Sovranisti, giù le mani da Gramsci! Era un vero internazionalista

Gramsci in translation/1. Il ruolo dell’apparato egemonico e il rapporto nazionale/internazionale in Gramsci e oggi

di Guido Liguori*

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1. In primo luogo, sento il bisogno di insistere su un punto, a mio avviso preliminare, che già viene richiamato dal titolo di questo incontro: non si possono prendere da Gramsci spunti, idee, concetti e cercare di applicarli oggi, nel nostro mondo di oggi, così come sono.

Gramsci, studioso del linguaggio negli anni dell’università, insiste non a caso, nei Quaderni del carcere, sulla necessità di tradurre un concetto da un contesto (temporale e geopolitico) all’altro, sapendo che “traduzione” non vuol dire mai trasposizione meccanica, o ricopiatura, ma intelligente opera di adattamento in un contesto per molti aspetti diverso.

Tanto più ciò è importante quanto pensiamo a come sia lontano il nostro tempo da quello di Gramsci. Molte sono le novità intervenute (economiche, politiche, tecnologiche), anche se credo che esse in realtà non segnino un passaggio d’epoca: le problematiche fondamentali rispetto a cui Gramsci ragionava sono ancora in gran parte le nostre.

Credo che questo incontro debba servire proprio a iniziare a capire come effettuare questo esercizio di “traduzione”.

2. Con questa ottica, in primo luogo mi chiedo: quale rapporto vi era allora, al tempo di Gramsci, tra dimensione nazionale e dimensione internazionale? E quale rapporto vi è oggi? Quale deve essere la nostra posizione rispetto al rapporto nazionale/internazionale che oggi abbiamo di fronte?

Gramsci nel chiedersi come marxismo e movimento comunista dovessero considerare «la situazione internazionale […] nel suo aspetto nazionale», riconosce subito il fatto che una realtà nazionale è «il risultato di una combinazione “originale” unica», egli scrive, e afferma che essa «in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla».

E aggiunge: «Certo lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza è “nazionale” ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. Ma la prospettiva è internazionale e non può essere che tale» (Q 14, 68, 1729).

I comunisti per Gramsci devono dunque saper “fare politica” ben calati nella specificità della situazione nazionale in cui vivono, ma sono sempre, anche nei Quaderni, come già egli diceva nel 1917, quando commentava la rivoluzione in Russia, profondamente internazionalisti.

Potrebbe sembrare una affermazione scontata ma non lo è, soprattutto oggi, quando vediamo che i movimenti cosiddetti sovranisti a volte utilizzano Gramsci e cercano di farne il teorico della difesa dell’isolazionismo nazionale.

Al contrario, già il giovane Gramsci riteneva il protezionismo un elemento antistorico, carico di pericoli perché rischiava di portare al nazionalismo, come  si vide bene soprattutto all’indomani della Prima guerra mondiale.

Allora fu inventato il fascismo: base di massa, spesso popolare o piccolo borghese; nazionalismo, xenofobia, razzismo.

Le destre cosiddette “populiste” odierne non mi paiono così lontane da quel modello.

È molto pericoloso che forze e intellettuali di sinistra alimentino queste tendenze.

3. Per Gramsci questa deriva nazionalista è il problema che nasce dal fatto che l’economia è internazionalizzata, mentre la politica è nazionale e anzi nazionalista.

Oggi la situazione è in parte uguale e in parte diversa: la politica ha un grado di internazionalizzazione superiore a quella degli anni 20-30 del Novecento, ma le destre cosiddette populiste (dico “cosiddette” perché oggi la parola populismo è usata nei modi più diversi) hanno grandi consensi proprio accusando la internazionalizzazione economica e proponendo il rintanarsi nelle “trincee” nazionali.

Ebbene, questa via d’uscita è a mio avviso falsa, cieca, sbarrata, almeno per gli Stati europei, a causa delle loro dimensioni, delle dimensioni dei loro mercati interni, del loro peso specifico (che, assunto singolarmente, è poco rilevante) nell’ambito dell’economia e dei mercati mondiali.

Del resto, Gramsci prende esplicitamente in considerazione la dimensione europea: «esiste oggi una coscienza culturale europea – egli scrive – ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi [sottolineo questa ultima frase!]:  se – egli prosegue – fra x anni questa unione sarà realizzata la parola “nazionalismo” avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale “municipalismo”» (Q 6, 78, 748).

