, noto trafficante internazionale d’armi al centro di una rete di relazioni tra servizi, piduisti e neofascisti, e luogo di riunione del gruppo di fuoco mascherato da avieri, non era affatto chiuso la mattina dell’attentato. La Digos era in ascolto della trasmissione di Radio città futura in cui il direttore Renzo Rossellini preannunciava l’agguato con oltre mezz’ora d’anticipo. Le moto usate quella mattina furono due, e su una sarebbero stati membri della Raf, tra cui una donna, coinvolta come pure la n’drangheta, a vario titolo. Tutta da verificare resta la pista Hyperion e il ruolo di Giovanni Senzani nel sequestro.

La commissione ha affidato perizie su armi, bossoli e auto. Sono ancora in corso esami del contenuto di audiocassette sequestrate a suo tempo nei covi delle Br, l’identificazione di persone che compaiono nelle foto scattate in via Fani, analisi del dna sui reperti nel covo di via Gradoli, nella Fiat 128 con targa diplomatica usata per l’agguato con 39 mozziconi di sigaretta, e nella Renault 4 nella quale venne ritrovato il corpo di Moro. Sono state ascoltate una cinquantina di persone, alcune delle quali mai sentite finora dall’autorità giudiziaria o in sede parlamentare.

Tra i misteri che la commissione ha fatto riemergere, oltre alle audiocassette sparite con quel che resta delle registrazioni degli interrogatori di Moro e la conferma di depistaggi seriali, covi dei terroristi sotto il controllo di servizi e polizia prima dello loro scoperta ufficiale, la stampatrice delle Br appartenuta a Gladio, c’è soprattutto la vicenda del brogliaccio del Viminale sparito, come denunciato nella sua audizione in commissione ai primi dello scorso anno del senatore Sergio Flamigni, il maggior esperto della vicenda e animatore di un archivio che rappresenta il maggior fondo sul caso. Nel suo memoriale di 19 pagine, agli atti della commissione, l’ex senatore si concentra sul giorno del sequestro, illustrando lacune, contraddizioni, misteri, scomparse, strane proprietà immobiliari e figuri che popolano il luogo dell’attentato e l’abitazione dello statista Dc. «Per accertare l’esatta dinamica dei fatti – conclude – la commissione dovrebbe acquisire un documento fondamentale: il brogliaccio della sala operativa del Viminale, relativo al giorno 16 marzo 1978 e precedenti, dove venivano annotati tutti i contatti radio con le auto di scorta e quindi di tutti gli orari e tutti i percorsi. Su quel cruciale documento di recente ho richiamato l’attenzione del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri e il Dipartimento della pubblica sicurezza ha segnalato che la documentazione in esame non è stata rinvenuta». L’ennesimo pezzo smarrito di un puzzle infinito.

Moro, misteri e depistaggi

Quasi quarant’anni dalla morte, tre commissioni d’inchiesta e cinque processi non sono serviti a far luce sul caso Moro. Infiniti restano i misteri e le deviazioni. Ecco i principali.

L’agguato

Anzitutto la dinamica dell’attentato, unico nella storia della lotta armata se si esclude il rapimento del presidente della Confindustria tedesca, Schleyer, da parte della Raf. Oscura resta la mancata concessione a Moro di una macchina blindata e di una scorta adeguata, nonostante il presidente della Dc fosse l’obiettivo da tempo prescelto dai brigatisti. Oscurissimo il preannunciato rapimento di Moro in diretta dai microfoni di Radio Città futura, una buona mezz’ora prima che accadesse, da parte del direttore Renzo Rossellini che Craxi e De Michelis convocheranno a via del Corso per cercare un canale di contatto coi brigatisti. Restano indefiniti i nomi e il numero dei partecipanti all’agguato di via Fani, da 12 a 20. Ignota l’identità del presunto killer della n’drangheta che partecipò all’operazione, sparando da solo oltre la metà dei proiettili esplosi (le altre armi sparacchiano 3, 4 colpi, una ventina la mitraglietta). Il perché dei colpi di grazia a tre uomini della scorta, quando proprio sulla soppressione di questa il partito dell’antitrattativa baserà la sua fermezza. L’ordine dato alla volante di servizio in via Massimi, poco distante, di portarsi sul luogo dell’agguato liberando il corridoio di fuga ai brigatisti. Le auto del rapimento fatte ritrovare a singhiozzo in via Lucinio Calvo. La scomparsa del brogliaccio di servizio con le comunicazioni tra le volanti. La presenza sul luogo dell’agguato di funzionari dei servizi (Camillo Guglielmi e Domenico Spinella) e di un paio di moto, una guidata da agenti in borghese, l’altra da presumibili terroristi della Raf.

