Venezuela, la crisi non è una crisi del socialismo

Venezuela. Il crollo dei redditi da petrolio. Contraddizioni e burocratizzazione del Psuv. I negoziati di “pace”. La marginalità dei settori popolari che furono il motore del bolivarismo

di Anderson Bean

Gente in fila a Caracas, fuori da un supermercato Gente in fila a Caracas, fuori da un supermercato

Il crollo dei redditi da petrolio. Le contraddizioni nel Psuv e la crescente burocratizzazione. I negoziati di pace tra Maduro e gli industriali. La marginalità dei settori popolari che furono il motore del processo bolivariano. Un’analisi marxista dell’origine della crisi venezuelana. Il mito delle nazionalizzazioni: tra il 1999 e il 2011, la quota del settore privato sull’insieme dell’economia è aumentata dal 65% al 71%, e nell’ultimo anno ci sono state nuove concessioni a privati di enormi estensioni di territorio per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo.

Il Venezuela affronta oggi la crisi politica ed economica più profonda dal 1998, anno in cui l’elezione di Chávez diede inizio alla Rivoluzione Bolivariana.

L’inflazione ha raggiunto livelli ineguagliati (alcune stime danno il tasso di inflazione del Paese al 270%), sebbene sia difficile determinare la cifra corretta giacché la Banca Centrale del Venezuela si rifiuta di pubblicare i numeri ufficiali.

Il razionamento dei beni di prima necessità è prassi corrente, e file molto lunghe si formano fuori i supermercati presso i quali i venezuelani attendono ore per poter acquistare beni primari.

Nelle ultime settimane, centinaia di migliaia di Venezuelani, sia i sostenitori del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) del presidente Nicolas Maduro, sia gli oppositori del governo, sono scesi nelle strade di Caracas.

Se da un lato nessuno nega che il Venezuela sia in crisi, dall’altro è più controversa l’attribuzione delle responsabilità. La narrazione dominante nei media statunitensi, secondo cui Maduro avrebbe semplicemente proseguito nella duratura degenerazione del Paese iniziata dal tiranno Chávez, riflette il disprezzo bipartisan del ceto politico degli USA nei confronti della Rivoluzione Bolivariana.

I partiti della destra sostenuti dagli Stati Uniti sono stati detestati per almeno due decenni dai lavoratori venezuelani e dai più poveri.

Tuttavia, la crescente repressione del governo Maduro sta creando un’opposizione sempre più ampia, rivelando alcune delle più pervicaci debolezze di un modello politico fondato pesantemente sul carisma di un leader e sul prezzo globale del petrolio che temporaneamente ha goduto di quotazioni sostenute.

Nonostante gli indubbi miglioramenti raggiunti da e per la classe lavoratrice durante il periodo di Chávez, il Venezuela resta un paese capitalista.

La stragrande maggioranza dei mezzi di produzione è controllata da privati e, al netto del discorso progressista sulla democrazia partecipata e sui diritti umani, la Costituzione chavista del 1999 offre una protezione significativa alla proprietà privata (Articolo 15).

In effetti, tra il 1999 e il 2011, la quota del settore privato sull’insieme dell’economia è aumentato dal 65% al 71%. Il fondamentale settore petrolifero è gestito da un’azienda statale, ma industrie importanti come quella delle importazioni e la lavorazione di alimenti, l’industria farmaceutica e della componentistica per automobili, sono ancora controllate dal settore privato.

L’attuale crisi venezuelana non è quindi una crisi del socialismo, il controllo democratico e collettivo dei mezzi di produzione, o del tentativo di raggiungere il socialismo, ma piuttosto la crisi di una strategia di gestione all’interno dei confini del capitalismo e di concessioni a potenti settori della classe capitalista, invece di uno scontro aperto. L’oligarchia venezuelana ha usato il controllo dell’economia come puntello della crisi, in particolare attraverso l’ammasso delle merci e la speculazione. Il governo sovvenziona i beni primari per garantire che quelli in precedenza troppo cari, fossero alla portata della maggioranza dei venezuelani. Tuttavia, l’ammasso delle merci da parte delle classi dominanti ha limitato notevolmente il loro accesso, principalmente in due modalità: in base alla prima, gli alimenti e gli altri beni regolamentati sono ammassati e poi venduti a prezzi esorbitanti, spesso con un margine del 100% o superiore, sul mercato nero o oltreconfine, in Colombia.