Cioè lo Stato nazionale è destinato in prospettiva a essere superato.

Dunque, possiamo dire, che secondo Gramsci per arrivare al prevalere della classe internazionale (come lui chiama il proletariato, le classi popolari) non è affatto escluso il passaggio per una economia e un superstato europei, anzi.

 

4. In questa situazione odierna, cosa resta dello Stato?

Se esso soffre, come spesso è stato detto, di perdita di sovranità e di incapacità di intervento economico in una dimensione ormai insufficiente come quella nazionale, a cosa serve effettivamente lo Stato alle forze dominanti?

Perché sono fallite quelle teorie più estreme della globalizzazione che venti anni fa ipotizzavano la estinzione dello Stato nazionale, addirittura dei suoi documenti di identità, immaginando un mondo in cui tutti saremmo stati membri di una impresa multinazionale, e identificati come tali, invece che facenti parte di un organismo politico statale di dimensioni più o meno grandi, nazionale o plurinazionale che sia?

A cosa serve lo Stato oggi?

La risposta può e deve essere data su più piani diversi, evidentemente.

Da parte mia, per avanzare una ipotesi che risponda a questa domanda, si può anche pensare a quanto Gramsci scrive in merito all’Apparato egemonico statuale-nazionale. Spiego di cosa si tratta.

Facciamo un passo indietro.

Cosa è l’ideologia per Gramsci?

Come è noto, egli si allontana dalla concezione marxista prevalente (ideologia come falsa coscienza o coscienza capovolta) per assumere la concezione non negativa di ideologia come «concezione del mondo», che del resto era già presente nel Che fare? di Lenin.

Gramsci utilizza ripetutamente un celebre passo della Prefazione del ’59 di Marx, dove Marx sostiene che le «forme ideologiche», cioè le ideologie, permettono agli uomini di «concepire» e «combattere» i conflitti economico-sociali. Ovvero i conflitti di classe.

Cioè gli uomini prendono coscienza del fatto che la società è divisa in classi che si combattono, proprio grazie alle ideologie, che dunque non sono una cosa negativa, solo una visione «capovolta» della realtà.

Nel loro senso migliore, dice Gramsci fin dai suoi scritti giovanili, e poi lo ripete nei Quaderni, le ideologie vanno intese come «entità storiche» [si veda l’articolo Astrattismo e intransigenza, dell’11 maggio 1918], cioè realtà, da cui nella lotta politica non si può prescindere, e da cui anche Marx non prescinde, perché servono a concepire la lotta di classe.

A cosa servono le ideologie nella vita sociale?

Le ideologie – scrive ancora Gramsci nei Quaderni del carcere – «“organizzano” le masse umane, formano il terreno in cui gli uomini si muovono, acquistano coscienza della loro posizione, lottano ecc.» [Q, 869].

Gramsci riprende più volte nei Quaderni una affermazione di Marx secondo la quale «una persuasione popolare ha spesso la stessa energia di una forza materiale».

Cioè le idee, le ideologie, le convinzioni, quando si impossessano delle masse, diventano una vera e propria forza, una arma per lottare contro i nemici.

Le idee sono delle armi, dunque, armi per difendere lo stato di cose presente o per cambiarlo.

Questo è un passaggio fondamentale per Gramsci.

La lotta per l’egemonia è lotta tra ideologie. Tra diverse concezioni del mondo. In primo luogo, oggi come ieri, tra le ideologie che affermano che un altro mondo è possibile e le ideologie che al contrario lo negano, che sono poi le ideologie liberiste che ripetono il mantra del mercato come dio oggettivo, immodificabile, che governa le nostre vite.

Dobbiamo convincerci e convincere che questo non è vero, che – scriveva il giovanissimo Gramsci (appena 26 anni) già nel 1917, commentando la rivoluzione d’Ottobresono gli esseri umani che producono «i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà [ovvero li possono, se vogliono, adeguare alla loro volontà],finché questa [la volontà] diventa la motrice dell’economia», egli dice.

5. Ma questa lotta non è una pura “battaglia delle idee”, come credono alcuni liberali, o come traspare dalle teorie di Habermas, per cui si espongono delle idee e liberamente, razionalmente gli esseri umani, l’opinione pubblica, decidono quali idee sono le migliori e più razionali e adeguate, almeno per la maggioranza.

Queste idee – dice Gramsci – hanno una «struttura materiale», si articolano cioè in «apparati» della società e dello Stato che elaborano e trasmettono e diffondono queste ideologie, queste visioni del mondo, le fanno diventare senso comune.