I covi

Il covo, o meglio i covi, restano incerti. Via Gradoli 96, poco distante dall’attentato, via Montalcini 8 al Portuense (l’ipotesi più acclarata), la palazzina al Ghetto col passo carrajo (menzionata da Pecorelli prima d’essere ammazzato) o il retrobottega d’un negozio come sostenuto dal pentito Patrizio Peci prima di fare la stessa fine. Incerta pure l’identità dei carcerieri: se per Mario Moretti, Anna Laura Braghetti, Prospero Gallinari e Germano Maccari (il fantomatico quarto uomo, l’ingegner Altobelli) non sembrano esserci dubbi, perplessità restano su un eventuale altro interrogante e soprattutto su chi scriveva le domande a Moretti.

Le borse

Le 5 borse di Moro, due lasciate sui sedili posteriori (come se i brigatisti sapessero quali prendere), una ritrovata nel bagagliaio dell’auto cinque giorni dopo e altre due contenenti, a detta dei brigatisti, paccotiglia. Cioè documentazione riservata sul caso Lockheed e i piani antiterrorismo, i fascicoli della Gladio scomparsi dal covo milanese di via Montenevoso nel 1978 per riapparirvi nel 1990, messi da un uomo del generale Dalla Chiesa.

Le foto e le cassette

Le foto della strage scattate dal carrozziere Gherardo Nucci pochi minuti dopo l’attentato, scomparse dopo la loro consegna al sostituto procuratore Luciano Infelisi, dove fonti n’dranghetiste rivelarono esserci coautori dell’attentato. Stessa sorte per le cassette con le registrazioni degli interrogatori che i brigatisti negano di aver mai fatto.

Le lettere e il memoriale

Le lettere di Moro – che Andreotti avrebbe definito prive di validità morale – in gran parte non spedite e il memoriale sugli interrogatori scritto dalla prigione, rinvenuti nell’ottobre ‘78 nel covo di via Montenevoso, come gli elenchi ritrovati nel ‘90, ambedue ancora incompleti, dove si attacca a fondo Andreotti e si comprova la rottura di Moro con la Dc. Per questo Cossiga confessò una prevista quarantena del prigioniero alla liberazione, col piano Victor. I documenti riservati non vennero mai pubblicati dalle Br, come promesso, e le bobine degli interrogatori – preparati e condotti ma non scritti da Moretti, nominalmente a capo l’organizzazione – sono andate distrutte.

L’esecuzione

L’esecuzione con 10 colpi più uno, in due tempi e a quattro mani, mentre si profilavano i primi seri cedimenti all’interno della Dc e s’avviava lo scambio con Paola Besuschio o Roberto Buonoconto. Al di là degli autori materiali – Moretti e Gallinari, indicato anche come il killer professionista, autoaccusatisi; Maccari, il carceriere che bruciò i documenti di Moro, o altri, tuttora in ombra – resta incertissimo il luogo della duplice esecuzione.

Il mediatore-confessore

Le bobine scomparse delle intercettazioni di casa Moro e del mediatore vaticano, don Antonello Mennini, trasferito dalla parrocchia di Santa Chiara alla nunziatura in Uganda, indicato da Cossiga come il confessore di Moro nella sua prigione, l’ultimo dei misteri. Nel Pantheon degli arcani rientrano, a pieno titolo, l’incredibile libertà di movimento lasciata ai brigatisti, dalla fuga al ritrovamento del corpo in via Caetani, passando per il viavai dei corrieri, nonostante le decine di migliaia di uomini impiegati nei controlli e rastrellamenti. E, buon ultimo, le morti collaterali di uomini di punta delle forze dell’ordine coinvolti a vario titolo nella vicenda: da Enrico Mino, comandante dell’Arma caduto su Monte Covello nel ‘77, piduista, al colonello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso dalle Br appena dimessosi, nel ‘79, al generale Dalla Chiesa, anch’egli piduista e autore d’un lungo braccio di ferro con Andreotti, freddato a Palermo nell’82.

