Quella volta che il popolo chiuse le segreterie nel Brancaccio

Brancaccio. Più che l’Idea, poté il digiuno (novella di fantapolitica ispirata all’elezione papale del 1268-71, a Viterbo dopo la morte di Clemente IV)

di Giuseppe Ciarallo

Trascorsi diversi anni dalla morte di Mancino I, i membri delle Sacre Segreterie si riunirono a Roma per eleggere il nuovo soggetto politico. All’inizio i Segretari elettori si recavano una volta al giorno presso il Teatro Brancaccio per incontrarsi e (far finta di) votare; ritornavano quindi presso le rispettive residenze. La tradizione voleva infatti che l’elezione avesse luogo nella città ove era deceduto il precedente soggetto politico. Per più di un anno le votazioni si susseguirono senza alcun risultato positivo.

La situazione era di totale stallo. Ogni popolano, inizialmente limitandosi al bofonchio, alla bestemmia e alle suppliche, sollecitò l’elezione del successore di Mancino I, auspicando la necessità che il nuovo soggetto politico esprimesse una figura al di fuori e non impapocchiata con le Sacre Segreterie.

Data l’incomprensibile, sospetta e pericolosa situazione di stasi, il 1º dicembre 2017 venne ordinata la chiusura delle porte del Teatro. Ai segretari elettori, colti di sorpresa, venne detto che non sarebbe stato consentito loro di uscire da quelle mura finché non avessero eletto il nuovo soggetto politico. Dopo pochi giorni, per aumentare la pressione sulle Sacre Segreterie, vennero ridotte le somministrazioni di vitto e azzerati i compensi pecuniari di qualsivoglia natura, permanendo il divieto di lasciare il Teatro fino all’avvenuta elezione. A differenza di quello che comunemente si crede, gli storici sono oggi concordi nell’asserire che tale situazione di estrema segregazione nella sala del Teatro si sia protratta per non più di tre settimane.

Mentre i Segretari elettori – nonostante tutto – continuavano a rimanere in disaccordo, sempre maggiore cresceva lo scontento dei devoti al defunto Mancino I. Il popolo esasperato, il 24 dicembre, vigilia di Natale, decise allora di sospendere del tutto la somministrazione di cibo ai Segretari elettori, facendo confluire all’interno del Teatro i profumi di pasta con le sarde, capitone arrosto, spezzatino con patate, baccalà fritto, frittura di pesce, pasta ‘ncaciata, stinco al forno e ogni altro ben di Marx.

Magicamente, quello stesso giorno la mutata situazione spinse i segretari elettori a creare una Commissione, formata da tre di loro, con l’incarico di eleggere il nuovo soggetto politico entro e non oltre il giorno successivo. Fu peraltro assolutamente sorprendente il fatto che la Commissione delegata impiegasse solo poche ore, lo stesso 24 dicembre, per designare il nuovo soggetto politico nella persona di Mancino II.

Ancor oggi, nel foyer del Teatro Brancaccio, una lapide deposta a futura memoria, riporta i nomi – ormai dimenticati – dei segretari elettori che si macchiarono d’ignavia assolvendo al loro compito sol perché costretti dalla furia del loro popolo e dal pericolo del dover saltare un pasto.

 



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