Tradurre Gramsci: politicizzare il pessimismo

Gramsci in translation/2 Pensieri lunghi, ritmi lenti, cammini tortuosi e ripidi. Cose diametralmente opposte alle scorciatoie e le compulsioni della tentazione populista

di Massimo Modonesi*

Secondo appuntamento con i materiali del convegno Gramsci in translation promosso a Bruxelles, 18 e 19 ottobre, dal Gue-Ngl e dall’International Gramsci Society, con il coordinamento dell’europarlamentare italiana Eleonora Forenza. La pubblicazione degli interventi proseguirà su Popoff nei prossimi giorni.

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Il pessimismo è il grigio riflesso dei tempi oscuri che viviamo. Walter Benjamin sosteneva che lo si doveva organizzare, il che equivale a dire che bisogna politicizzarlo, dargli senso e proiezione affinché generi coscienza e mobilitazione.

Il pessimismo organizzato e politicizzato può essere un antidoto efficace alla tentazione populista la quale, aldilà del dibattito sul suo contenuto, si presenta come una forma di generare speranze e illusioni, creare e prendere scorciatoie per conquistare il potere politico. Una forma non populista di fare politica di sinistra anticapitalista, senza scivolare nel settarismo e limitarsi a un ruolo semplicemente testimoniale, richiede di pensare in modo antitetico le forme, i territori e i ritmi della lotta.

In corrispondenza al dispositivo di Laclau, il populismo e la versione populista di rivoluzione passiva promuovono una precaria e in gran misura immaginaria costruzione del soggetto popolo per abilitare una rapida – perché artificiale- aggregazione elettorale, cioè congiunturale e istituzionale, un aggiustamento della correlazione di forze al livello più superficiale e effimero –che può esprimere la crisi della governance neoliberista ma non generare la crisi profonda della sua penetrazione culturale, il sottosuolo egemonico che la continua a sostenere. In questa acrobazia si sottovaluta, disprezza, sacrifica o deliberatamente manipola il potenziale antagonista e autonomo delle classi subalterne, risorsa indispensabile di un cambiamento profondo e durevole di correlazione di forze sul qual si possa edificare un processo emancipatorio.

Questa constatazione è un’avvertenza rispetto alle illusioni congiunturali, di repentine irruzioni di mobilitazioni o inattesi spostamenti elettorali, del culto dell’evento, dell’episodio, che comporta non riconoscere il peso fondamentale dei processi politico-culturali ai quali Gramsci attribuiva tanta importanza. Evento la cui portata e produttività politica non si può leninisticamente negare, ma senza sopravvalutare l’emergente in sé e per sé, come dovremmo aver imparato dalle reiterate lezioni delle molteplici situazioni pre-rivoluzionarie che abbiamo vissuto o semplicemente immaginato.

Compare qui la questione dei ritmi della lotta politica, dove la tirannia dell’efficacia del corto termine ci impedisce di collocarci pienamente nella sconfitta storica partendo dalla quale possiamo e dobbiamo pensare il che fare anticapitalista e socialista rivoluzionario. Assumere in forma integrale la sconfitta, non solo in termini tattici rispetto a un momento determinato della storia, ma come orizzonte strategico, comporta rivisitare criticamente tutti i trionfalismi progressisti di una epoca che sta tramontando, quelli socialdemocratici e populisti, ma anche quelli sorti nel marxismo. Ciò nonostante, tra i marxismi critici troviamo, sotto le incrostazioni della retorica del sole dell’avvenire e dell’avvento del socialismo e del comunismo, piste teoriche di gran valore nel pensiero di Gramsci, Rosa Luxemburg e in una linea che Enzo Traverso – in un suggestivo libro pubblicato in francese l’anno scorso – chiama malinconia di sinistra, seguendo un cammino esplorato già da D. Bensaïd e M. Löwy e che trova in W. Benjamin il principale riferimento filosofico. Una prospettiva con radici, secondo Traverso, nell’esperienza e nella memoria della sofferenza dei vinti, un “metabolismo della sconfitta” che non porta alla rassegnazione, ma che si rinnova come lotta e come proiezione dell’utopia e appartiene alla “struttura di sentimenti della sinistra”.

A modo suo, nei suoi Quaderni dalla sconfitta, Gramsci colloca come punto di partenza la condizione subalterna delle classi sfruttate e intravede la loro soggettivazione autonoma come contropotere in una prolungata guerra di posizione, come principio e fine del processo emancipatorio, collocando un’altra temporalità e una altra tessitura della politica, a contropelo dell’immediatismo di quella che chiamava piccola politica.

Partendo da queste intuizioni, la sinistra anticapitalista ha di fronte a sé la sfida di organizzare e politicizzare il pessimismo, ripensando la strategia, i suoi tempi e spazi, dal basso, perché in basso vivono le classi subalterne e perché ci troviamo ancora molto in basso, ricominciando una scalata al cielo, avendone fallito l’assalto nel XX secolo. Tempi e spazi che sono necessariamente altri, perché sorgono dalla logica della sconfitta e implicano pensieri lunghi, ritmi lenti, cammini tortuosi e ripidi. Suggeriscono combinare una strategia di politicizzazione della lotta di classe fatta di guerra quotidiana di posizioni e di usi tattici del movimento. Salvo sussulti della storia che non solo saranno benvenuti, ma che bisognerà propiziare e che ci troveranno più preparati nella misura in cui sia fiorita la soggettivazione subalterna ovvero si sia colorata di autonomia.

Cose diametralmente opposte alle scorciatoie e le compulsioni della tentazione populista.

* Storico, sociologo e latinoamericanista. Studioso dei movimenti socio-politici in Messico e America Latina e del pensiero marxista. Professore alla UNAM. Direttore della revista Memoria (CEMOS). Editori Riuniti ha pubblicato il suo libro Subalternità, antagonismo, autonomia. Marxismi e soggettivazione politica

Il suo blog: massimomodonesi.net


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