Gli affiliati

Ai misteri del caso Moro va aggiunto l’intreccio di deviazioni che si verificarono prima, durante e dopo il sequestro. A partire dalla ristrutturazione dei servizi segreti, con la sostituzione di Emilio Santillo alla testa dell’Ucigos con Antonio Fariello, e l’affiliazione alla P2 della maggior parte dei vertici militari, di polizia e dei carabinieri facenti parte del comitato tecnico-operativo del Viminale (i verbali scomparvero dai primi d’aprile) e l’altro, assai più segreto, di sicurezza a palazzo Chigi (i verbali sono tuttora ignoti). Fra gli altri, in particolare: Franco Ferracuti, criminologo romano, in rapporto con la Cia; Ferdinando Guccione, prefetto responsabile della “sala situazione globale” al Viminale; Antonio Geraci, contrammiraglio a capo del Sios (servizio informazioni marina); Giulio Grassini, prefetto a capo del Sisde (servizio segreto del ministero dell’Interno); Giuseppe Santovito, generale a capo del controspionaggio militare, il Sismi; i generali Raffaele Giudice e Donato Lo Prete, rispettivamente comandante e capo di stato maggiore della Finanza; il prefetto Federico Umberto D’Amato; Howard Stone, già responsabile romano della Cia; il colonnello dei carabinieri Antonio Cornacchia, capo del nucleo investigativo. Senza contare il codazzo dei minori e i giornalisti pure iscritti, che ebbero un ruolo non secondario nella vicenda: da Franco Di Bella, direttore del Corriere della Sera, a Gustavo Selva, direttore del Gr 2, il primo a dare notizia dell’attentato e a reclamare misure speciali; da Ernesto Viglione, di Tmc, a Carmine Pecorelli detto Mino, direttore di Op e senz’altro il più informato sui tanti segreti dell’affaire, ammazzato nel marzo ‘79 alla vigilia di clamorose rivelazioni. Alla luce d’un tale apparato, non stupisce la mole di errori casuali e depistaggi.

I depistaggi

Nell’ordine: il covo di via Gradoli, abitazione della coppia Moretti-Balzerani, dove la polizia giunge dopo il sequestro ma non entra perché nessuno risponde all’interno. Rispuntato nella famosa seduta spiritica di Zappolino ai primi d’aprile, il covo viene scoperto dai pompieri il 18 del mese, con una macchinosa montatura che ne provoca l’intervento.

Il falso comunicato Br n. 7 sul suicidio di Moro nel lago ghiacciato della Duchessa, contemporaneo alla scoperta del covo. Gli ideatori della montatura, stando alle dichiarazioni di Steve Pieczenik, sono lo stesso consulente Cia, Cossiga e il criminologoa Franco Ferracuti, autori materiali l’avvocato Claudio Vitalone e Antonio Chichiarelli. Quest’ultimo, in contatto con i servizi e la banda della Magliana, fra gli autori del colpo alla Brinks Securmark del marzo ‘84, è freddato da un killer nel settembre di quell’anno.

L’oscuro comunicato Br n. 10, del 20 maggio, anticipato da un messaggio radiofonico con la frase “il mandarino è marcio” che preannuncia la morte di Moro, un messaggio in codice con riferimento a una struttura interna delle Br per gruppi, diversa da quella nota dei fronti, brigate e colonne.