Lo Stato integrale, come dice Gramsci, è lo Stato moderno, lo Stato delle società complesse, che non è fatto solo di apparati repressivi, ma soprattutto di un Apparato egemonico che serve per creare consenso verso la classe egemone.

Le idee dunque non nascono dal nulla, non sono puri prodotti mentali che vengono valutate razionalmente dai cittadini e dalle cittadine.

Scrive Gramsci: «lo Stato ha e domanda il consenso, ma anche “educa” questo consenso».

E educa questo consenso con l’Apparato egemonico, con un insieme di organismi, che sono indifferentemente pubblici o privati, scrive Gramsci (cioè scuole, televisioni, giornali, partiti, chiese), che sono la parte più importante dello Stato integrale, cioè di quel tutt’uno che è la realtà storico-sociale.

6. A me pare che questo dell’apparato egemonico, degli apparati del consenso, è probabilmente uno dei luoghi in cui la mediazione dello Stato-nazione è ancora particolarmente necessaria alle forze egemoni oggi.

È vero che si diffondono anche qui, non da oggi, i processi transnazionali, legati non solo alla musica-linguaggio-universale, come già Gramsci sapeva, ma anche ai format televisivi, al cinema commerciale, al linguaggio subdolamente pervasivo della pubblicità e alla stessa diffusione non neutra, bensì carica di implicazioni egemoniche, da parte di una lingua inglese globalizzata.

Ma la mia impressione è che su questo terreno della educazione al consenso verso il sistema esistente, il discorso egemonico dominante abbia bisogno ancora della sua dimensione nazionale, e anche linguistico-nazionale.

7. Tuttavia sappiamo anche che per Gramsci dentro gli apparati egemonici si aprono delle contraddizioni, si può lottare, c’è possibilità, c’è spazio per condurre una lotta per una diversa egemonia.

Chi vuole lottare per il cambiamento radicale deve pian piano creare e diffondere un altro senso comune, più elaborato, più avanzato, di quello che originariamente e quasi naturalmente le classi popolari hanno.

Ciò per Gramsci equivale a dire: lottare per mezzo di un loro partito.

E questo è uno dei punti più problematici nell’opera di tradurre Gramsci, su cui bisognerebbe riprendere e approfondire la riflessione.

Dobbiamo provare a fare questo lavoro di costruzione di un nuovo senso comune, non nazionalistico, non sovranista, non liberista.

Capace di contrastare l’Apparato egemonico di Stato, sia a livello nazionale che sovranazionale.

A mio avviso da qui, dalla sinistra europea, questo processo tutto da compiere deve essere iniziato e trarre forza.

Abbiamo bisogno di creare o sviluppare i nostri centri permanenti di elaborazione (fondazioni, centri ricerca, case editrici, siti web) perché siano non un orpello, una decorazione, relegati nel cosiddetto “settore culturale”, ma perché divengano un punto di riferimento per le forze della sinistra europea, centri che, parlando molte lingue, aiutino le diverse realtà nazionali e nel contempo rafforzino l’orizzonte internazionale e internazionalista.

Questo incontro, è il mio auspicio, deve essere un primo passo in questa direzione.

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*Questa relazione ha aperto il 18 ottobre scorso il convegno Gramsci in translation promosso a Bruxelles dal Gue-Ngl e dall’International Gramsci Society, con il coordinamento dell’europarlamentare italiana Eleonora Forenza. La pubblicazione degli interventi proseguirà su Popoff nei prossimi giorni.

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo, è presidente della International Gramsci Society Italia e capo-redattore della rivista di cultura politica “Critica Marxista”. I suoi interessi di studioso riguardano la storia del marxismo, il pensiero socialista, il pensiero politico italiano del Novecento, il pensiero di Gramsci e la sua diffusione nel mondo. È autore tra l’altro di  Sentieri gramsciani (Carocci 2006, tradotto in Brasile e in lingua inglese); La morte del Pci (Manifestolibri 2009, tradotto in Francia); Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche 1922-2012 (Editori Riuniti 20122); Berlinguer rivoluzionario. Il pensiero politico di un comunista  democratico (Carocci 2014). Ha curato con P. Voza il Dizionario gramsciano 1926-1937 (Carocci 2009), contenente oltre 650 voci scritte da 60 specialisti di diversi paesi.

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