Cucchi, nuovo teste a due settimane dal processo vero

Cucchi, il 13 ottobre al via il processo contro cinque carabinieri. Uno di loro: pronto alla gogna mediatica. E domenica il III memorial, la maratona dedicata a Stefano

di Checchino Antonini

++ Cucchi: nuovo teste, Stefano non si reggeva in piedi ++

Omicidio Cucchi, a due settimane dall’inizio del processo spunta un nuovo testimone. «C’è un nuovo testimone che si è fatto avanti alcuni giorni fa la cui deposizione è importante perché ci descrive uno Stefano particolarmente in difficoltà fisiche, aggrappato alle sbarre che non riesce a reggersi in piedi, altro che lesioni dolose lievi».

Un nuovo teste

Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi, muta il segno a una conferenza stampa che poteva sembrare solo funzionale al lancio del III memorial Cucchi. «Il nuovo teste descrive il clima in cui era costretto a vivere chi era depositario di una verità diversa da quella cosiddetta ufficiale. Non ha parlato perché era in carcere, a Regina Coeli. Nella deposizione parla di uno Stefano che non si reggeva in piedi con buona pace di coloro, periti compresi, che parlavano di lesioni dolose lievi».

«Inizia il processo, quello vero», aggunge Ilaria Cucchi pensando a quello che si aprirà il 13 ottobre e che vede imputati cinque carabinieri per la morte del fratello Stefano, avvenuta ad ottobre 2009. «Sarà un processo che potrà dimostrare a me e a tutti noi che la giustizia può essere davvero giusta e uguale per tutti», aggiunge nella conferenza stampa promossa al Senato da Luigi Manconi. «Questa volta l’imputato non sarà Stefano Cucchi – sottolinea Ilaria -, ma sarà un processo serio per la verità. Pensiamo a quanti Stefano Cucchi non hanno avuto questa possibilità».

Il memorial

E il memorial? «Sarà una festa – annuncia Ilaria – abbiamo scelto il primo ottobre, la data di nascita di Stefano e non quella della morte perché vogliamo ricordarlo con il sorriso sulle labbra». L’appuntamento per la maratona è per domenica al Parco degli Acquedotti, dove Stefano fu fermato nove anni fa, ed ebbe inizio un calvario tra caserme dei carabinieri, camere di sicurezza del tribunale, pronto socccorsi, camerate di Regina Coeli e, infine, il letto del “repartino” penitenziario del Pertini dove sarebbe morto. Alle 19, invece, l’ex Dogana di San Lorenzo ospiterà un evento musicale con decine di artisti che si alterneranno sul palco, da Mannarino a Marco Conidi. Madrina della serata ì l’attrice Jasmine Trinca. Previsti anche gli interventi dei ragazzi arrestati al G20 di Amburgo e le testimonianze di chi ha subito pestaggi o torture in carcere, di migranti, rifugiati e persone in emergenza abitativa.

L’esternazione dell’imputato

Nei secoli fedele al personaggio che s’è ritagliato, uno degli imputati sceglie di esternare sui social. «Oggi, come ieri e soprattutto come domani, siamo pronti alla nuova gogna mediatica che ci attenderà dal 13 ottobre prossimo». E’ il maresciallo Roberto Mandolini a scrivere. E‘ un veterano di parecchie missioni di “pace” e poi comandante di stazione dei cinque carabinieri indagati per il pestaggio di Cucchi, a sua volta indagato per aver preso parte alla minuziosa strategia che, per sei anni, ha impedito di capire cosa fosse successo prima dell’udienza preliminare. «Noi siamo qui, lavoreremo sereni e con la coscienza a posto, l’unica colpa dei Carabinieri è stata quella di arrestare una persona che spacciava sostanze stupefacenti al parco dell’Appio Claudio a Roma, vicino alle scuole medie. Tutto qui. Le testimonianze del padre, le perizie medico legali della famiglia e del gip, hanno certificato che non c’è stato alcun pestaggio che abbia procurato la morte di Stefano Cucchi, pesantemente debilitato come testimoniato dall’istruttore della palestra. Noi non abbiamo nessuno dietro, non abbiamo la politica, le tv, i giornali, le radio, le Onlus, le associazioni pro Acab, noi abbiamo solo i nostri Alamari, il nostro credo e la nostra onestà per affrontare il processo, e soprattutto la vicinanza dei cittadini che hanno capito tutto e che ci supportano in ogni modo da due anni. Grazie a tutti». E’ dietro il luogo comune del servitore dello stato bistrattato, malpagato, che nessuno gli vuole bene, che si vuole andare a parare? Un po’ paradossale visto che soldati e poliziotti godono tradizionalmente di buona stampa al punto che ogni sera sui grandi network ci sono fiction che ne celebrano le gesta.