La perquisizione della tipografia di Enrico Triaca, dove i comunicati Br venivano ciclostilati, predisposta da tempo ma attuata solo l’indomani dell’esecuzione. La perquisizione dello stabile di via Montalcini, indicata come la prigione di Moro, preannunciata agli inquilini ma mai attuata, dando modo alla Braghetti di scomparire sotto gli occhi dei condomini che avvertono inutilmente la questura. Il covo, noto agli inquirenti fin dai giorni del sequestro, sarà “scoperto” solo nell’‘80.

Il borsello ritrovato su un taxi romano da misteriosi passeggeri americani poco dopo l’omicidio Pecorelli, nel marzo ’79, e consegnato al colonnello Cornacchia, contenente la filigrana dei tanti misteri e depistaggi, simbolicamente stipati.

I 55 giorni più lunghi della repubblica

Roma, 16 marzo. Via Fani angolo con via Stresa, alla Camilluccia. Pochi minuti dopo le nove un commando brigatista composto da una ventina di persone rapisce Aldo Moro, presidente del Consiglio nazionale Dc, mentre si reca in Parlamento per presentare il primo governo con la ventilata partecipazione comunista. I cinque uomini della scorta vengono uccisi: sono i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e gli agenti di ps Francesco Zizzi, Raffaele Jozzino e Giuliano Rivera. Un’ora dopo è proclamato lo sciopero generale ma c’è chi stappa spumante. Nella stessa mattinata, Giulio Andreotti presenta il suo quarto governo, un monocolore diccì approvato a sera inoltrata. Favorevoli Psi, Psdi, Pri e, per la prima volta, il Pci. Contrari una trentina tra demoproletari, missini e liberali. I radicali restano fuori dall’aula.

18 marzo. Poco dopo le 13 il primo comunicato delle Br annuncia la responsabilità del “prelevamento” e l’uccisione della scorta. Si dichiara di voler processare il prigioniero, custodito in un “prigione del popolo”, quale “esecutore fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste” e in risposta al concomitante processo d’Assise di Torino ai capi brigatisti. Una foto ritrae il presidente Dc in maniche di camicia, sotto la stella a cinque punte. «Moro è nelle nostre mani, il vero processo si sta facendo altrove, gridano i brigatisti dalle gabbie. Una seconda auto viene ritrovata a via Licinio. Una terza l’indomani, sempre nella stessa via. Poco distante, le forze dell’ordine bussano al covo di via Gradoli. Nessuno risponde e se ne vanno. “Fare terra bruciata attorno agli eversori”, proclama Berlinguer sull’Unità.

21 marzo. Il governo approva un decreto legge restrittivo delle libertà personali. Prevede fermo di sicurezza, interrogatorio dei fermati senza difensore, ripristino delle intercettazioni telefoniche, inasprimento delle pene per i sequestri, deroghe al segreto bancario, obbligo ai proprietari d’immobili di comunicare entro 48 ore alla Ps affittuari e acquirenti. Radicali e demoproletari lo liberticida. La destra Dc e La Malfa lo giudicano insufficiente nella lotta al terrorismo. S’accende la polemica sul disimpegno degli intellettuali, aperta da Alberto Moravia e Leonardo Sciascia che dichiara il suo disinteresse per la sorte di questo stato.

25 marzo. Secondo comunicato delle Br tornate a farsi vive anche col ferimento, il giorno precedente, dell’ex sindaco Dc di Torino Giovanni Picco. Si tratta d’un elenco dei capi d’accusa al rapito. Il presidente Dc verrà giudicato, si dice, “coi criteri della giustizia proletaria per le dirette responsabilità da lui assunte nel progetto delle multinazionali”. Blocchi e battute proseguono senza sosta e senza costrutto con migliaia d’agenti e l’esercito. L’attività della mala romana, paralizzata, ne risente al punto da far giungere alle Br in carcere il consiglio di liberare l’ostaggio. Un primo rapporto degli inquirenti fa intanto i nomi di 7 brigatisti che avrebbero partecipato all’eccidio di via Fani: Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Susanna Ronconi, Patrizio Peci, Mario Moretti, Enrico Bianco, Oriana Marconi.

