La guerra di Fincantieri in Francia spiegata bene (con gli occhi di chi lavora)

La vicenda dello shopping di Fincantieri in Francia e lo scontro tra governi francese e italiano sono emblematici delle dinamiche attuali del capitalismo

di Franco Turigliatto 

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Il contesto e i fatti

La storia è ormai conosciuta; la Fincantieri si aggiudica la gara per l’acquisto del 66,66% del capitale della Stx France proprietaria dei grandi cantieri navali di Saint-Nazaire a Nantes sulla Loira; un accordo tra il governo italiano e quello francese di Hollande ad aprile conferma che la società italiana avrà il controllo della società con il 54,7% delle azioni, così suddivise 48% Fincantieri, 6% Fondazione CR Trieste; il 33,3% sarà detenuto dallo Stato francese più un 12-13% dalla Naval Group controllato, a sua volta al 62,49% dallo Stato francese Ma il nuovo Presidente, Macron ci ripensa e propone una soluzione paritetica tra i capitali dei due paesi al 50%, preoccupato delle ricadute politiche ed economiche e per garantirsi una posizione di forza nella trattativa con il governo Gentiloni, che respinge la nuova proposta, nazionalizza “provvisoriamente” i cantieri.

La partita è ancora più complessa proprio perché di mezzo c’è anche un’altra società, la Naval Group che guarda caso costruisce navi da guerra. Inoltre La Fincantieri ha un accordo particolare con dei partners cinesi, che inquieta molto i francesi.

L’incontro tra il governo italiano e francese conferma le reciproche posizioni, ma la trattativa continua, perché in ballo c’è la possibilità di costituire un grande gruppo per le produzioni civili e militari, un affare colossale. Per questo il tutto è rinviato alla verifica forse decisiva del 27 settembre prossimo.

Nel cantiere di Saint-Nazaire lavorano 2800 dipendenti diretti, ma nel suo complesso il polo navale occupa circa 7300 dipendenti e dispone dei più grandi bacini di costruzioni, quelli che permettono di realizzare le portaerei.

Per quanto riguarda la Fincantieri che ha i suoi principali cantieri a Monfalcone, Marghera, Ancona, Riva Trigoso, Sestri Levante e Palermo, i lavoratori diretti nel 2009 erano oltre 13 mila; oggi per effetto delle ristrutturazioni sono scesi a 9 mila. Vale la pena di ricordare che questi lavoratori e queste lavoratrici sono stati all’inizio del secolo una delle punte avanzate della lotta della Fiom contro la concertazione e le politiche del padronato e del governo.

Tralasciamo ogni commento sulle tante bestialità che sono comparse in questi giorni sui media, sul “duro” scontro tra Francia ed Italia, sulla determinazione o sulle incertezze del governo italiano, sugli “slanci” patriottici di alcuni giornalisti, sulla “salvaguardia” delle regole europee della concorrenza, sulle fasulle preoccupazioni dei due governi per la sorte e il futuro dei lavoratori, ecc. ecc.

Abbiamo davanti un duro scontro tra forze capitaliste (dobbiamo anzi dire tra briganti capitalisti) e i loro referenti politici che condensa per molti aspetti quelli che sono alcuni degli elementi caratteristici essenziali dell’attuale fase del sistema capitalista in Europa e la sua collocazione nella globalizzazione capitalista.

Punti fermi sulle dinamiche capitaliste

Vale quindi la pena di ricordare alcuni punti fermi, quasi banali, dell’analisi marxista, che sembrano però essere stati smarriti anche da diverse forze della sinistra.

1. Il capitalismo funziona sulla base ferrea della concorrenza tra capitali diversi; senza  l’esistenza e il conflitto tra capitali differenti, tra diversi agglomerati di accumulazione e di decisioni il capitalismo non esisterebbe; questa concorrenza è quotidiana, più o meno regolata da vari trattati, ma può esprimersi in violente guerre commerciali  o anche in guerre vere e proprie tra diverse potenze capitaliste e imperialiste come la storia ha ampiamente dimostrato. La mondializzazione capitalista non ha attenuato queste tendenze, anzi le ha esasperate portando la concorrenza al suo azimut, determinando, una nuova galassia imperialista e una instabilità geopolitica cronica.

