Sinistra, prove blindate di unità. Aspettando Pisapia

Sinistra, al Brancaccio di Roma grande successo di pubblico ma non di critica per l’assemblea promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari

di Checchino Antonini

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A sentire le conclusioni di Anna Falcone sembrerebbe la volta buona: la giovane costituzionalista parla di «discontinuità netta, radicale», «alleanze sui programmi», si spinge a dire che «quando gli orizzonti sono profondamente diversi, un’alleanza è solo una truffa». E’ assolutamente netta anche quando dice che la “terza via” blariana ha fallito, «perché ripercorrere errori fatti altrove? Perché scendere a patti con un sistema che non scende a patti nemmeno con la Costituzione? Non c’è nessun centrosinistra da unire, no a compromessi al ribasso!». Prima di lei Livio Pepino, ex magistrato, molto vicino al movimento No Tav e al Gruppo Abele di don Ciotti, era stato chiamato proprio a dire di quale discontinuità ci fosse bisogno: «Smettiamo di preoccuparci delle alleanze e delle soglie di sbarramento. Dei cosiddetti “federatori” (Pisapia, ndr) interessa solo a Repubblica, fino a ora non abbiamo dimostrato abbastanza discontinuità col passato, i buoni progetti hanno bisogno di personaggi credibili».

Però, l’assemblea del Brancaccio non riesce a sciogliere i dubbi. Certo, non aiutano le parole di Fratoianni, consumato oratore, leader di Sinistra italiana: «Centrosinistra o sinistra? La finiamo con le formule astratte?! Considero l’unità un valore perché ce la chiedono ma con la chiarezza, con tutte le fatiche, senza sacrificare la credibilità». Porte aperte a Pisapia e a Mdp? In altri termini, ci si allea con chi non solo, come Pisapia, ha provato a far vincere l’ipotesi di stravolgimento della Costituzione proposta da Renzi ma anche con chi, tutti quelli di Mdp, ha operato perché prendessero piede tutte le altre torsioni del neoliberismo imposte dai governi di centrosinistra? Infine: esiste la stessa enfasi sulla discontinuità anche nei mitici territori in cui fra sette giorni si andrà al ballottaggio oppure la medesima consumata retorica si rovescerà nel più trito luogo comune sull’utilità del voto utile? Che discontinuità sarebbe?

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Certo, è stato affollato più del previsto – teatro gremito e parecchia gente fuori sotto il sole di via Merulana – il popolo della sinistra (Prc, Si, Diem, DeMa, liste civiche, comitati per il No e una miriade di associazioni) per l’ennesimo “nuovo inizio” da dieci anni a questa parte, da quando i leader della sinistra radicale allora al governo con Prodi furono fischiati ai cancelli di Mirafiori. Seguirono le alchimie della Sinistra Arcobaleno, il tonfo elettorale e una frammentazione che non accenna a interrompersi nonostante i nuovi inizi, le ripartenze, la fine della ritirata, come – volta per volta – è stato definito il tentativo di riagglutinamento elettorale in zona Cesarini (anche questo, quando è stato convocato sembrava cosa fatta il modello tedesco). Dall’Arcobaleno alla Federazione della sinistra mentre un pezzo di quelli del Brancaccio strizzava l’occhio ai socialisti europei con Sel; da Cambiare si può a Rivoluzione civile mentre un pezzo di quelli ieri al Brancaccio correvano col Pd di Bersani, e poi l’Altra Europa con Tsipras (senza se e senza ma con poche eccezioni) che si sarebbe frantumata immediatamente dopo il voto e lacerata in un infruttuoso dibattitito sul soggetto unico. Ancora, l’agognata diaspora del Pd che risucchiva un pezzo di quella Sinistra Italiana che diceva di essere nata per contenerla e che ora, in barba alla promessa contenuta nel nome Articolo1, fa da stampella al governo Gentiloni. Fino a questo tentativo promosso da un appello da Anna Falcone, dei «Comitati del No» al referendum del 4 dicembre, e il presidente di Libertà e Giustizia, Tomaso Montanari.

Dato generale, l’enfasi sulla discontinuità e sulla Costituzione, «negata da 70 anni», impostazione «civica e di sinistra». Rinvio a settembre dopo assemblee territoriali, una «carovana nei territori», «Ci sarà una grande assemblea nazionale – ha annunciato Montanari, che esclude comunque l’ipotesi di essere il futuro leader di questo nuovo movimento – per definire un nome, un simbolo e i criteri per le candidature».

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Chi terrà le redini della diligenza? Non incoraggia, tuttavia, la selezione operata dall’alto tra gli interventi. Malumori sorti già alla vigilia con l’esclusione dell’Altra Europa. C’è chi parlerà di «rito blindato e opaco». Una militante dell’ex Opg di Napoli ha contestato dal palco l’organizzazione della assemblea: non facevano entrare il loro collettivo mentre gli passavano davanti figure più note. Ma i napoletani irrompono mentre parla Gotor, emissario di D’Alema (seduto in prima fila con Vendola) prima di essere portati via dal servizio d’ordine unitario. Twitterà Eleonora Forenza, eurodeputata del Prc:«un grazie infinito per aver fatto irrompere un corpo di donna con lotta tra molti uomini incravattati».

«Qualche fischio ci sta», dirà anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista che avverte: «Non possiamo rischiare di perdere un solo centro sociale o comitato per l’acqua o contro le grandi opere per un accordo di vertice». Parole giuste. Già sentite.

Al di là delle formule retoriche e delle promesse di partecipazione orizzontale, il convitato di pietra è Pisapia che, il primo luglio, terrà la sua kermesse da Tabacci fino a settori che lambiscono l’area del Brancaccio. Un evento lanciato da Repubblica che, invece, ha snobbato questo popolo del Brancaccio senza degnarlo di una riga sull’home page più cliccata del paese. Solo 24 ore dopo uscirà un articolo impreciso, lacunoso che parla più del “collante” Prodi (ancora lui!) che della galassia della sinistra.

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Premettendo che la stagione del centrosinistra va archiviata e non c’è spazio per tentennamenti o mezze misure, Montanari, in apertura ha anche detto che non ci sono neanche «veti e preclusioni rivolgendosi soprattutto a Giuliano Pisapia da cui «ci aspettiamo una risposta chiara», e appunto alternativa al Pd. «Aspettiamo che il 1° luglio, Giuliano Pisapia ci faccia sapere che cosa vuole fare. Vogliamo parlare di argomenti e su quelli discutere».

E anche Pippo Civati, fra i primi a rispondere all’appello di questa giornata, dice: «Noi non sbattiamo porte in faccia. Se Pisapia si unisce bene. Certo, se va con Renzi non lo trattengo». I pontieri, però, sono già al lavoro per cercare di saldare la platea del Teatro Brancaccio con quella del 1 luglio di Piazza del Popolo. In sala, oltre al leader di Mdp Roberto Speranza e al presidente dell’Emilia Romagna, Enrico Rossi, seduto in prima fila, accanto ai citati Vendola e D’Alema.

Con buona pace di chi, come – solo per fare un esempio – Andrea Costa (Baobab Experience), prova a dire che «si può ricominciare ma bisogna rovesciare il tavolo».

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1 commento

  1. Angelina Merlino

    Non riesco più a fidarmi. Mi viene l’orticaria solo a sentire rievocare un centrosinistra discontinuo rispetto al precedente. Che vordi’ ?

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