Una seconda strategia delle elite venezuelane è consistita nel non vendere le merci ma semplicemente trattenerle per creare penuria, con l’obiettivo di destabilizzare l’economia e dare l’impressione che la penuria di beni fosse il risultato della cattiva gestione da parte di un governo incompetente. Gli ufficiali governativi hanno trovato, in diverse occasioni, magazzini pieni di beni primari ormai marciti, mentre ospedali e supermercati si trovavano costretti a combattere con la penuria e a gestire persone in coda per ore.

Due esempi di ammassamento sono la fabbrica Herrera C.A. nello stato di Zulia, in cui un magazzino ospitava un milione e mezzo di pannolini per bambini e altri beni regolamentati, e un magazzino nello stato di Aragua in cui il governo ha trovato diverse tipologie di attrezzature mediche.

Nei primi anni della presidenza Chávez, furono prese un certo numero di misure economiche per la difesa contro il sabotaggio orchestrato dalla classe capitalista, tra cui il controllo del cambio estero per impedire fughe di capitali e il controllo dei prezzi degli alimenti di base per difendere il potere d’acquisto dei poveri. Alla fine, però, i capitalisti trovarono il modo di aggirare queste misure. Per aggirare il prezzo regolamentato del riso, ad esempio, le aziende cominciarono a produrre varietà aromatiche, non coperte dal controllo dei prezzi. Ciò è decisivo, perché il settore privato ha il quasi totale monopolio sulla produzione e la distribuzione di molti beni alimentari primari. Per comprendere la maniera in cui i capitalisti hanno trovato il modo di evitare il controllo della valuta, è importante osservare il complesso sistema di cambio venezuelano, che ha tre diversi tassi di cambio: il DiPro, tasso di cambio ufficiale usato per l’importazione di alimenti, medicinali e materie prime usate nella produzione domestica di beni e servizi, si aggira attualmente attorno a 13 bolivar per dollaro. Il DiCom, un tasso di cambio fluttuante, usato per coprire tutte le transazioni non coperte dal DiPro, è attualmente circa fra 300 e 700 bolivar per dollaro. Infine, c’è il mercato nero, il cui tasso di cambio si aggira attorno ai 4000 bolivar per dollaro. Il divario tra questi tassi ha aperto la strada alla corruzione e alla speculazione valutaria.

Il governo fornisce dollari alle aziende al tasso DiPro per l’importazione di beni e servizi, ma molte di queste aziende finiscono per vendere i dollari a tasso agevolato sul mercato nero per raccogliere enormi profitti, invece di utilizzare il denaro per finanziare la produzione o l’importazione di beni. Il risultato è stata la scarsità di un certo numero di beni fondamentali e una perdita netta stimata di 300 miliardi di dollari.

Questo sistema valutario, messo in piedi per impedire la fuga di capitali dopo la serrata del petrolio nel 2002-2003, uno dei tentativi sostenuti dagli USA per rovesciare Chávez, può avere avuto un senso quando fu introdotto, ma perché il governo Maduro non ha modificato questi controlli, eliminando così molti degli incentivi alla corruzione e alla speculazione?

Un parte della risposta sta nelle alleanze che il governo ha stretto con alcuni settori industriali che beneficiano notevolmente dello status quo. Secondo quanto sostengono Juan Manaure e Carlos E. Jaurena in un articolo pubblicato su Venezuelan Analysis, ci sono solo due vie di uscita a questa crisi: “O la regolamentazione dell’economia è completamente abolita, come chiedono i capitalisti, e i costi scaricati sui lavoratori, o settori fondamentali dell’economia sono espropriati, facendo così pagare ai capitalisti il prezzo della crisi”.

