Catalogna e Paesi Baschi, cresce il movimento antituristico

“Fuera turistas”, “Tourist go home”, si legge su molti muri di San Sebastian e così si allarga anche al paese basco il movimento nato in Catalogna contro gli eccessi del turismo

di Francesco Ruggeri

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“Fuera turistas”, “Tourist go home”, si legge su molti muri di San Sebastian e così si allarga anche al paese basco il movimento della sinistra indipendentista radicale nato in Catalogna che ha lanciato una ‘campagna d’estate’ contro gli eccessi del turismo, con scritte ostili e piccoli sabotaggi in particolare a Barcellona. Un fenomeno analogo, scrive El Mundo, si registra ora nel Paese Basco, in particolare a San Sebastian, protagonisti i giovani della sinistra abertzale di Ernai, vicini al partito indipendentista Sortu. La protesta dei giovani dell’ultra sinistra basca (Ernai-Sortu è stata fondata nel marzo 2003 da un gruppo di giovani che vogliono uno stato socialista per Euskal Herria) e catalana si inserisce in un più ampio movimento di rigetto degli eccessi del turismo di massa che ha visto gli abitanti di Barceloneta, il quartiere della spiaggia di Barcellona, scendere in piazza. Diversi quotidiani spagnoli parlano di una crescita di una ‘turismofobia’ nella aree che accolgono il maggior numero di visitatori ‘low cost’, spesso in alloggi senza licenza affittati attraverso piattaforme su internet come AirBnb. Le iniziative della sinistra radicale contro il turismo sono state condannate dal premier spagnolo di centrodestra, Mariano Rajoy, che ha sottolineato l’importanze del turismo, prima industria nazionale, per il paese. Una azione legale è stata annunciata dal governo catalano mentre Rajoy ha promesso la abituale dose di repressione dura grazie alla ley mordaza.

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Nei giorni scorsi nella capitale catalana membri incappucciati del gruppo di giovani Arran vicino al partito movimentista Cup avevano fermato un bus di turisti invitandoli a «tornare a casa», bucando le ruote dell’ automezzo. Nei giorni scorsi sempre i giovani di Arran hanno anche bucato le ruote di biciclette affittate ai turisti. Sui muri del centro della della città sono apparse scritte «Turist Go Home», o «Il turismo uccide il quartiere». Secondo El Pais almeno sette hotel di Barcellona hanno subito nelle ultime settimane atti di vandalismo anti-turisti. E la protesta ha lambito anche le Baleari e Valencia. Ma le azioni hanno un aspetto comunicativo più che semiterroristico come invece piace scrivere alla stampa mainstream come dimostrano le foto pubblicate da Arran dopo una manifestazione di finti turisti per le strade di Valencia lo scorso 3 luglio. Nei quartieri dal centro della città c’è stata un’azione rumorosa e ludica organizzata dalla piattaforma tra i quartieri, un gruppo nato nel maggio scorso che denuncia il modello di città che sta prendendo piede a Valencia provocando un’impennata degli affitti e problemi di convivenza in quartieri che stanno mutando geneticamente ai danni della collettività.

Malgrado i problemi causati da crisi globale, guerre e terrorismo, i turisti viaggiatori sono saliti a 1.235 miliardi nel 2016, con una crescente pressione sulle comunità, in particole in Sud America, Africa e Asia, senza diminuire la sua presa in Europa e in Nord America. Lo sviluppo del turismo, nelle sue tante forme, è una crescente causa di sfratti forzosi perché, con il pretesto di popolarizzare gli scambi e il godimento del mondo, il turismo sta trasformando città e territori in merci e i loro abitanti in comparse. Così sostiene il Tribunale internazionale contro gli sfratti,