29 marzo. Arriva la prima lettera pubblica di Moro – altre due, private, sono inviate alla famiglia e al segretario Nicola Rana, al quale si chiede di avviare un canale di trattative riservato, fatto abortire sul nascere dagli stessi brigatisti – dattiloscritta assieme al comunicato numero tre, dove s’afferma che l’interrogatorio “prosegue con la piena collaborazione del prigioniero”. È diretta al ministro degli Interni Cossiga e chiede al governo di trattare con le Br. “Mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato – scrive il rapito – sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutta la conoscenza e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni… Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità… È inammissibile… Un atteggiamento di ostilità sarebbe una astrattezza e un errore”. Sul Popolo si rinnova al presidente “la più profonda solidarietà morale e politica”. Aperture vengono da Craxi, al 41° congresso socialista. Anche il Vaticano, sollecitato dalla lettera di Moro, prospetta disponibilità alla soluzione del “dolorosissimo caso”. Iniziano le trattative riservate fra la famiglia del rapito, vertici socialisti, legali delle Br detenute a Torino (Giannino Guiso e altri) e i brigatisti che detengono Moro da un lato e, più in là, questi ultimi e i vertici dell’Autonomia romana (Franco Piperno e Lanfranco Pace) e del Psi dall’altro.

4 aprile. Nuova lettera autografa di Moro a Benigno Zaccagnini, segretario della Dc, con un opuscolo ideologico titolato Risoluzione della direzione strategica e il quarto comunicato, dove si sostiene che la manovra “messa in atto dalla stampa di regime” di attribuire a dettatura gli scritti di Moro è tanto “subdola quanto maldestra. Moralmente sei tu ad essere al mio posto”, scrive Moro, “criticando nel contempo la fermezza del Pci e l’andare a rimorchio della Dc, nonché l’inefficienza della scorta “per ragioni amministrative del tutto al di sotto delle esigenze della situazione”. L’ostaggio prospetta “la liberazione di prigionieri da ambo le parti” e, precisando di scrivere “in piena lucidità”, lamenta: “mi sento un po’ abbandonato da voi”. Alla Camera Andreotti rifiuta di trattare con “gente le cui mani grondano sangue”.

10 aprile. Quinto comunicato e lettera di Moro, col richiamo a “fare presto o della mia morte sarete tutti voi responsabili” e una polemica con l’ex ministro Taviani, ventilandone “i contatti diretti e fiduciari col mondo americano. Vi è forse – si chiede Moro – nel tener duro contro di me un’indicazione americana e tedesca?”. A Roma la direzione della Dc ribadisce: “non si può scendere a patti con le Br… Ma è necessario non lasciare inesplorata nessuna strada”.

15 aprile. “L’interrogatorio è finito. Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte”. È la minaccia contenuta nel sesto comunicato dove si accusa: “Questo stato, questo regime Dc sorretto dall’infame complicità dei partiti cosiddetti di sinistra, vorrebbe soffocare ed allontanare lo spettro di un giudizio storico che il proletariato ha già decretato”. Ma non ci sono clamorose rivelazioni da fare sugli “intrighi di potere”. Le notizie ottenute verranno comunque diffuse attraverso la stampa clandestina, affermano i brigatisti. “È un uomo, salvatelo”, replica la direzione Dc. Il papa prega, “in trepida attesa”. Da Londra Amnesty international offre la sua mediazione, prontamente avversata dal Pci.

18 aprile. Un falso settimo comunicato annuncia il “suicidio” di Moro, gettato in fondo al lago della Duchessa, nel reatino. Un giorno a far brillare cariche e spalare neve sul lago ghiacciato danno la certezza della falsità del messaggio. Contemporaneamente a Roma, in via Gradoli 96, non distante da casa Moro, i pompieri scoprono per il provocato intervento su una perdita d’acqua il covo brigatista della coppia Moretti-Balzerani con armi, documenti e soldi. La polizia aveva ricevuto la segnalazione da tempo – emersa ai primi d’aprile da una seduta spiritica evocativa di La Pira a Zappolino, alla presenza di Romano Prodi – ma era andata a perlustrare il paese di Gradoli, vicino Viterbo. All’hotel Cavalieri Hilton di Roma si riuniscono i venerabili delle 496 logge massoniche d’Italia, col Gran maestro Licio Gelli in testa.