Sfortunatamente, l’amministrazione Maduro ha invece fatto ulteriori concessioni alla classe capitalista e agli oppositori di un avanzamento del processo bolivariano. Questi ultimi comprendono non solo quanti si identificano completamente con l’opposizione, ma anche opportunisti solo nominalmente dalla parte del chavismo, i cui interessi sono in realtà ostili a un vero potere popolare e alla transizione al socialismo. Questo gruppo include molte figure nel governo e nel PSUV stesso.

Molte delle contraddizioni che oggi sono in piena acutizzazione, e che stanno portando a una polarizzazione politica tra i sostenitori del chavismo, nascono dall’eccessiva dipendenza del processo bolivariano da due fattori: le entrate derivanti dal petrolio e l’autorità dello stesso Hugo Chávez.

Queste contraddizioni sono state acquiescenti per molti anni, ma sono esplose in un tempo molto breve dopo la morte di Chávez, occorsa agli inizi del 2013, e il crollo dei prezzi globali del petrolio nell’estate del 2014. Il prezzo di un barile di greggio è caduto di oltre il 70% dal 2014 al 2016, a circa 33 dollari al barile, il livello più basso da oltre tredici anni.

I redditi da petrolio costituiscono il 95% del ricavo totale da export del Venezuela, e i settori petrolifero e del gas rappresentano il 25% del prodotto interno lordo. Il crollo dei redditi da petrolio a causa della diminuzione internazionale dei prezzi ha ridotto la possibilità del governo di importare alimentari e materie prime, mantenere i programmi sociali e i sussidi sui beni regolamentati che in precedenza erano venduti in perdita.

Una delle risposte del governo è stata stampare più denaro ma questo, insieme alla priorità data al pagamento del debito estero sull’importazione di beni e un aumento della corruzione, ha causato una massiccia inflazione, con una conseguente fuga di capitali che ha raggiunto la considerevole cifra di 250 milioni di dollari negli ultimi anni.

La seconda contraddizione dell’esperimento venezuelano è riconducibile alla fondazione del PSUV. Il partito fu fondato nel 2007 mettendo insieme tutte le organizzazioni che sostenevano Chávez e l’obiettivo del “socialismo del XXI secolo”, come lo stesso Chávez lo aveva definito. Il PSUV doveva essere un partito democratico e di massa della sinistra e, dopo sei settimane, aveva raggiunto i sei milioni di iscritti.

L’enfasi sul potere popolare e sulla democrazia partecipativa risulta evidente nella costituzione chavista del 1999, dando la spinta alla nascita di varie istituzioni come le missioni sociali, lo stanziamento di fondi per il bilancio partecipativo, la cogestione delle imprese statali, le radio di comunità, i consigli comunalistici e le comuni.

Ma il PSUV non garantiva spazi di partecipazione popolare nel partito stesso. Sebbene nei primi anni di vita del partito, centinaia di militanti partecipavano nelle assemblee di comunità e diverse correnti nel partito avevano rappresentanti in grado di produrre proposte, il PSUV era ancora un partito fortemente centralizzato con Chávez al vertice della piramide. Questo partito dipendeva innegabilmente dall’autorità di Chávez e non ha mai dato vita a una direzione collettiva oltre la sua figura. Per qualche tempo, ciò ha funzionato grazie al carisma di Chávez e alla sua capacità di creare connessioni con le persone appartenenti alle classi popolari, ma dopo la sua morte e l’elezione di Nicolas Maduro, i limiti del modello si sono fatti palesi. Con Maduro, il livello di partecipazione consentito nel PSUV e nell’insieme della società è diminuito ulteriormente. Più potente è diventata la burocrazia dirigente nel partito e nel governo, che controlla gran parte dei finanziamenti al settore pubblico e ha stretto alleanze con parti del settore privato. Lo stesso Chávez si era alleato con parti del settore privato, ma queste alleanze si sono fatte ben più ingombranti con Maduro, a seguito dell’esplosione delle “guarimbas”, violente proteste della destra, iniziate nel Febbraio 2014 e durante fino ad Aprile.

Queste proteste antigovernative chiedevano l’uscita del governo eletto di Maduro. I manifestanti bloccavano strade e tagliavano fuori diverse comunità, bruciavano spazzatura nelle strade, attaccavano cliniche statali, distruggevano cartelloni e demolivano autobus pubblici. Ci sono state anche resoconti che parlavano di dimostranti antigovernativi che tendevano cavi sulla strada per decapitare i motociclisti.

