Francia, sfida decisiva al jobs act di Macron

Francia, centinaia di migliaia in piazza contro le “riforme” di Macron che smontano i diritti dei lavoratori. Domani, 23, in piazza Melenchon

di Ercole Olmi

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Secondo round tra il presidente Macron (16% al primo turno delle presidenziali) e i sindacati, che dopo la prima giornata di scioperi indetta lo scorso 12 settembre oggi sono tornati nelle strade delle principali città francesi per manifestare contro la riforma del lavoro prevista dal governo. Un’iniziativa promossa dal sindacato della Cgt, con Sud-Solidaire, Fsu e una minoranza di FO, che come già successo in precedenza non ha ricevuto l’appoggio di altre sigle come quella di Force Ouvrière e della Cfdt. Organizzata alla vigilia della presentazione dei decreti attuativi al Consiglio dei ministri, la giornata ha visto una mobilitazione minore rispetto alla volta scorsa ma si iscrive dentro un periodo di mobilitazione molto importante. E si continua con lo sciopero dei servizi pubblici il 10 ottobre preceduto, il 23 settembre, dalla manifestazione promossa da France Insoumise, il partito di Melenchon. “Lo showdown con il governo ha avuto inizio, anche se oggi la mobilitazione non è unificata”, scrive l’organo dell’Npa, il Noveau parti anticapitaliste. Il pacchetto preparato da Macron, per implementare la loi travail, il jobs act alla francese, prevede la rottura del contratto nazionale di lavoro e introduce quello aziendale che i padroni possono sciogliere quando gli pare. Le aziende possono comprimere i salari e non pagare i giorni di congedo. Licenziamenti più facili, riduzione dei diritti dei lavoratori, si vuole abolire lo status dei dipendenti pubblici e dei ferrovieri (Macron dice che sarebbero troppo pigri), imporre una selezione maggiore nelle università e cancellare il valore legale del diploma. Un attacco senza precedenti e generalizzato per andare allo scontro, vincere e poi avere mano libera per degradare ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro. Macron, al pari dei suoi omologhi europei, vuole un mondo in cui i dipendenti non possono più difendersi collettivamente, la concorrenza capitalistica governa tutte le sfere della società e i migranti sono abbandonati al loro destino.

Anche in Francia ci sono sindacati concertativi ma c’è chi prova a organizzare una piattaforma collettiva radicale: riduzione dell’orario di lavoro, aumento dei salari, interdizione dei licenziamenti indiscriminati, prendere i soldi dove stanno: nelle tasche dei padroni! I profitti del CAC 40 (L’indice azionario  che prende nome dal primo sistema di automazione della Borsa di Parigi, la Cotation Assistée en Continu, Quotazione continuamente assistita, è il principale indice di borsa francese e uno dei più importanti del sistema Euronext) hanno superato  i record dell’anno scorso, continua l’evasione fiscale, tuttavia il governo non ha soldi né per le vittime di Irma (che ha colpito duro nei Territori d’Oltremare) né per le classi popolari della metropoli.

Secondo il ministro dell’Interno ieri hanno partecipato 132mila persone in tutta la Francia, mentre gli organizzatori si sono limitati ad annunciare «diverse centinaia di migliaia» di manifestanti. La scorsa settimana, quando la mobilitazione è stata unitaria, si erano contati tra i 223mila e i 500mila partecipanti. Il segretario nazionale della Cgt, Philippe Martinez, ha evocato una mobilizzazione «equivalente» a quella di dieci giorni fa, sottolineando che «ci sono molti più scioperi nelle industrie». In strada anche Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, secondo il quale la mobilizzazione «non fa che cominciare». Ma, oggettivamente, la sua chiamata del 23 ha giocato contro lo sciopero di ieri perché dà la possibilità di manifestare senza rinunciare al lavoro. A margine di alcuni cortei come quello di Parigi o Bordeaux si sono registrati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. In visita a Marsiglia nei luoghi dove verranno costruite le strutture per le Olimpiadi del 2024, Macron si è scontrato con una donna disoccupata di 41 anni, che ha rimproverato al presidente di essere «troppo liberale». Per tutta risposta, il capo dell’Eliseo ha ritenuto «necessaria» la riforma in cantiere ricordando l’alto tasso di disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani. Gli stessi argomenti indecenti utilizzati da chi ha imposto il jobs act in Italia.



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