Il luogo comune del servitore bistrattato dallo stato

Ma questa è la linea di chiunque sia coinvolto in quelli che chiamiamo, dal tempo dell’omicidio di Federico Aldrovandi, casi di malapolizia, di abusi commessi da cittadini in divisa che, proprio per una questione di dress code, non ammettono che anche per loro valgono i confini della legge e della Costituzione. E’ a loro che ammiccano giornali come Libero, Il Tempo, il Giornale, talk show televisivi e praticamente tutti i partiti, specialmente di destra: quando era ministro della Difesa, il postfascista Ignazio La Russa, a poche ore dalla notizia della morte di Cucchi, assolse l’Arma contribuendo al cono d’ombra che avvolgerà i carabinieri per tutta la prima inchiesta. Questo, infatti, è il secondo processo. Il primo era stato la risultante di un’indagine che tentava di archiviare come malasanità una storia che è un mix velenoso tra vecchi vizi della scena italiana. Il proibizionismo, la malapolizia, la condizione carceraria e solo in fondo quel pizzico di malasanità. Uno dei più feroci denigratori delle vittime di polizia e carabinieri, è l’ex carabiniere Giovanardi, una carriera tutta dentro il parlamento e in diversi governi. Altro che servitori dello stato abbandonati: è a loro, alla casta degli ufficiali e alla truppa tutta, che si è rivolto Salvini nell’ultima kermesse di Pontida quando è apparso – tra una selva di braccia tese, per dirla con Battisti – sul palco assieme a Gianni Tonelli, capo del Sap che, dopo aver provato con i 5 stelle (come ha ammesso in un’intervista) potrebbe essere il ministro degli Interni del governo Salvini prossimo venturo. Non stupirebbe nessuno visto che il buon Tonelli, oltre a scandalizzarsi per i processi Diaz e Bolzaneto, è il capo di quel sindacato che ha tributato una lunga standing ovation ai quattro agenti condannati in tre gradi di giudizio per l’uccisione di Federico Aldrovandi.

L’album del maresciallo felice

Ma torniamo a Roberto Mandolini. Possiamo dire che è un maresciallo “felice”, come scriveva sui social all’indomani delle prime notizie sulla svolta delle indagini che lo tiravano in ballo. E’ felice quando lavora su blindati nuovi fiammanti, si capisce: è un maresciallo dei carabinieri. E’ innamorato delle proprie foto in divisa, le posta e le riposta, e usa molto i social. E’ meno felice quando deve fare servizio alla Stazione Termini: “Brutta zona, brutto lavoro, brutta serata……..brutta gente..!!!!”. Il felice Mandolini, quella notte di ottobre del 2009, non era felice ma agitato e preoccupato e disse al suo superiore che «l’avevano(Cucchi ndr) massacrato di botte, che dei carabinieri non si erano regolati a livello fisico e che a questo ragazzo cercavano di scaricarlo».

All’epoca scrisse su uno status che dopo la perizia avrebbe ricevuto «quasi 10.218 messaggi di solidarietà e vicinanza». Dunque almeno 10.217 e mezzo (curioso modo di contare) messaggi di auguri ma si schermisce: «Ho fatto solo il mio dovere». Stando alle carte, avrebbe scritto di suo pugno, in calce ad uno degli ordini di servizio contraffatto quella notte, un commento che ora suona agghiacciante e beffardo: “Bravi!” (pagina 47 della richiesta di incidente probatorio). “I carabinieri hanno fatto il loro dovere, arrestarono un grande spacciatore che spacciava fuori le scuole di un parco di Roma (…). Tutto il resto è speculazione politica per soldi e per arrivare in Parlamento”, tagliava corto il maresciallo commentando in rete un articolo che ricostruisce i fatti. Era questo il suo dovere? A luglio del 2015, era così felice di essere convocato che s’è avvalso della facoltà di non rispondere.

