Stalin, il burocrate che falsificò passato e futuro

Stalin fu l’ultima opera a cui Trotsky lavorò nella parte finale della sua vita. Esce in italiano l’edizione curata da Alan Woods

di Diego Giachetti

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Stalin, di Lev Trotsky, curato da Alan Woods e pubblicato nel 2017 della casa editrice milanese A.C. Editoriale, è la riproposizione di un’opera con aspetti e pagine nuove, inedite rispetto alle precedenti stampe. Stalin fu pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1946, tradotto e curato allora da Charles Malamuth. Comparve in Italia nel 1946 (poi 1964), per i tipi della casa editrice Garzanti. Nel 2008 le edizioni Prospettiva, impegnate nella pubblicazione delle opere scelte di Trotsky, ristamparono, nel decimo volume solo i primi sette capitoli, escludendo quelli successivi perché troppo manipolati dal curatore.

Storia di un libro

Il libro, al quale Trotsky lavorava dal 1938, quando gli venne commissionato dall’editore di New York Harper Brothers, non poté essere concluso perché il 20 agosto del 1940 l’autore fu colpito a morte nel suo studio a Coyoacan (Messico) da un agente stalinista. Quando fu assassinato il libro era completato solo per metà, rimanevano faldoni con molto materiale a diversi stadi di preparazione. Trotsky aveva potuto solo rivedere la prima parte dell’opera, i primi sei capitoli, non il settimo che però aveva già steso in forma definitiva. Dopo il suo assassinio, i capitoli incompiuti ma abbozzati furono consegnati a Malamuth il quale, come curatore, intraprese un lavoro arbitrario di tagli, riassunti e vere interpretazioni personali che stravolgevano o omettevano ampie parti di contenuto e significato esposti dall’autore. Quando il libro fu pubblicato, subito si levò la protesta della vedova di Trotskij, Natalia Sedova e dell’avvocato Albert Goldman, ma fu del tutto inutile. L’attuale edizione è quindi un atto dovuto verso di loro e verso lo stesso Trotsky, come afferma nella premessa il nipote di Trotsky, Esteban Volkov. Essa è il risultato di una lunga e certosina ricerca svolta tra le carte dell’Archivio Trotsky, depositate presso l’Università di Harvard negli Stati Uniti, che ha consentito di riportare alla luce e inserire documenti originali, arbitrariamente esclusi nelle edizioni precedenti e rimuovere le interpolazioni e le aggiunte di Malamuth.

Un’opera incompiuta

Stalin fu l’ultima opera a cui lavorò nella parte finale della sua vita. La sua opera meno valida, la definì il suo primo grande biografo Isaac Deutscher in quanto non riuscita, non finita, incompiuta, ritenuta quindi poco significativa. Un giudizio che non cancella però il fatto che Trotsky si dedicò a questo lavoro con energia, passione, e rigore. Scartabellò archivi con insistenza e pignoleria, frugò fra i propri ricordi, indagò con scrupolo storiografico, sottopose al vaglio critico tutte le fonti che aveva a disposizione, si soffermò su aspetti apparentemente insignificanti, varcò i confini delle discipline: usò la psicologia, l’antropologia, la storia e l’analisi economico-sociale e culturale; distinse fra fatti assodati, deduzioni personali e non, congetture, dicerie, pettegolezzi, facendo sfoggio di una metodologia rigorosa, fino a sfiorare la pedanteria nell’esegesi delle fonti.

Era una metodologia storiografica necessaria per districarsi nel revisionismo storico messo in opera dopo l’avvento al potere di Stalin. Nel 1934, ricordò Trotsky, il congresso del Partito comunista georgiano, sulla base di una relazione di Berija, dichiarò che nulla di quanto scritto fino ad allora rifletteva il reale e autentico ruolo del compagno Stalin. Tutta la vecchia memorialistica venne proscritta, alcuni autori finirono davanti al plotone d’esecuzione. Per “correggere” la storia passata fu costituito l’Istituto Stalin. Il suo primo compito fu quello di una ripulitura sistematica di tutti i vecchi documenti, che vennero censurati o ricoperti di nuove parole interpretative. La menzogna cominciò a dilagare e, ripetuta tante volte, divenne una verità falsa, trascinando con sé fatti, date, documenti, in una voragine profonda e oscura. A differenza di Hitler e di Mussolini che si proponevano direttamente come persone geniali, Stalin costrinse “altri a parlare del suo genio”. Attorno alla ricostruzione del suo ruolo venne a configurarsi una sorta di mitologia filosofica che sorreggeva la nuova casta dei burocrati dell’apparato del partito e dello Stato.

L’impianto narrativo

Lo scrupolo e la necessità di mantenersi sul piano di una disamina obiettiva del profilo del suo avversario condizionò in parte l’impianto narrativo. Gli fu contestata la mancanza di una narrazione scorrevole, priva della potenza discorsiva che aveva caratterizzato altre sue opere, come la magistrale Storia della rivoluzione Russa o il testo autobiografico La mia vita. Ciò è vero solo in parte. Evidentemente le parti incompiute non poterono essere sottoposte alla riscrittura bella e fluente che caratterizzava lo stile dell’autore. Ma non va sottovalutato un altro elemento dato dal personaggio oggetto della narrazione. Un personaggio, opaco, “enigmatico” che veniva da un passato grigio col quale si confondeva e imponeva quindi una realistica piattezza narrativa, la mancanza di slancio e di pathos nel raccontarlo. “Non nego che la figura di Stalin come la sono venuta delineando sia piuttosto sinistra; ma sfido chiunque a sostituirla con un’altra più umana”, annotava Trotsky.

