Aldo Bianzino, senza verità nessuna giustizia

Dieci anni fa la morte in carcere di Aldo Bianzino, falegname pacifico arrestato per il possesso di poche piante di canapa. Carcere e proibizionismo uccidono

di Checchino Antonini

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Dieci anni veniva trovato morto, nella sua cella del carcere di Perugia, Aldo Bianzino, ebanista pacifico e inerme arrestato poche ore prima nella sua casa sulle colline umbre. Una serie di striscioni in varie città lo ricordano a un Paese distratto e impaurito. La firma, Acad, è quella dell’associazione contro gli abusi in divista. Aldo si coltivava la canapa, poche piante per l’autoconsumo, e tanto è bastato perché fosse sbattuto in galera.

Di sicuro si sa che non gli hanno neanche detto che Aldo era morto. Quando Roberta ha chiesto del suo compagno le è stato detto soltanto che lo avrebbe rivisto dopo l’autopsia. Di sicuro si sa che Aldo Bianzino, 44 anni, è morto all’alba di una domenica, il 14 ottobre, in una cella del carcere di Capanne, Perugia. Di sicuro si sa che era stato arrestato il venerdì prima, assieme a Roberta, la madre del più giovane dei suoi tre figli. E’ successo nel casale sopra Pietralunga, tra Città di Castello, Gubbio e Umbertide. Prima la perquisizione alle 7 del mattino, con il cane antidroga che non trova nulla nel casale. Ma poi, diero un cespuglio spuntano alcune piante di marijuana. I giornali locali riportano cifre consistenti. Un centinaio di piante ma forse hanno fatto la somma con le piante maschio trovate in fosso secche e inutilizzabili.

Di sicuro sappiamo che Roberta e Aldo sono stati portati al commissariato di Città di Castello per le formalità di rito e da lì trasferiti, con un mandato d’arresto spiccato dallo stesso pm che si occupa della morte di Aldo, al carcere di Capanne, struttura di media sicurezza, dove non c’è il regime duro dell’articolo 41, come a Spoleto o Terni. Struttura moderna, nuova, inaugurata da Castelli quand’era Guardasigilli di Berlusconi.

Firenze Firenze

Di sicuro si sa, l’ha detto la famiglia, che il comportamento degli agenti di Città di Castello sia stato corretto. Roberta e il suo compagno si sono persi di vista solo all’arrivo in carcere, pomeriggio di venerdì 13. Di sicuro, un avvocato d’ufficio li ha visti il giorno appresso, prima lui poi lei. Aldo stava in condizioni normali, solo era preoccupato per Roberta. Roberta che sarebbe stata rilasciata la mattina dopo. Di sicuro si sa che il medico legale avrebbe presto escluso l’ipotesi di una morte per infarto. Anzi, avrebbe riscontrato quattro emorragie cerebrali, almeno due costole rotte e lesioni a fegato e milza.

Di sicuro, e di strano, si sa che non c’erano segni esteriori. Tanto da lasciare perplessi i consulenti incaricati della perizia. Di sicuro si sa che le ferite al fegato non sono idonee a cagionare la morte, spiega a Liberazione uno dei legali della famiglia, Massimo Zegarelli del foro perugino. «Di sicuro sappiamo che è arrivato a Capane in condizioni di assoluta normalità e da lì non è uscito». Trauma non accidentale, non è morto perché caduto dal letto a castello. Lesioni compatibili con l’omicidio, scrivono i giornali locali. Ci si chiede se siano opera del caso oppure opera dell’uomo. Un arrestato resta in isolamento fino a quando non lo vede il giudice delle indagini preliminari. Dunque Aldo Bianzino non dovrebbe aver avuto contatti con altri detenuti. «Una risposta importantissima verrà dall’analisi dell’encefalo – continua l’avvocato – ora messo sotto formalina in attesa che raggiunga una certa rigidità, che “il materiale si fissi”, come dicono gli specialisti». Intanto, però, i familiari non hanno ancora potuto vedere il corpo, né sanno quando sarà possibile organizzare i funerali.