Non solo rischia di rasentare lo stereotipo del carabiniere ignorante quando confonde una perizia (che non ha letto bene come invece ha fatto Ilaria Cucchi) con una sentenza, ma rivela, con molti suoi colleghi la medesima sottocultura un po’ machista, forse diffidente e ostile nei confronti degli stranieri, condivisa da tantissimi appartenenti alle forze dell’ordine evidente nelle azioni che conducono agli abusi e nelle reazioni sdegnate contro quel pezzo di società che riesce a indignarsi per loro.

Anche a gennaio 2016 Mandolini faceva sapere su facebook di essere felice proprio mentre tutti i giornali riferivano la denuncia contro Ilaria Cucchi da parte di un altro dei carabinieri sotto le lenti della procura. Dal suo profilo: «Ad oggi ho ricevuto quasi 3000 messaggi in privato di padri e madri di famiglia, di cittadini onesti, di persone che non delinquono nella vita per vivere, genitori attenti all’educazione dei figli (il neretto è mio, ndr)… ».

Ecco cosa ha scritto il maresciallo felice sul caso Bifolco:

“Con tutto il rispetto per il dolore di una madre per la perdita del figlio…..ma io a 17 anni, alle 03:00 di notte, non andavo in giro per la città in tre su un motorino rubato, senza assicurazione, senza patentino e in compagnia di un latitante e un pregiudicato. Io stavo a casa a dormire…..!!!! Mia madre diceva: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei…..”. Così anche il primo ottobre del 2014, commentando l’assoluzione dei poliziotti che causarono la morte di Domenico Ferrulli: «Finalmente una Corte che smentisce l’operato di alcuni PM……. Chi è causa dei suoi mali…..pianga se stesso……!!! Alle 20:00 si cena a casa e in famiglia e non si sta a schiamazzare ubriachi sotto le case della gente……». Le vittime, insomma, se la sono cercata. Come moltissimi tutori dell’ordine anche il maresciallo felice sembra convinto di servire con onore uno stato, troppo permissivo, che non difende adeguatamente i propri servitori. Per esempio il post del 20 settembre 2014: “Le forze dell’ordine arrestano……e i giudici liberano…..!!!! È sempre stato così in Italia e sempre così sarà”.

Anche le intercettazioni dei suoi uomini forniscono uno spaccato inquietante della visione del mondo che li ispira:

«Se mi congedano, te lo giuro sui figli miei, non sto giocando, che mi metto a fare le rapine (…). Vado a fare le rapine agli orafi, quelli là che portano a vedere i gioielli dentro le gioiellerie», dice uno dei tre indagati per il pestaggio, lo stesso che l’ex moglie rimprovera di essersi divertito a pestare Cucchi. Dalle stesse intercettazioni raccolte dalla Squadra Mobile nel corso dell’attività investigativa emerge anche che il maresciallo si rapporta con un pregiudicato che chiama «fratello» e con il quale si incontra per scambiarsi oggetti d’oro. La svolta investigativa arriva quando Anna Carino, ex moglie di D’Alessandro, gli ricorda al telefono: «Hai raccontato a tutti di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda (…) che te ne vantavi pure… che te davi le arie».

La frase intercettata viene confermata dalla donna quando il 19 ottobre 2015 è stata sentita dal pm. La sua deposizione è finita nell’informativa finale della Mobile:

«Raffaele è sempre stato un tipo molto aggressivo. Quando indossava la divisa, poi, si sentiva Rambo. Mi raccontava anche di pestaggi ai danni di altri soggetti, che avevano portato in caserma in altre circostanze. Ricordo che mi parlò di pestaggi ai danni di extracomunitari, anche se non si trattava di pestaggi di questo livello. Per quello che ho percepito io, soprattutto quando lo sentivo mentre ne parlava con altri, il pestaggio di Cucchi fu molto più violento».

Dirà la donna agli inquirenti che quel pestaggio non fu un caso isolato: «Quando raccontava queste cose Raffaele rideva e, davanti ai miei rimproveri, rispondeva “Chill è sulu nu drogatu e’ merda”».



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