2. In questo quadro l’unificazione capitalistica dell’Europa, ricercata dalle borghesie europee per reggere la concorrenza delle altre potenze capitaliste è risultato un processo particolarmente difficile, anche se resta pienamente in atto, poiché i processi di centralizzazione e unificazione dei capitali non sono avvenuti, se non in minima parte, tra capitali europei. Questi processi in larga parte si sono manifestati tra capitali e multinazionali di diversa origine geografica, non solo europea quindi; queste ultime hanno ormai una base mondiale “indipendente” anche se mantengono un rapporto relativo con il loro stato di origine a cui ancora si rivolgono in caso di bisogno e necessità.

3. La concorrenza significa che ci sono dei pesci più grandi che mangiano quelli più piccoli; le dinamiche economiche politiche e sociali determinano dei vincitori e degli sconfitti, nei vari settori produttivi e finanziari tra i diversi capitalisti e più in generale anche nei rapporti complessivi tra gli stati che conoscono periodi di ascesa o di declino.

Per venire al settore della cantieristica, così importante nello scacchiere mondiale, la Fincantieri si trova oggi in una posizione di forza e punta quindi ad integrare altre società per reggere la concorrenza. Fusioni significano ristrutturazioni, riduzioni del personale, taglio dei rami secchi, modifica dei contratti di lavoro, tutti gli strumenti con cui si garantiscono i profitti e l’accumulazione del capitale. Hanno di che preoccuparsi del futuro sia i lavoratori di Nantes che quelli dei cantieri italiani.

4. A differenza della vulgata di cui il PCI si è fatto interprete dominante nel nostro paese, ma diffusa anche tanta parte della cosiddetta “nuova sinistra”, l’Italia è un paese imperialista a pieno titolo, certo di rango inferiore rispetto ad altri, ma non per questo meno operativo nell’esportazione di capitali, nelle acquisizioni di società all’estero, nella difesa degli interessi dei propri capitalisti, compresa la presenza militare.

5. Per tenere sotto controllo i conflitti inerenti al loro sistema economico i capitalisti hanno cercato di darsi delle regole sia sul terreno della competizione interna che su quella internazionale. Lo Stato e il diritto hanno come la funzione principe di mantenere il dominio della classe borghese sulla società e lo sfruttamento sulla classe lavoratrice, con tutti gli strumenti, istituzionali, politici, ideologici e repressivi necessari, garantendo l’accumulazione capitalista, ma hanno anche la funzione di regolare il conflitto tra i capitalisti e di sanzionare eventuali comportamenti che debordino il quadro che si sono dati. I tribunali borghesi non hanno solo il compito di reprimere le resistenze e ribellioni delle classi subalterne, ma anche quello di regolare il conflitto di interesse tra i capitalisti. Gli studi degli avvocati fanno i maggiori guadagni nella gestione di queste controversie.

E si sono dati trattati e regole internazionali per gestire la concorrenza su scala mondiale. Essi sono però soggette a continue forzature, a rimesse in discussione in relazione al mutare dei rapporti di forza economici e politici. In questo gioco complesso intervengono diversi interessi, quelli specifici di determinati settori borghesi, quelli di una borghesia presa nel suo complesso e del governo che la rappresenta, quelli a più corto raggio e quelli che individuano un progetto egemonico a più lunga scadenza.

6. I governi francesi sono sempre stati attenti a difendere gli interessi di specifici settori capitalistici industriali del paese, tanto più se ci sono in ballo produzioni industriali relative al delicato settore della guerra. Vale la pena di ricordare che la Francia, dopo la Brexit, è l’unico paese dell’Unione Europea che detiene un arsenale militare in grado di intervenire in giro per il mondo, un nodo delicato e decisivo per il capitalismo europeo, privo fino ad oggi di questo dispositivo essenziale in una fase così caotica della competizione internazionale.

Siamo di fronte a una nuova corsa al riarmo, frutto diretto della concorrenza internazionale, e si ripropone come era già all’inizio dello scorso secolo, la propensione a dotarsi di grandi flotte navali con tanto di gigantesche portaerei.

I diversi protagonisti dalle due parti delle Alpi si stanno infatti disputando le modalità e i ruoli nella costruzione di un grande conglomerato industriale operativo e concorrenziale sul piano sia delle produzioni civili che di quelle militari.