Tuttavia, quelli che erano gli elementi forti e positivi del metodo storiografico di Trotsky emersero tutti in quest’ultima opera. Come già nella Storia della rivoluzione russa egli si avvalse di ricerche psicologiche ma le utilizzò all’interno dell’analisi sociale e storica. Non negò l’importanza dell’elemento individuale nel processo storico, né la presenza dell’accidentale, del fortuito; sapeva che la personalità storica deve essere considerata, con tutte le sue particolarità, non come una semplice somma di tratti psicologici, ma come una vivente realtà, uscita da condizioni sociali ben definite e che interagisce con esse. Lo scopo della biografia, scrisse lo stesso Trotsky nell’introduzione, “è mostrare come si sia formata una personalità del genere e come essa abbia conquistato il potere”. Importante quindi l’analisi del carattere quello che si forma nella più tenera età nella famiglia e nell’ambiente sociale circostante, per concludere che esso lo avrebbe portato a “rimanere sullo sfondo durante i periodi di avanzamento storico in cui le qualità migliori di altruismo ed eroismo si risvegliano nelle masse. All’opposto, il suo cinico disincanto verso gli uomini e la sua capacità speciale di parlare al lato peggiore della loro natura, avrebbero avuto modo di dispiegarsi ampiamente in periodi di reazione, che cristallizzano l’egoismo e la perfidia”.

Cauto e attento a non esporsi mai direttamente nel dibattito politico interno al partito bolscevico, “avanzava lentamente, con incertezza, cercando la sua strada a tentoni”, facendo sempre attenzione a non trovarsi in minoranza: “si impegnava nel dibattito solo quando sentiva di avere con sé la maggioranza, oppure quando l’apparato gli assicurava la vittoria a prescindere dalla maggioranza”. Stalin non era una nullità, ma senza il contributo della rivoluzione russa non sarebbe diventato quello che diventò: “il suo contributo alla rivoluzione appare misero in confronto al contributo che la rivoluzione stessa avrebbe dato alle sue fortune personali”“la storia lo ha agganciato e portato su come un secchio dal fondo del pozzo”, lasciò annotato da qualche parte nei capitoli mai conclusi.

Un testo che invita a pensare

Rileggendo quest’opera si ribalta l’assioma ricorrente secondo il quale l’incompiutezza è un limite negativo. L’incompiuto ha un suo fascino in quanto lascia aperto il campo delle possibilità, delle suggestioni e delle ipotesi, invita a riflettere e cercare: si pensi alla definizione di totalitarismo che usa più volte per definire la natura del potere stalinista, oppure l’intreccio che si delinea tra biografia di Stalin e autobiografia dell’autore, che si pone alla fine anche la domanda sulle responsabilità del bolscevismo rispetto alla nascita dello stalinismo. Su quest’ultimo aspetto Trotsky non si tira indietro e scrive che è facile, ma scorretto, dedurre che lo stalinismo fosse già radicato nel centralismo bolscevico. Quel tipo di organizzazione aveva i suoi limiti e pericoli, ma le loro radici non erano imputabili al “principio” del centralismo; piuttosto si devono cercare nelle condizioni sociali generali che trasformarono il bolscevismo in dittatura dell’apparato, cioè le circostanze storiche concrete. Chi pretende di dimostrare che il regime totalitario dell’Urss fosse dovuto alla natura del bolscevismo dimentica, osserva pungentemente, che la guerra civile non derivò dalla natura del bolscevismo, ma piuttosto dagli sforzi della borghesia russa e internazionale di rovesciare il regime sovietico.

In questo testo compare più volte il termine totalitarismo per definire la società sovietica sotto il tallone di Stalin e della burocrazia. In Unione Sovietica, scriveva, “esiste una gerarchia dominante, strettamente centralizzata e completamente indipendente dai cosiddetti soviet e dal popolo. La selezione di questa gerarchia viene condotta dall’alto in basso e Stalin detiene il potere di un autocrate assoluto. Seleziona egli stesso i membri del Comitato centrale, che poi può eliminare nell’intervallo tra un congresso e l’altro. La burocrazia ha a sua disposizione entrate gigantesche, non solo in termini di denaro ma anche sotto forma di splendidi edifici, automobili, residenze estive e dei migliori beni di consumo provenienti da ogni parte del paese. Lo strato superiore della burocrazia vive come la grande borghesia dei paesi capitalisti, mentre la burocrazia di provincia e gli strati inferiori della capitale vivono come la piccola borghesia in Occidente”.

Segnala anche la differenza tra e i capi fascisti, Mussolini e Hitler, e Stalin. L’idea fascista, affermava, misera, violenta e pericolosa, ha espresso dei leader che hanno cominciato la loro carriera politica prendendo l’iniziativa, costruendo propri partiti, rischiando di persona, aprendo la strada a un nuovo corso reazionario. Niente del genere si può dire di Stalin. Lenin creò il partito bolscevico. Stalin è emerso dall’apparato del partito ed è inseparabile da esso. Egli ha assunto il potere prima che le masse avessero appreso a distinguere la sua figura fra le altre nelle celebrazioni sulla Piazza Rossa. “Stalin non è salito al potere grazie a delle qualità personali, ma ad un apparato impersonale”.

Per comprendere Stalin e lo stalinismo Trotsky rievocava Luigi XIV, il sovrano francese che amava dire “lo Stato sono io”. Egli si limitava a identificarsi nello Stato e la sua formula era “quasi liberale se paragonata con la realtà del regime totalitario di Stalin” il cui potere va oltre quello dei Re, dei Cesari e dei Papi, poiché abbraccia l’intera economia del paese, quindi Stalin poté “spingersi al di là del Re Sole ed esclamare la società sono io”.

20170714_105138 per acquistare copie del libro scrivere a redazione@marxismo.net


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