Tuttavia, la risposta di Maduro per affrontare la violenza delle guarimba è stata negoziare con la classe capitalista.

In occasione di quelle che sono stati chiamati “negoziati di pace”, Maduro si è incontrato con manager d’affari e potenti capitalisti privati, compresa la Federazione Venezuelana delle Camere di Commercio (Fedecamaras), un’organizzazione strumentale al fallito colpo di stato del 2002 che depose temporaneamente Chávez. Un altro partecipante è stato Lorenzo Mendoza, proprietario della Polar Company, il più grande produttore alimentare del paese, e forse il capitalista più potente in Venezuela.

Ma forse, ancor più importante di chi è stato invitato, è chi non è stato invitato, come Gonzalo Gomez, di Marea Socialista, una corrente trotskista, già parte del PSUV sin dalla nascita fino al Febbraio 2014, anno in cui lasciò il partito. Gomez scrisse al tempo:

“Sono stati invitati solo rappresentanti della destra, nessun rappresentante dei lavoratori e dei settori popolari. Finora, i negoziati sono serviti a spingere Maduro a ulteriori concessioni agli interessi dei capitalisti, una via considerata ‘pragmatica’, sebbene la base del chavismo chiedesse una risposta ben diversa”

Alcune concessioni di Maduro comprendevano prestiti ai capitalisti da banche pubbliche, un’ulteriore liberalizzazione dei controlli sul cambio estero per consentire alle imprese un accesso più agevole al finanziamento in dollari, e l’apertura di 117.000 chilometri quadri di terra nell’Orinoco, il 12% circa del territorio nazionale venezuelano, un’area più vasta di Cuba o della Svizzera, per una miniera a cielo aperto.

Questo piano, detto “Arco Minero del Orinoco”, è manna dal cielo per grandi aziende nazionali e multinazionali, ma avrà ripercussioni ecologiche disastrose.

Una delle aziende che ha recentemente ottenuto un contratto per sfruttare l’Arco Minero, la canadese Gold Reserve, è la stessa azienda che Chávez cacciò dal paese nel 2008.

Le concessioni del governo hanno solo reso le condizioni della classe lavoratrice sempre più insostenibili, deteriorando il sostegno popolare al governo e mettendo a dura prova la pazienza nei confronti del processo bolivariano. Questa crescente impopolarità si è riflessa nella forte sconfitta del PSUV alle elezioni parlamentari del Dicembre 2015.

Il Venezuela si trova in una grave crisi, mentre il governo USA, la destra venezuelana e le forze internazionali sostengono un intervento internazionale con, ad esempio, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) che invoca la sua Carta Democratica contro il paese.

Ma ciò non aiuterebbe il Venezuela. Al contrario, sarebbe una violazione grossolana della sovranità venezuelana e sarebbe di aiuto solo alle elite.

L’opposizione di destra è ringalluzzita dalla crescente atmosfera di crisi nel paese, con il governo impedito ad invertire la marea perché impelagato nelle alleanze con lo stesso settore di capitale privato che si è organizzato per rovesciare le conquiste ottenute nel processo bolivariano.

Queste alleanze sono state concluse senza il coinvolgimento o la partecipazioen dei lavoratori, della sinistra e dei settori popolari della società venezuelana, il vero motore del processo bolivariano.

Il governo Maduro, con la sua burocratizzazione e corruzione crescente, le sue politiche di collaborazione di classe e la repressione del dissenso, non condurrà alla fine della crisi in un modo di cui beneficerà la maggioranza dei venezuelani.

Dobbiamo essere chiari nell’opposizione ai tentativi violenti di rovesciare il governo esercitati dall’opposizione di destra venezuelana e i suoi sostenitori statunitensi, ma al tempo stesso sostenere le forze che stanno prendendo posizione contro il governo Maduro, in difesa dei diritti dei lavoratori e della democrazia

(traduzione di Antonello Zecca, da socialistworker.org e Anticapitalista.org)

 



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