Il ’68 di una fuori sede

Dal ’68 torinese: memoria, storia e sogno di una protagonista “periferica”. Maria Teresa Gavazza: Il sogno di una rivoluzione. Il mio 68 a Torino

di Diego Giachetti

Non inganni il sottotitolo nella copertina del libro di Maria Teresa Gavazza (Il sogno di una rivoluzione. Il mio 68 a Torino, Centro di Documentazione di Pistoia, 2017), non è affatto una rievocazione percorsa sul filo del ricordo, delle emozioni temperate dal buonsenso, fastidioso e noioso, che tende a rendere grigio ciò che è accaduto e si è fatto cinquant’anni prima. Qui si tratta di una memoria che si fa storia intrecciandosi onestamente con fatti, situazioni, stati d’animo di quel presente ricostruito. L’autrice ha saputo trovare il giusto equilibrio tra la testimonianza e la circostanza storica. Ha usato le carte del suo archivio, conservate con attenzione e amore per cinquant’anni: volantini, ciclostilati, articoli di giornali, libri comprati e letti in quel periodo, come se, fin da quel momento, avesse deciso di utilizzare il tutto, un giorno, per scrivere di cosa accadde all’Università di Torino a partire dall’Anno accademico 1967-68. Assieme a una bibliografia e una documentazione esauriente e meticolosamente usata, si muove la sua testimonianza, aiutata da frammenti di scrittura diaristica presi sul momento. In questo viaggio di ritorno sul luogo della storia vissuta, Maria Teresa incontra l’allora giovane studentessa, la riconosce, la narra, la comprende e ascolta le sue esperienze, il suo vissuto, la relazione con altri partecipanti al movimento studentesco torinese. È una ricostruzione interessante, una novità perché ci racconta l’esperienza di una protagonista “periferica”, di chi proveniva da un ambiente sociale diverso da quello di altri partecipanti e leader torinesi del movimento, molti dei quali si conoscevano per ragioni familiari e di ceto fin da adolescenti: avevano frequentato le stesse scuole, i luoghi di villeggiatura e di svago, condiviso relazioni amicali.

Nel libro si dà luce a quella componente studentesca non torinese che partecipò al movimento provenendo dalla provincia. Le giovani maestre, si legge, arrivavano a Torino dai paesi monferrini e dalle province piemontesi, sovente erano ingenue e curiose. Pochi soldi, la città e i professori intimidivano, anche quelli propensi al dialogo. Vivevano una condizione di solitudine, tipica dei fuori sede, timorose di fronte agli accademici, intimidite dal sentirsi inadeguate, non all’altezza. Avevano però una loro formazione, che risulterà utile nell’indurle a mettersi in gioco nel movimento studentesco. Erano abituate a discutere e partecipare nei gruppi cattolici del post-concilio, stavano per leggere Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani.

La comunità di Palazzo Campana

Senza il ’68, senza l’occupazione della sede universitaria di Palazzo Campana a Torino, l’incontro e la fusione tra studenti di origine torinese e fuori sede non ci sarebbe stato. Né si accorsero, quando diedero inizio all’occupazione del novembre 1967 che stava per avere inizio qualcosa di dirompente. Le assemblee, gli interventi di sgombero della polizia, la resistenza passiva, i gruppi di lavoro (contro corsi), costruirono repentinamente la consapevolezza collettiva e formarono una comunità studentesca. Quel che avvenne in quei mesi rappresentò l’avvio della “nostra liberazione”, scrive l’autrice, la scoperta della democrazia diretta, il trionfo della politica partecipata in prima persona, senza alcuna delega a organismi burocratici, senza vertici centralizzati, fondata su reti informali, le assemblee, insofferente verso categorie politiche di apparato, ma non esente da figure carismatiche quali erano i leader.

A dispetto di alcuni articoli di cronaca del quotidiano piemontese “La Stampa”, che indicavano in poche decine gli occupanti e partecipanti alle assemblee, le quasi cinquecento denunce della polizia verso altrettanti studenti e studentesse smentivano quegli articoli. D’altronde, lo stesso quotidiano si contraddisse pubblicando l’intero elenco con nomi e cognomi dei denunciati, il 34% dei quali erano giovani studentesse. Un dato che segnalava una novità importante: la partecipazione della componente femminile al movimento come soggetto attivo e pensante. Un primo inizio del partire da sé, come donna in quanto donna, si dirà pochi anni dopo, che conteneva uno sguardo interessato ma critico sulla liberazione sessuale. Domanda che le coglieva impreparate e sospettose che fosse un’esigenza strumentale e maschilista. Se poche furono le donne leader, molto più diffusa fu la loro presenza nelle reti intermedie della vita quotidiana del movimento.

Tra riforma e repressione

L’intervento delle forze dell’ordine all’Università, la repressione accademica e istituzionale ebbe delle conseguenze. Dalla “festa” nel palazzo occupato, dal senso di gioiosa libertà, si passò alla conoscenza del dolore unito all’angoscia e qualche volta alla disperazione, per i provvedimenti disciplinari e polizieschi. Chi veniva dalla provincia, ricorda l’autrice, ogni fine settimana ritornava nei piccoli paesi di origine, i genitori, i parenti e vicini di casa, chiedevano ossessivamente dei cortei, delle manifestazioni, delle occupazioni e giudicavano sulla base del sentito dire comune.

La scelta della repressione da parte delle istituzioni comportò la riduzione del conflitto a problema di ordine pubblico. Il movimento reagì bloccando l’attività accademica, ciò esasperò lo scontro e i toni della contestazione, riducendo i margini del dialogo, pregiudicando una possibile soluzione riformista alla contestazione, auspicata sia dai docenti più illuminati che dall’ala più moderata del movimento. I fatti che accadevano all’Università torinese in quei mesi avevano prodotto una divisione all’interno del corpo accademico: una parte minoritaria si era schierata con gli studenti e appoggiava le loro richieste di una riforma della didattica, dell’insegnamento e dell’Università in generale. Un appoggio al movimento era venuto anche dalla sinistra locale e da quanti provenivano dall’esperienza del Partito d’Azione. La mano tesa del riformismo accademico si manifestò soprattutto da parte della Facoltà di Magistero – dove vi era un gruppo nutrito di docenti democratici che appoggiavano il novello Preside Guido Quazza – che aprì alle richieste di innovazione didattica del movimento introducendo riforme radicali nel metodo e nel merito della formazione culturale degli studenti. L’incontro con Guido Quazza, docente di storia contemporanea, definito un maestro, cambiò totalmente la vita della protagonista che passò da pedagogia (ove era iscritta) a storia contemporanea, disciplina che offriva la possibilità di confrontarsi con un sapere vivo, attuale, studiato e analizzato con innovativi strumenti didattici, storiografici e interpretativi.

L’impegno e la partecipazione politica mordevano la nuca. Nel movimento studentesco stava avvenendo il passaggio dalla condizione “di studenti a quella di rivoluzionari” che portò all’uscita dall’Università per unirsi ad altri conflitti, a cominciare da quello operaio che si stava avviando alla Fiat e rappresentava la fine della perbenista pace sociale nella città. L’incontro tra operai e studenti è così raccontato nella sua quotidianità: “prima dell’alba, insonnolite e infreddolite, partiamo per volantinare davanti alle porte della Fiat. Per noi studentesse è un’esperienza del tutto nuova, fuori dalla nostra identità di giovani donne provenienti dalle province piemontesi”.



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