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Di sicuro si sa che Aldo era particolarmente mite, “ghandiano”, pacifista, totalmente incensurato. La notizia piomba nella piccola comunità spirituale di cui Roberta e Aldo, che era arrivato dal Piemonte una ventina d’anni fa, passando per l’India, fanno parte. E piomba in un giorno di festa religiosa trovando tutti increduli. Aldo che era magro, etereo, alto, con ceti occhi azzurri dietro le lenti. «La mitezza in persona», racconta una voce a Liberazione un paio di settimane dopo, quando quel giornale, ora scomparso, portò la notizia alla ribalta come aveva fatto per il caso Aldrovandi e poi di Cucchi. «Così rispettoso e riservato da metterti in soggezione, quasi a farti dire ho paura di entrare nella sua sfera». «Infarto? Come può essere? L’hanno pestato, ma perché dovrebbero avero menato? Il dubbio sottile passava tra una mente e l’altra», continua il racconto dell’incredulità di quella domenica.

Chi lo conosceva dall’84 lo immagina «calmo» dentro quella cella, «in preghiera, a chiedersi il perché di quella condizione». Persona riservata colta, segnato da un’esperienza spirituale con un maestro induista «che non indottrina, non chiede proselitismo, non chiede di stare fuori dal mondo, che non impone precetti rigidi ma solo il principio quasi benedettino di pregare e lavorare, i comandamenti di verità, semplicità e amore». Era questo ad aver portato Aldo in Umbria alla ricerca di una dimensione diversa più vicina alla natura, in una comunità a maglie larghe, «che a volte il mondo frantuma perché ognuno di noi si deve affaticare nel mondo». Ma lo stile cercato è quello di «vivere più semplicemente possibile, con tutte le difficoltà di questo mondo che, lo si voglia o no, si ripercuotono sempre anche su di noi».

Di sicuro si sa che due poliziotti sono tornati a casa di Roberta, sconvolti, quasi a scusarsi per averlo condotto in galera. Roberta è più scossa di loro. Di sicuro si sa che era un

bravo falegname, suonava l’armonium e cantava il canto rituale di devozione. Di sicuro si sa che a giugno del 2006 è morta suicida un’italiana di 44 anni nel centro clinico del penitenziario, nel vecchio carcere, e che qualche giorno dopo i Nas hanno scoperto medicinali e materiali scaduti nello stesso centro dopo la morte di un detenuto tunisino di Capanne che aveva appena subito un intervento chirurgico. Di squadrette, finora, non ha parlato nessuno.

Di sicuro si che il proibizionismo ha ucciso ancora.

Di sicuro si sa, dieci anni dopo, che Bianzino muore per una emorragia sub-aracnoide (ESA): un sanguinamento cerebrale che porta alla morte nell’arco di alcune ore, provocando nel frattempo quello che un medico legale al processo ha descritto come “il dolore più intenso che si possa provare.” In realtà, l’autopsia riscontrò sul corpo dell’uomo quattro ematomi cerebrali, fegato e milza danneggiati, due costole fratturate.

La ricostruzione giudiziaria spiega pure che, nel corso della notte tra il sabato e la domenica, Aldo Bianzino avrebbe chiesto più volte aiuto, ma le sue richieste sono state ignorate dalla guardia di turno e quando l’hanno infine trascinato fuori dalla cella, fatto di per sé anomalo, e gli hanno praticato la rianimazione era già troppo tardi. Secondo la famiglia alcuni elementi cozzano con la tesi dell’ESA: in primis la profonda lacerazione al fegato, con consistente versamento di sangue, evidenziata dall’autopsia. Nel processo s’è ritenuta una conseguenza della rianimazione ma il primo medico aveva parlato di «colpi dati scientemente, con tecniche militari, atti a lesionare gli organi interni senza lasciare segni esterni». Se i medici avessero provocato una lesione così grave mentre facevano il massaggio cardiaco, sicuramente avrebbero rotto anche delle costole e lesionato lo sterno, ma dall’autopsia le ossa risultavano intatte.

Di sicuri si sa che il fascicolo per omicidio colposo è stato chiuso dopo pochi mesi, e il procedimento è proseguito solo per omissione di soccorso fino all’estate del 2015, quando la Cassazione ha confermato in ultima istanza la condanna a un anno della guardia carceraria di turno la notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007 per non avere prestato soccorso alle richieste di aiuto di Bianzino. La condanna di primo grado era più lunga – un anno e sei mesi – ma era poi già stata ridotta di sei mesi in appello, nell’ottobre 2014.

Di sicuro si sa che non è finita qui.

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