Uno degli effetti collaterali più trascurati delle politiche neoliberali sono gli sfratti e gli sgomberi che colpiscono, stima per difetto, più di 70 milioni di persone nel mondo, spesso nascosti dalle istituzioni internazionali nonostante siano fonte di numerose violazioni di diritti umani. Molti sono i fattori che li causano, come la finanziarizzazione e la commercializzazione della terra, i partenariati pubblico-privato, l’impatto delle politiche di austerità, i mega-progetti (tra l’altro, miniere, dighe, aeroporti), lo sviluppo del  turismo (tra l’altro,  mega-eventi, “disneyficazione”, “museificazione”, trasformazione in zona residenziale per la media borghesia), la guerra (tra l’altro, occupazione straniera, costruzione di basi militari), le politiche post-calamità (tra l’altro, prevenzione rischi, resilienza), i cambi climatici, la discriminazione razziale e/o sessista.

La UN World Tourism Organization sostiene che lo sviluppo del turismo promuove la crescita economica e crea lavoro nel territorio. Tuttavia, la UNWTO non considera i molteplici rischi  per le comunità locali. C’è un grande e crescente numero di esempi che mostrano come lo sviluppo del turismo può portare a esproprio e sfratti di comunità locali, che colpiscono particolarmente donne, indigeni e/o persone emarginate.

C’è un grande e crescente numero di esempi che indicano che lo sviluppo di turismo può provocare l’evacuazione di intere comunità ed alla distruzione dell’ambiente per  infrastrutture  per promuovere la mobilità (porti, aeroporti, strade), o allo sfratto di popolazioni autoctone dalle foreste col pretesto della conservazione dell’ambiente, o della costa o dei villaggi a rischio, che sono costretti alla trasformazione per un turismo “resiliente”, supposto come il meglio per  affrontare i disastri naturali. Senza dimenticare l’accelerazione della gentrificazione delle città attraverso la loro graduale trasformazione in musei o parchi di divertimento a tema all’aperto. Non ultimo, il fenomeno degli affitti temporanei per turismo in case private (ad esempio AirBnB) che, con il pretesto di ridurre i prezzi degli alberghi formali e i problemi della riqualificazione immobiliare nei centri storici, spinge verso l’alto i costi degli affitti  e rende più precaria la vita degli abitanti.

Questa situazione è considerata solo parzialmente dalle autorità, che spesso sfruttano il proprio territorio  prioritariamente per promuovere il turismo, visto come un motore di sviluppo e di reddito per curare i deficit di bilancio, trascurando i diritti umani causati dagli sfratti.

«Perciò, data la gravità del fenomeno, la crescente domanda di un intervento specifico identificato durante la 5a  sessione ITE e diverse Campagne Sfratti Zero, abbiamo deciso di focalizzare la Sessione ITE 2017 sugli sfratti causati dal turismo, poiché questo è l’Anno internazionale del Turismo Sostenibile per lo Sviluppo)», annuncia infine il Tribunale Internazionale degli Sfratti (ITE), un tribunale popolare e di opinione fondato nel 2011 dalla Alleanza Internazionale degli Abitanti con la collaborazione di organizzazioni della società civile nel quadro delle Giornate Mondiali Sfratti Zero per mettere praticamente e interattivamente sul banco degli imputati i responsabili degli sfratti forzosi in tutto il mondo. Il Tribunale si avvale dell’esperienza di una Giuria internazionale competente e riconosciuta, oltre che sulla Convenzione Internazionale sui Diritti Economici  Sociali e Culturali e altri strumenti della normativa internazionale per giudicare casi reali di sfratti forzosi che costituiscono violazioni dei diritti umani.

La sessione si terrà a Venezia, dal 28-30 settembre, e proprio la laguna, il 2 luglio scorso, è stata teatro di una manifestazione dei comitati cittadini sotto lo slogan «Mi no vado via» (Io non vado via) riferito all’esodo dei residenti dalla città lagunare divenuta poco vivibile. In apertura lo striscione «Venezia è il mio futuro» e cartelli sui prezzi delle case, la mancanza di negozi essenziali sostituiti da botteghe di paccottiglia, il transito delle grandi navi da crociera a San Marco, e soprattutto l’insostenibile presenza del turismo mordi e fuggi.

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