20 aprile. Arriva il vero comunicato numero sette. “Il rilascio del prigioniero – afferma – può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti”. Un ultimatum di 48 ore e la celebre foto dell’ostaggio con La Repubblica in mano sotto al drappo brigatista corredano il volantino che accusa “gli specialisti della guerra psicologica” del regime del falso messaggio precedente. L’indomani, nuova lettera di Moro a Zaccagnini: “Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragione di stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del paese?… Se mi togli alla famiglia – avverte – questo peso non te lo scrollerai di dosso più”. S’apre una spaccatura nel partito della fermezza. Contrari a ogni ipotesi di trattativa i comunisti che lanciano un appello “contro ogni ricatto” e, a rimorchio, democristiani e repubblicani. Socialisti, demoproletari e, con numerosi distinguo, socialdemocratici sono per trattare. Paolo VI scrive agli “uomini delle Brigate rosse”, il 22: “Vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”. L’ultimo inciso è aggiunto su insistenza di Andreotti.

24 aprile. Arriva l’ottavo comunicato delle Br, coi nomi di tredici fra brigatisti, nappisti e assimilati da liberare in cambio di Moro. Giunge anche l’ennesima lettera a Zaccagnini, fra le più toccanti. “Deve essere chiaro – scrive il presidente – che politicamente il tema non è quello della pietà umana ma dello scambio… Siamo al momento dell’eccidio… Non creda la Dc di aver chiuso il suo problema liquidando Moro… Chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello stato né uomini di partito”. Si commuovono in molti, ma il no è unanime. Un gruppo di religiosi e studiosi cattolici, fra i quali Pietro Scoppola, scrivono: “L’Aldo Moro che conosciamo noi non è presente nelle lettere”. Kurt Waldheim, segretario generale dell’Onu, invita le Br a liberare l’ostaggio. Tre giorni dopo, in tv Andreotti ammonisce: se si trattasse coi terroristi ci sarebbe una rivolta morale di vedove, orfani e madri dei caduti per colpa di chi si vorrebbe liberare.

5 maggio. “Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”. Così recita il nono e ultimo comunicato brigatista ufficiale – ve ne sarà un decimo, assai controverso – sul quale si scatena l’interpretazione del gerundio. Due giorni prima Andreotti aveva ribadito il no del governo a qualsiasi trattativa. Al partito Moro rimprovera la mancanza di coraggio civile e confida in Riccardo Misasi per la convocazione del Consiglio nazionale che scrolli i maggiorenti. Ringrazia Craxi per “la sensibilità umanitaria e l’importante iniziativa” di rompere in extremis il fronte della fermezza ipotizzando la grazia d’un qualche detenuto. L’ultima lettera arriva alla moglie il 7 maggio: “Tra poco mi uccideranno… Ti bacio per l’ultima volta”. In tutto saranno un centinaio le lettere inviate da Moro, fra le quali un paio al papa. Solo 37 sarebbero state recapitate ai destinatari dai postini brigatisti, Morucci e la Faranda.

9 maggio. In via Caetani c’è un’auto minata. Così, in mattinata, una telefonata allerta la questura di Roma. Poco dopo le 14, le telescriventi iniziano a trasmettere un flash: il cadavere di Moro è stato trovato in una Renault 4 rossa, a mezza via fra Botteghe oscure e Piazza del Gesù. L’autopsia constata 11 fori di proiettili nel corpo. La segreteria dell’onorevole emana un comunicato sul rispetto delle volontà dello scomparso che sarà disatteso: “Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso. Nessun lutto nazionale né funerali di stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”. Si chiude così l’agonia dei 55 giorni, i più lunghi nella storia della repubblica. Cossiga si dimette da ministro degli Interni mentre a Torrita Tiberina si svolgono i funerali privati. Quelli solenni, senza la famiglia di Moro e con la bara vuota, si tengono a san Giovanni in Laterano, il 13 del mese, officiati dal papa che dichiara: “Signore, non hai esaudito la nostra supplica”. Morirà poche settimane dopo.

Brigate romane



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