I lavoratori possono contare solo sulle proprie forze

Chiedere a Gentiloni di difendere gli interessi italiani per i lavoratori è un non senso, perché a difendere gli interessi dei padroni italiani ci pensa già da solo, come sempre hanno fatto i governi borghesi nel corso della storia, per esempio quando hanno regalato il gioiello dell’Alfa alla Fiat, o quando anni dopo, hanno lasciato che questa, sotto la direzione Marchionne abbandonasse il paese per migrare negli Usa in funzione dei propri interessi, facendo saltare contemporaneamente il contratto nazionale di lavoro per i lavoratori delle fabbriche italiane.

I lavoratori italiani e quelli francesi non possono contare che sulle proprie forze per difendere il loro futuro.

I lavoratori di Saint Nazaire vengono da una serie di profonde penalizzazioni, a partire dalla perdita delle 35 ore settimanali nelle varie trasmigrazioni della loro proprietà (dallo stato poi ai norvegesi, poi ai sudcoreani, oggi agli italiani) e hanno tutto da temere dalle future riorganizzazioni societarie e produttive.

Ma così anche i lavoratori dei cantieri italiani, che hanno subito, solo un anno fa, forti arretramenti, per altro dopo anni (2009-2013) di cassa integrazione, in termini di salario, orari e diritti, attraverso un contratto aziendale firmato di FIOM, FIM e UIL che pure è stato rigettato da più del 40% dei lavoratori, hanno molto da temere dai prossimi eventi. (inserire (link https://sindacatounaltracosa.org/2016/07/07/accordo-fincantieri-si-torna-al-pagamento-in-natura/).

Da questo punto di vista non possono certo rassicurare le dichiarazioni dei dirigenti sindacali italiani sia quelli più apertamente in sintonia con il governo Gentiloni, sia quelli della Fiom, rientrata dell’alveo della Confederazione. Il comunicato del 2 agosto del responsabile Fiom di settore Fabrizio Potetti trasuda, coprendosi dietro le grandi professionalità e sacrifici degli operai italiani, di un insopportabile e disastroso (per i lavoratori) nazionalismo; non c’è traccia dei vantati rapporti con il sindacato francese CGT, tanto meno di una reale proposta per unire i lavoratori al di sopra delle frontiere.

Tanto meno ci possono rassicurare le posizioni dei soggetti che mentre mettono sotto accusa il governo italiano e ritengono di essere molto radicali negli orientamenti politici e sindacali finiscono per assumere a loro volta posizioni nazionaliste.

Siamo colpiti che un compagno come Giorgio Cremaschi, già leader della Fiom negli anni della sua maggiore autonomia contrattuale e di lotta ed oggi esponente di Eurostop, nella ricerca di slogan ed iperboli roboanti, approdi alla conclusione che l’Italia non sia altro che una colonia e che  il problema centrale per i lavoratori sia di uscire dalla UE. Per fare che cosa chiediamo? Forse una potenza capitalista più forte e autonoma? Condividiamo invece un approccio internazionalista.

Il nostro punto di partenza, il punto di partenza della classe lavoratrice, non può che essere l’unità e la difesa dei comuni interessi di classe delle lavoratrici e dei lavoratori nei cantieri italiani e in quelli francesi e più in generale ancora -perché le vicende in atto avranno effetto sull’insieme della classe lavoratrice – sull’unità più generale del proletariato italiano e francese nella loro lotta contro le politiche di austerità, contro le ristrutturazioni e contro l’offensiva padronale in atto in tutti i paesi.

L’unità coi propri padronali nazionali per vincere la concorrenza facendo le scarpe ai lavoratori di un altro paese, è un atto suicida, che può portare solo alla sconfitta. Eppure per anni si è detto che i lavoratori uniti possono vincere. Quello che era vero ieri è tanto più vero e necessario oggi: serve una comune piattaforma rivendicativa e un comune coordinamento dei diversi cantieri qualsiasi lingua parlino; e le lingue non sono solo due, ma tante perché  molti sono i lavoratori migranti che lì lavorano.

una versione di questo articolo è uscita sul sito Anticapitalista.org

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1 commento

  1. Simona Tarzia

    Buongiorno, mi permetto di segnalare un errore riguardo l’elenco dei principali cantieri di Fincantieri: Riva Trigoso (non Trigosa, è una frazione di Sestri Levante) e Sestri Ponente.
    Saluti

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